The Man in the High Castle: recensione della terza stagione

Dopo due anni di pausa, The Man In The High Castle torna con una terza stagione ricca di sorprese e colpi di scena

recensione The Man in the High Castle: recensione della terza stagione
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Mentre gigantesche corrazzate giapponesi scivolano sulle onde in prossimità del Golden Gate Bridge, un tetro e grigio grattacielo, sovrastato da una gigantesca svastica di pietra, getta la propria ombra sul fiume Hudson. Siamo nel mondo di The Man In The High Castle, nel quale la Seconda Guerra Mondiale non si è conclusa nella maniera a noi familiare. Dopo la sconfitta degli Alleati, le forze dell'Asse si sono spartite il mondo, dividendolo in due aree di influenza ugualmente oppresse. L'ucronia creata da Philip K. Dick e adattata da Amazon ha riscosso notevole successo sin dall'episodio pilota nel 2015. Non a caso la serie è già stata rinnovata per una quarta stagione ancor prima della distribuzione dei dieci episodi arrivati il 5 ottobre sulla piattaforma di streaming Prime Video. Dieci episodi che, ancora una volta, ci confermano la qualità di una delle produzioni di punta dell'azienda di Jeff Bezos.

Frangar, non flectar

Eccezion fatta per una lingua di terra che divide i due imperi, denominata Zona Neutrale, i destini di quelli che tempo addietro erano cittadini americani sono completamente assoggettati alle forze di occupazione e alle loro volontà, che si palesano nelle rappresaglie dei kempei o nelle folli aspirazioni eugenetiche del Reich. Sembra essere addirittura inconcepibile una via di scampo dall'inferno che si è sostituito alle macerie fumanti del Secondo Conflitto Mondiale. Eppure, nonostante le oramai aride speranze custodite dalla popolazione, divisa tra i nostalgici di una libertà passata e chi, allineatosi ai nuovi poteri, raccoglie corposi benefici derivanti dalle altrui sofferenze, la diffusione dei cortometraggi dell'uomo nell'alto castello aveva riacceso la voglia di lottare in molti individui. Circolando segretamente, nel buio delle notti newyorchesi, trasportati a mano nelle foreste della zona demilitarizzata, proiettati in una clandestinità contraddistinta da un denso alone di meraviglia e terrore, avevano espresso i desideri nascosti delle persone comuni, portando lo stesso Hitler all'ossessione, terrorizzato dal potere che questi filmati sembravano avere.

Il destino di queste pellicole si è intrecciato più e più volte con quello dei personaggi, in un miscuglio di vite, sofferenze e crudeltà che è riuscito a trasmettere appieno tutta la potenza della visione distopica che caratterizza The Man In The High Castle. Questa terza stagione riprende lì dove le precedenti si erano interrotte, ampliandone la portata e sviluppandone i contenuti. Riprende dalle tragiche conseguenze che devono affrontare Joe e suo padre dopo il tentato colpo di stato, dai dubbi che i viaggi tra mondi e realtà diverse hanno instillato nella mente del ministro del commercio Tagomi, dalla durezza con cui l'ispettore capo Kido affronta l'attacco al suo quartier generale, dall'incrollabile speranza che Juliana sembra ancora possedere.

