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The OA: recensione della seconda stagione della serie Netflix

Con una seconda stagione che spinge i limiti, superandoli oltre le aspettative, The OA si riconferma la serie Netflix che tutti dovrebbero vedere

recensione The OA: recensione della seconda stagione della serie Netflix
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È disponibile su Netflix dal 22 marzo la seconda stagione di The OA, due anni dopo l'esordio sulla piattaforma. Quella di The OA è una storia tra l'inverosimile e il profondamente umano, che fa leva sulle emozioni per portare avanti la storia di Prairie Johnson (Brit Marling, anche creatrice e produttrice della serie). Prairie svanisce per tornare dalla sua famiglia adottiva dopo sette anni; rifiuta di raccontare cosa le sia successo e si aprirà solamente a cinque persone che rispondono alla sua chiamata, in una prima stagione splendidamente gestita ma passata troppo inosservata tra gli utenti di Netflix. Con questa seconda stagione, Brit Marling e il co-creatore Zat Batmanglij rivelano grandi idee e la certezza di saper esattamente dove voler andare.

Le premesse

La capacità di Marling e Batmanglij di raccontare una storia va al di là della storia stessa, come dimostrato nel primo episodio della stagione. La trepidazione di scoprire cosa sia successo a Prairie svanisce non appena iniziamo a seguire la storia di Karim: con la promessa di un collegamento con la storyline originale grazie all'apparizione di Prairie durante il sonno, ci fidiamo e ci immergiamo in questa nuova storia.

Karim Washington (Kingsley Ben-Adir) è un investigatore privato dall'animo tenero e azioni decise, alla ricerca di Michelle Vu (Ian Alexander) dopo essere stato svegliato nel mezzo della notte da una vecchietta preoccupata. Presto Karim scoprirà che dietro la scomparsa di Michelle c'è molto altro e si ritroverà coinvolto in una misteriosa ricerca scientifica portata avanti da CURI, basata sull'interpretazione dei sogni. Ma lo spettatore sa che c'è qualcosa di ancor più misterioso quando la telecamera inquadra la foto di Michelle, dai tratti molto familiari.
Il collegamento tra l'Original Angel e Karim sarà rivelato piano piano, fino all'incontro dei due in un 2016 un po' diverso da come ce lo ricordiamo noi. La stagione offre spiegazioni, ma le offre un tassello di puzzle alla volta, sfidandoci a metterlo insieme prima che lo facciano gli episodi. E quella del puzzle è ancora una metafora per gran parte di questa nuova storia, che vede coinvolti adolescenti alla ricerca di una casa a San Francisco e un mistero che dà dipendenza.

Non abbiamo finito di annegare

Se la prima stagione vi ha tenuti incollati allo schermo, tra angoscia e la speranza di poter finalmente respirare di nuovo alla fine di ogni episodio, questa stagione non sarà da meno. Anzi, la corsa contro il tempo che non sapevate di correre riprende ancora più veloce di prima. La volontà di volersi liberare da una fatale costrizione, che nella prima stagione era evocata dal continuo annegamento dei personaggi tenuti prigionieri da Hap, in questi nuovi episodi sembra ancora più inevitabile. Prairie sembra non riuscire a liberarsi dal legame con Hap, che lui stesso definisce "un'ossessione mossa dall'amore". L'amore per la conoscenza e il voler superare i limiti della vita. Allo stesso tempo, a muovere lei c'è lo stesso sentimento: l'amore per Homer. Ma il ruolo di Prairie come OA si fa ora più decisivo e l'Original Angel dovrà portare sulle spalle un peso ancora più grande di quello che aveva immaginato.

Non tutto è perfetto

La cura dietro la produzione di The OA è ancora più ovvia in questa stagione di quanto lo fosse nella prima. Tuttavia, lascia delle lacune e situazioni non risolte nella scrittura di alcuni personaggi. Il ritorno di Riz Ahmed nel ruolo di Elias Rahim è molto da deus ex machina e non offre illuminazioni su come sia esattamente coinvolto. Stessa situazione accade per Elodie (Irène Jacob), personaggio che forse avrebbe dovuto avere più screen time e chiarezza. Entrambi lavorano sul livello più paranormale della serie e sono privi di quella sostanza che caratterizza il resto del cast.

L'umanità di The OA

In questo secondo capitolo, il paranormale - lo spirituale - spinge i limiti dell'accettabile, ma lo fa con consapevolezza. The OA non vuole essere credibile, vuole semplicemente raccontare una storia. Se fosse un genere letterario, The OA sarebbe fantascienza. Ma attraverso la serialità è capace di dare molto di più, così da diventare incatalogabile. Ogni elemento che compare durante il cammino di Prairie serve a uno scopo preciso, e la sua assurdità non è solo che un altro modo, un'altra metafora per consegnare il messaggio che tutto è lecito quando si sta cercando di dire qualcosa. E The OA lo grida forte: l'umanità è ciò che ci spinge oltre. Ma l'umanità non è un concetto in stasi, si muove e si forma a seconda della persona a cui appartiene. L'ossessione di Hap è l'umanità di essere mortale; l'amore di Prairie per Homer è umanità; Steve, Jesse, Buck, BBA, French vivono la propria umanità come solo un adolescente in cerca di risposte può farlo.

Ciò che The OA è stata nella prima stagione viene ripreso e portato al limite in questo secondo capitolo. L'alone di mistero attorno a Prairie si fa ancora più intenso, e la stagione è capace di intrattenere e coinvolgere lo spettatore. Il finale di stagione, tuttavia, suggerisce un possibile cambiamento di toni nel prossimo capitolo, sperando gli scrittori siano capaci di gestire il percorso su cui sembrano diretti.

The OA - Stagione 2 Non c'è dubbio che Brit Marling e Zal Batmanglij siano forti alle redini di The OA: portano a termine questa seconda stagione con consapevolezza e cognizione. Nulla nella serie è inserito per caso o per gioco, così intelligentemente da far pensare che le poche mancanze saranno spiegate in un capitolo successivo. Per gli amanti delle storie metaforiche e metafisiche, The OA è un prodotto assolutamente da non perdere.

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