The Man in the High Castle 4: Recensione della stagione finale

La quarta stagione di The Man in The High Castle chiude le vicende ambientate in un XX secolo immaginario e alternativo. Ecco la nostra recensione.

recensione The Man in the High Castle 4: Recensione della stagione finale
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Dopo aver analizzato il primo episodio della stagione conclusiva di The Man in The High Castle, è finalmente giunto il momento di mettere sotto la lente d'ingrandimento le ultime puntate della serie cult targata Amazon Prime Video. Si tratta di una conclusione all'altezza delle aspettative?

La serie riprende il via un anno dopo i fatti accaduti durante l'epilogo della terza stagione, con Juliana Crain (Alexa Davalos) colpita da John Smith (Rufus Sewell) proprio un attimo prima della fuga verso una realtà parallela in cui gli Alleati hanno vinto la guerra. Nel mondo del XX secolo immaginario, invece, la "guerra fredda alternativa" tra il Reich e l'Impero giapponese lascia spazi politici allo stesso Smith perché possa consolidare il suo potere. Questi fatti si intrecciano alla crescente rilevanza che viene data alla ribellione comunista nera, una nuova fazione di combattenti collocati nella Resistenza. L'uomo nell'alto castello, Abendsen (Stephen Root), è intanto ancora prigioniero dei nazisti, costretto a rinnegare il lavoro della sua vita sotto la scure della propaganda e del partito.

Abbondanza o ridondanza?

Con un cast ricco di fuoriclasse e una trama orizzontale avvincente come poche, lo show ha sempre potuto contare su un numero discreto di personaggi e interpreti messi al servizio della solida sceneggiatura. Per la tornata numero quattro, tuttavia, il riuscito mix di facce e fatti non è più il meccanismo ben oliato che ha decretato lo straordinario successo del franchise.

Il taglio corale della narrazione, tra trame secondarie e la moltitudine di nuove aggiunte rende particolarmente sbilanciati i primi episodi della stagione. Lo screentime dedicato ai nuovi personaggi e alle sottotrame avrebbe potuto essere sfruttato meglio completando gli archi narriativi dedicati ai tre protagonisti.

La vicenda di Juliana, in particolare, sembra spoglia di qualsiasi sviluppo significativo, nonostante il carisma e l'interpretazione eccellente di Alexa Davalos. La quarta stagione riesce però a cogliere l'essenza delle peripezie che vedono coinvolti John Smith e l'ispettore capo Kido (Joel de La Fuente), che condividono parallelamente trionfi politici e grattacapi domestici.

Vale la pena, a tal proposito, elogiare la performance attoriale di un Rufus Sewell in stato di grazia, in grado di contestualizzare (e al contempo diversificare) magistralmente l'interpretazione nelle versioni alternative del suo alter ego.

Un'assenza che pesa

Nessuno avrebbe mai potuto pensare ad una conclusione dello show spogliata della presenza fondamenetale del Tagomi di Cary Hiroyuki-Tagama, autentico pilastro della serie. Si tratta di una perdita critica, visto che Tagomi ha rappresentato il fulcro delle riflessioni su pace e resistenza sin dal primo episodio.

Viene in questa tornata "sostituito", almeno idealmente, dall'operato della Principessa ereditaria giapponese Michiko (Mayumi Yoshida), ma con risultati completamente inconsistenti e lontani anni luce dalle caratterizzazioni centrate nel corso delle prime tre stagioni.

La quarta serie di The Man in The High Castle si rende centrale, come sempre, nello spunto per riflessioni più "alte", che superino i meri intrecci televisivi: questa volta l'attenzione si focalizza sull'importanza delle scelte. Non solo i classici binomi bene/male, guerra/pace, libertà/regime, ma anche i bivi fronteggiati nel quotidiano dalla collettività (soprattutto le sfide economiche e civili). C'è poi il discorso legato alla componente fantasy: la lenta metamorfosi che ha portato The Man in the High Castle dall'essere una semplice avventura fino a diventare una vera e propria saga storico-fantascientifica finisce per essere un po' troppo accelerata nei passaggi intermedi della stagione, durante i quali questo viraggio camaleontico viene talvolta esasperato, fino al punto in cui viene reso meno efficace di quanto assaporato in precedenza.

Il controverso finale

C'è un argomento che più di tutti, però, lascia un profondo interrogativo al termine dell'ultima schermata della series finale: un finale controverso, a tratti enigmatico, forse non troppo sviscerato come avrebbe dovuto. Lo stesso showrunner, David Scarpa, ha cercato di placare la tiepida accoglienza ricevuta dalle battute di congedo della sua creatura, non si sa con quale successo. Una serie del genere (con un trascorso di così alto profilo) avrebbe meritato una conclusione più decisa, lontana dalle classiche "interpretazioni lasciate al pubblico", foglia di fico per nascondere un punto veramente debole: l'assenza del guizzo creativo. Un'occasione mancata.

Nel complesso, tuttavia, vale la pena comunque consigliare la visione della quarta stagione di The Man in the High Castle, ma è un peccato assistere ad una conclusione così debole dello show. Ma forse, chi può dirlo, in un altro universo, l'epilogo potrebbe essere degno del nome di questa meravigliosa serie.

The Man in the High Castle - stagione 4 Un’avventura storica che diviene potente racconto fantascientifico, senza dimenticare i sentimenti e le trame secondarie: la quarta stagione di The Man in The High Castle mantiene il livello qualitativo delle prime tre tornate, ma fatica a trovare il guizzo della perfezione che avrebbe reso indimenticabili le battute conclusive. Un prodotto tecnicamente ineccepibile, sorretto dalla portentosa interpretazione di Rufus Sewell. Peccato per il finale che, in parte, segna la percezione complessiva del risultato raggiunto. Il sottile confine tra capolavoro e, semplicemente, un’occasione mancata.

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