Una tragedia personale

Allo stesso tempo il racconto però devia parzialmente dalla struttura delle passate stagioni, avvicinandosi a un contesto maggiormente fantascientifico, inserendolo all'interno di una narrazione che dà uguale importanza sia alla genesi dei filmati che al loro contenuto. L'attenzione delle macchine da presa si sposta dalle affollate avenue di New York e San Francisco, dai grattacieli di New York e le periferie californiane, per abbracciare le zone rurali del Colorado, in cui si celano basi segrete, nuovo territorio di conquista della scienza nazista. Questo sballottamento tra le varie ambientazioni rende possibile la spiegazione di molti dei dubbi che fin dalla prima stagione avevano tormentato gran parte del pubblico, pur lasciando ancora una fitta nebbia su altri aspetti che molto probabilmente verranno affrontati in futuro.
Non si tratta però solamente di una transizione di luoghi, ma anche di personaggi. Le storie dei protagonisti si accavallano, si incontrano e si allontanano più volte, senza mai però potersi scindere completamente le une dalle altre. Nonostante questo, pur nella complessità del suo narrare, The Man In The High Castle non abbandona mai la dimensione personale che lo aveva contraddistinto nel corso delle prime due stagioni. L'intimità del suo racconto è al tempo stesso la sua più grande forza e la più evidente debolezza.
Se da un lato la presentazione di eventi, intrighi e cospirazioni attraverso la prospettiva dei personaggi permette un'accurata indagine di questi ultimi, dall'altro rende difficile la comprensione della reale scala degli eventi, rischiando di banalizzarne portata e valore. L'obiettivo degli sceneggiatori, ossia concentrare la descrizione di un'ucronia distopica alle vite dei personaggi piuttosto che a una narrazione di ampio respiro, si è dimostrato incredibilmente ambizioso, soprattutto all'interno di una terza stagione impegnata nella massiccia introduzione di componenti fantascientifiche. Eppure, a conti fatti, si tratta molto probabilmente di una scelta saggia, perché a rendere verosimili le tragedie raccontate non sono solamente le ricorrenti svastiche che dominano ogni inquadratura, ma le disavventure dei personaggi, le loro sofferenze, i loro dubbi e tormenti.

Anno Zero

Mai come in questa stagione però le storie di Juliana, di Joe, di John Smith, del ministro Tagomi e di tutti i personaggi sono state accompagnate da un immaginario altrettanto carico di significato. Le attenzioni degli sceneggiatori si sono concentrate su una descrizione tanto precisa quanto chirurgicamente crudele dei mezzi di propaganda usati per piegare l'identità di una nazione conquistata, dal vilipendio dei suoi simboli alla costruzione estemporanea di una cultura aliena in linea con i principi del Reich. E mentre le cineprese inquadrano le macerie smembrate di quella che una volta era la Statua della Libertà, tra gli applausi dei gerarchi, il popolo si imbarbarisce sempre di più, assuefatto al nuovo tirannico ordine, mansueto nei propri comportamenti.
È proprio questa scelta in sede di produzione a permettere a The Man In The High Castle di raggiungere la propria maturità. Perché se si tratta di Jahr Null (Anno Zero) per l'America, lo è allo stesso modo per gran parte degli individui coinvolti. I nuovi sviluppi politici rendono ineluttabili il confronto (e conflitto) con la realtà di molti di loro, a partire dallo stesso John Smith. Messo in ginocchio dalla morte del figlio, causata dalle stesse politiche del Reich che lui è impegnato a difendere, il suo personaggio si evolve e appare più umano che mai. Un fenomeno che abbraccia le identità più disparate e che fornisce un'ulteriore prova, qualora ce ne fosse ancora bisogno, della complessità e dinamicità della caratterizzazione messa in campo dagli sceneggiatori.

The Man in the High Castle - Stagione 3 La terza stagione di The Man In The High Castle espande e approfondisce ulteriormente il contesto narrativo della serie, coniugando la distopia che fino ad ora lo aveva caratterizzato con un deciso accento fantascientifico. Lo fa attraverso un ritmo piuttosto riflessivo, eppure quanto mai generoso di avvenimenti e colpi di scena. Le scelte compiute da sceneggiatori e produzione hanno permesso a The Man In The High Castle di raggiungere la propria maturità con un ciclo di episodi che collega le esistenze dei personaggi a una sovrastruttura narrativa diretta all'attenzione del pubblico, in cui simboli ed eventi storici vengono utilizzati per articolare un racconto funzionale dentro e fuori lo schermo, che a più riprese manda in frantumi le barriere che la separano dallo spettatore, come solo le grandi storie sanno fare.

8.5