The Last Dance Recensione: la spettacolare docuserie su Michael Jordan

La serie Netflix sull'ultima danza di Michael Jordan e dei Chicago Bulls riscrive gli standard della narrazione sportiva di stampo documentaristico.

recensione The Last Dance Recensione: la spettacolare docuserie su Michael Jordan
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The Last Dance chiude con ascolti record. All'indomani della messa in onda dell'episodio finale, la docuserie sull'ultima stagione di Michael Jordan con i Chicago Bulls diventa un vero e proprio punto di riferimento per gli appassionati di basket e non, con il racconto universale di un sogno che diventa realtà. Il coronamento di una carriera ai massimi livelli, che vede una squadra nella norma trasformarsi da brutto anatroccolo in maestoso cigno e riuscire nella mastodontica impresa di vincere tre titoli NBA di fila, per ben due volte. Le premesse per un'ottima serie c'erano tutte e ve le avevamo riportate nelle nostre prime impressioni su The Last Dance. Quella di Jordan è una figura che gli americani definiscono larger than life, più eccitante ed interessante di altre in circolazione, e il pregio del racconto di The Last Dance sta proprio nel mettere in scena scena il Jordan giocatore, ma anche la persona, con i suoi punti di forza e le sue fragilità.

La serie non si limita però a questo e ci regala una parabola del gioco di squadra, dove ognuno ha un ruolo ben preciso che, se non valorizzato, rischia di compromettere il risultato finale. Nonostante la figura di Jordan giganteggi su quella del team, The Last Dance si prende il giusto spazio anche per elogiare e soprattutto raccontare i suoi compagni, tra i quali trionfano alcuni dei migliori giocatori di basket della storia.

Squadra che vince...

Senza il Messia Nero forse i Bulls non sarebbero mai riusciti a conquistare un titolo, ma è vero soprattutto il contrario; senza la chimica e la dialettica tra i compagni, il solo Jordan non sarebbe bastato, perché se c'è una cosa che The Last Dance mette nero su bianco, in modo deciso, è che i risultati non si conquistano da soli. Ma i giocatori prima di essere professionisti sono soprattutto uomini, come ognuno di noi; persone con pregi, difetti, debolezze, fortune e svantaggi.

L'umanità di alcuni dei più grandi professionisti dello sport si dispiega nel minutaggio degli episodi e fa emergere l'esistenzialismo di The Last Dance: figure dal difficile passato in cerca di riscatto, uomini che trovano nel basket un'ancora di salvezza dai problemi del mondo esterno o individui dalla fragile situazione familiare che vedono nella squadra una seconda famiglia.

Emerge così la genuinità di Scottie Pippen, eterno secondo di Jordan, che per il "vivi e lascia vivere" sceglie di non lottare per quell'aumento di stipendio che meriterebbe e per il posto in squadra che gli spetta di diritto, salvo poi far prevalere l'impulsività e l'emotività dentro e fuori dal campo, in frangenti tanto effimeri, quanto vitali per la squadra. E che dire di Dennis Rodman? Uno degli esempi più calzanti di genio e sregolatezza che, quando la pressione del campo supera i livelli di soglia, sparisce per qualche giorno tra i tavoli da gioco di Las Vegas o sul ring della WWE per sfidare Hulk Hogan, ma quando è con i Bulls ci mette tutto il cuore e l'energia possibili.

La conquista dei campionati non sarebbe stata però possibile senza coach Phil Jackson, vero spirito guida, non solo per la sua passione per i nativi americani, ma soprattutto per la sua concezione del gioco di squadra, che redistribuisce il peso della vittoria sulle spalle di tutti i giocatori, per raggiungere risultati alieni al solo dominio di Jordan.

La sua applicazione dello schema a triangolo, infatti, si confà alla squadra anche durante il primo ritiro di Jordan, quando, sotto la guida di Pippen, i Bulls riescono comunque a giocare un'ottima stagione. Ovviamente Jackson e la squadra non avrebbero raggiunto gli stratosferici risultati ottenuti senza il sostegno e l'arte dell'uomo che è divenuto leggenda e che viene riconosciuto come uno dei migliori giocatori di tutti i tempi: His Airness, Michael Jordan.

L'uomo e il giocatore

Lo abbiamo visto; The Last Dance non fa sconti per nessuno e questo discorso vale soprattutto per il giocatore simbolo dei Chicago Bulls. Il ritratto di Jordan che ci viene fornito dallo show è efficace nel delineare tanto le qualità trascendentali di questo sportivo, quanto l'umanità che si cela dietro la leggenda.

Sarebbe assurdo pensare a Michael Jordan come ad una divinità benevola del canestro, amata da tutti e dalla vita impeccabile. Purtroppo - e per fortuna - le favole godono di uno spazio ben delimitato all'interno della nostra cultura, perché la vita reale non si gioca sul campo della gloria o degli sponsor, ma del rapporto quotidiano con se stessi e con gli altri.

Sotto questo punto di vista The Last Dance ci fornisce lo spettro completo delle sfumature dell'uomo Jordan, oppresso da una responsabilità schiacciante, che affronta con stoicismo e con la passione e la voglia di vincere che lo caratterizzano da sempre, ma che è sempre più compromessa dall'invadenza della stampa sul suo futuro, da compagni che vanno tenuti sul pezzo anche a costo di risultare prepotente e tiranno.

