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The Letdown: recensione della nuova serie Netflix

Direttamente dall'Australia arriva una nuova serie che cerca di offrire uno sguardo spensierato sulla maternità (senza però riuscirci).

recensione The Letdown: recensione della nuova serie Netflix
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Fa sempre piacere approcciarsi a quel sottobosco di produzioni minori, lontane dalle grandi emittenti e dalle luci della ribalta o ignare di cosa significhi essere protagonisti di una campagna pubblicitaria milionaria e avere a disposizione un budget sostanzioso. L'aspetto curioso è che il più delle volte questi prodotti sono fortemente legati al nome della mente che li ha partoriti: basti pensare a Fleabag, che ha fatto conoscere al grande pubblico la tanto brillante quanto semisconosciuta artista britannica Phoebe Waller-Bridge. The Letdown si inserisce proprio in questo filone e il suo deus-ex machina è la coppia Sarah Scheller-Alison Bell, il cui intento è di fondere una dose generosa di comicità con un tema complesso e problematico come la maternità, insomma una dramedy dal gusto tipicamente contemporaneo. Ma bisogna essere onesti nell'affermare che, nonostante le nobili intenzioni, qualcosa non è andato per il verso giusto. Ben più di qualcosa, in effetti.

Una comedy che non fa ridere

La serie è incentrata sulle difficoltà riscontrate da Audrey (Alison Bell) durante i primi mesi da madre, tra notti insonni, pianti interminabili e cambiamenti drastici della sua routine quotidiana, un insieme di novità ai quali è giunta piuttosto impreparata. In soccorso accorrono il suo compagno di vita Jeremy (Duncan Fellows), onnipresente ma anche lui visibilmente inesperto, e un gruppo di sostegno per neo-genitori. Il primo (e gigantesco) problema appare fin da subito evidente: The Letdown è di base una comedy che prova con costanza a suscitare ilarità, fallendo però nove volte su dieci. È fiacca, senza alcuna intuizione degna di nota e scade di continuo nel banale per tutta la sua durata a causa di personaggi che, perlomeno sul versante squisitamente comico, non hanno nulla da dire.

Le uniche eccezioni sono dei deliziosi siparietti tra Audrey e uno spacciatore in cui spesso si imbatte nei suoi disperati giri notturni per far addormentare la piccola Stevie. Rimane palese che il punto focale dello show non sia quello di suscitare delle facili risate, sarebbe sciocco ridurlo a questo, ma è anche vero che le scenette proposte sono numerose e di una sterilità imponente, complice in primis il personaggio di Verity (Sarah Peirse), un comic relief ai limiti dello sconcertante e oltre i confini del ridicolo. In sintesi una comedy che non fa ridere, non il migliore degli inizi.

Un dramma che non regge

Purtroppo, la situazione non migliora molto sul versante drammatico. L'insormontabile carenza di The Letdown è la sua incapacità di focalizzarsi su uno spunto narrativo e portarlo a compimento, quantomeno a una risoluzione o nel peggiore dei casi a un timido segno di sviluppo. E invece niente, il duo Bell-Scheller ha inondato lo spettatore con una quantità immane di stimoli o questioni, etiche e dolorosamente attuali, ma le ha lasciate lì, amorfe nell'etere, facendole svanire per magia all'inizio di ogni nuovo capitolo in un ciclo infinito.

Ci sono delle sezioni in cui sembra stia finalmente sopraggiungendo uno spartiacque, un istante di crescita, maturità, comprensione del proprio ruolo, ma ogni singola volta si inciampa in sequenze dozzinali e prive di conseguenze. E così risulta impossibile empatizzare con la protagonista, dato che la costruzione dei personaggi è fallace sotto qualunque punto di vista. Nessuno sembra essere dotato di una personalità peculiare, e ammesso e non concesso che questo miracolo si presentasse, si verrebbe contraddetti: un amico di famiglia viene presentato come appena uscito da una straziante riabilitazione per problemi di alcolismo e lo si ritrova a bere una giornata intera con Jeremy senza che ciò venga approfondito, ecco l'infimo livello di cura e caratterizzazione che The Letdown può toccare. La domanda sorge spontanea: era inevitabile o era possibile fare di meglio?

I 10 minuti

Trionfa la seconda opzione. Era possibile fare di meglio e lo dimostrano alcune componenti del gruppo di sostegno, che si ritagliano un microscopico spazio all'interno dell'economia narrativa della serie, ma al contempo ne compongono i momenti salienti. I miseri dieci minuti dedicati alla vicenda di Martha (Leah Vandenbergh) racchiudono tutti i messaggi e gli intenti di cui il telefilm vuole farsi carico, offrendo uno spaccato delicato e commovente su cosa significhi avere e crescere un figlio. In quei pochi istanti vengono annullate tutte le velleità della storia di Audrey, ancora più povera e svuotata di contenuti dinanzi al confronto. Dieci minuti che mostrano il meglio e paradossalmente di riflesso anche il peggio che The Letdown ha da offrire. Rimangono le belle intenzioni, rimane un positivo discorso di fondo (in particolar modo nella puntata finale), ma è davvero difficile andare oltre con i complimenti per una dramedy che di comico non ha nulla e di drammatico ha fin troppo poco di convincente.

Theletdown The Letdown è un’occasione tristemente mancata. Gli elementi per fare bene erano tutti presenti: un’idea forte di fondo, delle intenzioni ottime e due giovani sceneggiatrici alla loro grande occasione. Il risultato è invece carente da ogni punto di vista, negligente e superficiale, salvato da un oblio totale soltanto da dieci minuti di livello ragguardevole e da un messaggio che, nonostante gli innumerevoli scivoloni, rimane incoraggiante.

4.5