The Liberator Recensione: la nuova serie animata Netflix

The Liberator è una miniserie audace e straordinariamente forte nelle sue tematiche, ma con un comparto artistico che farà discutere.

recensione The Liberator Recensione: la nuova serie animata Netflix
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È chiaro ormai un po' a chiunque che il 2020, così come almeno la prima parte del 2021, sono e saranno anni particolarmente difficili per ogni tipo di produzione nel mondo dell'intrattenimento, dal teatro al cinema, passando per la televisione. Nel mondo seriale, ad esempio, abbiamo già assistito ad un ritmo molto più compassato per quando riguarda le uscite di alto rilievo, ovvero quei prodotti che catturano l'interesse di decine di milioni di spettatori. Una conseguenza logica vista la pandemia, ma vi è almeno un lato insperatamente positivo in ciò: una miriade di serie generalmente considerate minori possono assumere un ruolo molto più importante, soprattutto per le piattaforme di streaming che necessitano sempre di nuova linfa.

Telefilm magari diversi, sperimentali e un po' folli adesso rappresentano una risorsa essenziale e The Liberator, miniserie bellica animata in arrivo su Netflix l'11 ottobre, ne è l'esempio perfetto. Una vicenda drammatica, una tecnica d'animazione che fa qui il suo debutto, entusiasmo visibile ad ogni puntata, The Liberator è una piccola gemma che siamo lieti di aver visto in anteprima tra le novità Netflix di novembre.

Perché combattiamo?

Ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, la miniserie segue le gesta di un battaglione unico del suo genere, noto come i Thunderbirds. I suoi membri, infatti, provengono da retroterra culturali ben diversi: indiani, messicani, cowboys, uniti da un rapporto strettissimo di amicizia e fiducia nonostante l'irrisorio paradosso di non poter bere una birra insieme negli Stati Uniti, dove vigeva il divieto di far entrare indiani o messicani nei bar. Il merito di questo clima di fratellanza è da attribuirsi al capitano Felix Sparks (Bradley James), che ha azzerato le differenze sociali e ha guidato i Thunderbirds attraverso alcuni degli scenari di guerra più disperati cui l'America abbia mai assistito, dalla Sicilia fino all'orrore del campo di concentramento di Dachau.

The Liberator era inizialmente finito sotto i riflettori per essere la prima serie prodotta con un'inedita tecnica di animazione, la Trioscope Enhanced Hybrid Animation. Basta osservare qualche immagine per notare delle palesi somiglianze con il rotoscopio - la tecnica usata ad esempio spesso da Richard Linklater o ammirata nella recente Undone di Amazon - ma anche delle notevoli differenze. Il Trioscope mira, infatti, ad accentuare ancor di più l'importanza della prova recitativa, con espressioni facciali e movimenti delle figure effettivamente molto dettagliati e una stabilità generale dell'immagine migliorata, quando invece il rotoscopio può risultare a tratti ingestibile.

Almeno in The Liberator, però, l'esordio del Trioscope mostra il fianco a qualche sacrificio di troppo, specialmente nelle ambientazioni: se è comprensibile ed anche evocativo l'espediente di usare un effetto da pellicola sgranata, questa tecnica sembra faticare enormemente a gestire una corretta spazialità e prospettiva degli ambienti.

Potrebbe trattarsi di una semplice scelta estetica da parte della miniserie Netflix, non lo escludiamo, ma i continui campi lunghi di scorci sicuramente meravigliosi, sebbene privi di una reale profondità, non riescono proprio a convincere. E per certi versi gli artisti sembravano essere al corrente di una tale problematica, vista la cura meticolosa ed apprezzabile di quelli che a tutti gli effetti sembrano più quadri bidimensionali. Un comparto artistico d'impatto, insomma, con numerosi punti di forza bilanciati da aree ambigue.

Una sola parola: Anzio

Ciò che invece conquista senza il minimo dubbio è il contenuto di The Liberator e la sua capacità di trattare argomenti delicati con una naturalezza devastante. Non si respira neanche per un secondo un'atmosfera sognante; nonostante il comparto animato non c'è nulla che mitighi gli orrori della guerra e non si corre mai il rischio di idealizzare il ruolo dell'esercito statunitense nel conflitto. Questa è forse la più grande vittoria di The Liberator: i suoi protagonisti sono uomini e come tali si esaltano, si aiutano, si lasciano prendere la mano, sbagliano e a volte crollano. Non si tratta di un documentario, né tantomeno di un'opera di denuncia; è soltanto uno spaccato esistenziale di persone messe in circostanze estreme sotto ogni punto di vista. Quattro puntate sembrano essere poche, considerando anche che la prima è composta per buona parte da un lunghissimo flashback.

Eppure è precisamente quel flashback che costruisce le fondamenta di una vicenda fatta di coraggio, onore, lealtà e dell'insieme dei più bassi istinti umani che possono mettere a repentaglio tutte queste qualità. Agli sceneggiatori sono bastate pochissime scene per introdurre magistralmente un gruppo di protagonisti con i quali soffrire e gioire, lasciando poi lo spazio maggiore alle riflessioni del capitano Sparks.

Pensieri e parole tradotte non in dialoghi forzati costruiti appositamente, ma lasciate alle lettere che quest'ultimo scrive alla moglie. Osservazioni lucide sulle proprie scelte che possono sembrare incomprensibili, su battaglie che segneranno per sempre la sua vita, sui momenti di rottura in cui è arduo trattenersi e da cui forse è impossibile riprendersi. The Liberator è una serie completa, struggente e delicata da un lato, brutale e senza scrupoli dall'altro. Ed è esattamente così che doveva essere.

The Liberator The Liberator è una serie di pregio, che rinvigorisce il filone bellico all'interno del mondo seriale. L'odissea del capitano Sparks e dei suoi uomini dalle più disparate origini non lesina assolutamente nulla sul piano della violenza, né edulcora in qualche modo l'immagine del soldato americano. I protagonisti di The Liberator sono uomini e come tali hanno sia grandi pregi che enormi difetti, in quello che si è rivelato essere uno dei migliori spaccati esistenziali di questo 2020. È un'opera che vuole e riesce a far riflettere, che con pochissime scene riesce a caratterizzare meravigliosamente i suoi personaggi, che riesce a far stare costantemente lo spettatore in apnea. Peccato per un comparto tecnico - l'inedito Trioscope - capace di meraviglie, ma anche di alcune sbavature non da poco, e forse per un finale un po' troppo stiracchiato. Il resto è una piccola gemma che merita di essere ammirata.

8.5