L'uomo Jordan non dev'essere stato senz'altro facile da gestire - e forse non lo è nemmeno tuttora . Un individuo con un obiettivo solo, che per non perdere il focus cela o corazza la propria emotività nei confronti degli altri. Non a caso nel corso degli episodi sono molteplici le dichiarazioni di stupore per momenti nei quali MJ si lascia andare e fa trasparire la sua persona. Nonostante ciò è commovente scoprire il rapporto di Jordan con il padre, sempre presente ad ogni vittoria, e la crisi che colpisce il giocatore in seguito al suo omicidio e alle accuse della stampa, ma di questo parleremo più avanti.

Ci preme qui sottolineare come The Last Dance riesca a centrare l'obiettivo di umanizzare la figura del numero 23 per eccellenza, costruendo intorno alla sua storia sportiva un arco narrativo personale che ne giustifica le scelte e gli sbagli: dal primo ritiro alla decisione di entrare nel campionato di baseball come omaggio al padre defunto, al ritorno e alla vittoria dell'ultimo titolo, proprio in occasione della festa del papà. All'uomo si affianca il giocatore Jordan, che non si fa condizionare da ciò che non può essere controllato e per questo punta dritto verso il suo obiettivo; dopotutto per quale motivo pensare di sbagliare un tiro prima di farlo?

La prepotenza di Jordan in allenamento si affianca così al ricordo di un uomo che sa essere allo stesso tempo comprensivo ed empatico. Quella di MJ è una vita in gara con tutto: il basket, gli amici, le scommesse. Tutto per Jordan è competizione; lo scontro e la sete di vittoria sono i paradigmi - a volte patologici - di una personalità eccentrica, ma devota al bene della squadra.

Il prezzo della celebrità

Un altro aspetto molto interessante della serie è il rapporto di Jordan con la celebrità e le degenerazioni che derivano da essa. Anche in questo caso la serie parte dal particolare per raccontare l'universale, in un resoconto che è anche uno specchio dei nostri tempi. Quel che emerge è quanto gli organi di stampa e i mass media in generale possano condizionare l'immagine pubblica di una persona, nel bene e nel male.

Una tematica alquanto attuale - e che, non a caso, Netflix ha già approfondito in Trial By Media, seppur con le dovute distanze - ma che tra le righe del racconto della stagione finale di coach Phil e dei suoi Bulls, genera più di una riflessione. Il riferimento va ovviamente al mancato sostegno politico da parte di Jordan del candidato di colore al Senato Harvey Gantt che - forse non proprio per il mancato avvallo di MJ - portò all'elezione del repubblicano Jesse Helms, con sdegno da parte dell'opinione pubblica e dei fan.

A peggiorare la situazione un'indiscrezione - una battuta fatta a Pippen, a quanto pare - sul fatto che anche i repubblicani comprassero le Nike, come a dire che gli interessi economici di Jordan (sponsor ufficiale del brand) venissero prima di quelli politici. In questo caso Jordan si riserva il diritto di anteporre la sua figura di professionista a quella di idealista e sostenitore politico, cosa che non vuole essere, nonostante abbia poi a tutti gli effetti contribuito a finanziare la campagna di Gantt.

Di ben diverso stampo è la questione delle scommesse di Jordan e la preoccupazione dei media che questa fosse una dipendenza del giocatore che, a sua discolpa, dice semplicemente di divertirsi nella competizione e che se avesse un problema forse non basterebbe il suo patrimonio a sopperire al suo vizio. La cosa più subdola rimane comunque l'associazione del presunto problema di Jordan all'omicidio del padre, trovato senza vita dopo essere sparito nel nulla per tre settimane. Tutto ciò avrà conseguenze devastanti su Michael che, provato dalle sfide del campionato e dalle insinuazioni della stampa, deciderà di ritirarsi per la prima volta dopo la vittoria della stagione 1994-1995.

L'eredità di Jordan

L'eredità di MJ non risiede solo nei risultati epocali e nei record raggiunti. Michael Jordan è stato - ed è tuttora - un fenomeno culturale ed è questo forse uno dei più grandi lasciti di His Airness. Prima di lui l'NBA non aveva la stessa importanza e la diffusione capillare delle quali gode al giorno d'oggi. Jordan è un simbolo di costanza e di vittoria e ha cambiato non solo il modo di vedere l'NBA, ma anche l'influenza dello sport sulla cultura globale.

The Last Dance racconta il processo che ha portato a questo cambiamento e lo fa, oltre che con l'esclusività dei filmati, con una visione imparziale, scevra da qualsiasi forma di idolatria. La verità è nelle sfumature e tutti gli elementi di questa serie - dalla scrittura, alla regia, al montaggio e alle musiche - contribuiscono a creare un affresco dai colori sgargianti, che trasforma l'esperimento di ESPN e Netflix nel nuovo metro di paragone per le docuserie sportive.

The Last Dance L'ultima danza di Michael Jordan e dei Chicago Bulls è uno stimolo per chiunque, sportivo e non. Il successo di The Last Dance risiede nel non idolatrare la figura di MJ, ma nel contestualizzarla in quadro umano e professionale completo, al quale si aggiungono i vari ritratti dei comprimari in questa corsa per la vittoria. Il racconto della cavalcata di Jordan e dei Bulls verso il successo fa leva su alcuni valori fondamentali dell'umano essere e fa riflettere anche sul peso della celebrità e sull'impatto dei mass media. Per questo, nonostante si conoscano sia la storia che i risultati, vederli entrambi scorrere sullo schermo è appassionante quanto le migliori serie televisive. The Last Dance è uno show che, partendo dal presupposto del basket, riesce a veicolare valori universali e storie degne di essere raccontate, collocandosi a paradigma definitivo delle docuserie di stampo sportivo.

8.5