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The Protector 4 Recensione: la degna chiusura del fantasy turco di Netflix

L'ultima stagione di The Protector è in assoluto la più ambiziosa e brillante, soprattutto sul piano narrativo. Paga però un finale poco d'impatto.

The Protector 4 Recensione: la degna chiusura del fantasy turco di Netflix
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Anche le cose più insospettabili devono giungere al termine, è inevitabile. Ma, specialmente se ci si arriva nella maniera più naturale possibile, è un esito tutt'altro che da disdegnare. È questo il caso di The Protector, serie fantasy turca originale di Netflix che - seppur con qualche alto e basso - ha sempre mantenuto una sua identità, nonché dignità, e per questo è stata premiata da un buon successo sia di critica che di pubblico. Uno di quei prodotti che non lasceranno un ricordo o un marchio indelebile, ma che nel suo piccolo è riuscito a creare un universo intrigante, protagonisti carismatici e nemesi non banali.

Siamo ben lontani dalle luci dei riflettori tipiche dei colossi dell'intrattenimento - e soprattutto dai loro budget - e quindi, anche nell'atto conclusivo, in The Protector ad emergere è la forza delle idee. La quarta stagione - che ha accompagnato le uscite Netflix di luglio - è, infatti, molto superiore alle altre per pura qualità e complessità narrative. Sarà però bastato a dare un degno epilogo alle gesta di Hakan (Cagatay Ulusoy)?

La chiave è il passato

La scorsa stagione ci aveva lasciato in una situazione a dir poco drammatica: il piano del Visir (Funda Eryigit), è riuscito brillantemente e adesso l'intera Istanbul è sotto il suo totale controllo. I cittadini, tra cui persino volti familiari come Zeynep (Hazar Erguclu), sono stati trasformati in Immortali incapaci di intendere e di volere, liberati dalle futili preoccupazioni umane e vogliosi soltanto di divertirsi e obbedire ai loro nuovi padroni.

L'unica speranza per ritornare alla normalità ancora una volta ricade sulle spalle ormai stremate di Hakan, misteriosamente catapultato nel passato nei panni del primo Protettore Harun. Una folle idea allora gli attraversa la mente, forse proprio ciò che serve per porre fine ad una guerra che rischia di far cadere il mondo nel baratro da troppi secoli: abbandonare ogni velleità di resistenza nel presente per tentare di risolvere le ostilità nel passato, ai tempi di Maometto il Conquistatore, un mondo che lui non conosce e di cui ignora usi, costumi e tradizioni.

Ed è esattamente questa intuizione, il parallelo continuo tra il passato e presente a rappresentare la nota più lieta della stagione finale. Lontani dalle squisite complicazioni di Dark (qui la nostra recensione di Dark 3), The Protector propone un viaggio nel tempo molto più semplice ed immediato, perfettamente in linea con la sua natura. Ma il suo fascino deriva proprio da una tale semplicità: è affascinante osservare quanto il conflitto atavico tra Immortali e Protettori sia ciclico, destinato per sempre a ripetersi poiché lo scontro non porterà ad altro che numerosi spargimenti di sangue. Non serve, insomma, usare il pugnale per uccidere il Visir e gli altri, bensì una soluzione più radicale e creativa.

E forse è ancora più soddisfacente ammirare il gioco di rimandi tra i due piani temporali; ovvero quanto frasi e azioni nel passato - originariamente non avvenuti - possano influenzare gli stessi personaggi nel presente. Rispetto a tutte le altre stagioni il ritmo narrativo risulta di conseguenza più ritmato ed intrigante, disvelando passo dopo un passo i sacrifici necessari per mettere in maniera decisiva la parola fine.

Galeotti furono i minuti conclusivi...

Come se ciò non bastasse, le ultime puntate di The Protector svelano finalmente l'origine della guerra e degli Immortali, quale sia il loro scopo e il rapporto che li lega all'Oscurità; una mancanza che abbiamo considerato grave fin dalla prima stagione. È fondamentale per un fantasy dotarsi di un background solido ed evocativo, aspetto che tuttavia nella serie Netflix veniva semplicemente accennato, per apparire ora limpido davanti agli occhi di un incredulo Hakan.

L'ultimo Protettore si conferma, dopo la sua meravigliosa evoluzione nella terza stagione, un protagonista completo e fortemente carismatico come mai prima d'ora, maturato al punto da comprendere lucidamente quando deporre le armi e trovare una via differente. L'impatto entusiasmante di quest'ultimo arco narrativo deriva anche e soprattutto dalle sue scelte - oltre che dai piacevoli siparietti comici sull'uomo che viene dal futuro - che si discostano dai canoni di genere cui siamo abituati.

Non c'è in The Protector l'epico scontro finale dalle proporzioni immani. Il destino di Istanbul e del mondo viene deciso su un terreno più fine e ragionato e qui si concentrano tutte le idee migliori riguardo il finale. Una conclusione che, pur nella sua apparente risoluzione, riesce a dare nuova linfa vitale, stravolgendo in maniere non banali ruoli e relazioni, per poi perdere misteriosamente mordente proprio sul più bello.

Mettiamo le cose in chiaro, The Protector non distrugge quanto fatto di buono con un finale pessimo, anzi. È solo che quando si arriva agli ultimi 15-20 minuti è come se mettesse il pilota automatico, attraverso un ultimo colpo di scena, per la verità evitabile e in fondo nemmeno così impattante per la trama in sé. Dimenticabile, questa è la parola giusta; incapace di portare a compimento le intuizioni semplici e affascinanti che l'hanno preceduto, rimanendo comunque perfettamente coerente e concettualmente adatto. Si chiude in tal modo una piccola produzione che, a prescindere da qualche caduta di stile, ha fatto breccia in molti di noi e non solo.

The Protector - Hakan: Muhafiz The Protector, con la sua ultima stagione, si conferma una serie fantasy di tutto rispetto. La produzione originale turca di Netflix mette infatti in campo l'arco narrativo più ambizioso ed intrigante del suo ciclo vitale, attraverso un viaggio nel tempo e un continuo gioco di rimandi tra passato e presente. Pur nella sua assoluta semplicità, questa intuizione non può che rivelarsi vincente per due motivi: in primis svela finalmente l'origine della guerra e degli Immortali, rendendo l'intera serie ancora più evocativa e affascinante - seppur in retrospettiva -, ma a sorprendere è soprattutto è la voglia di non conformarsi ai canoni di genere. In The Protector non esiste il grande confronto finale in cui si decide il destino del mondo, ma Hakan elabora qualcosa di ben più fine ed entusiasmante. L'unico neo - ed è una carenza piuttosto grave - è rappresentato dalla mancanza di cura degli ultimissimi minuti, che semplicemente scorrono verso una chiusura dimenticabile.

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