The Rain: recensione della seconda stagione

La serie Netflix danese assume tinte horror e mostra una strenua battaglia personale contro un virus in continuo mutamento

recensione The Rain: recensione della seconda stagione
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Le ambientazioni cupe, il fascino intrinseco del genere survival e il target prevalentemente adolescenziale avevano determinato la generale buona accoglienza della prima stagione di The Rain, serie danese prodotta nel 2018 da Netflix e diretta da Kenneth Kainz.
A circa un anno di distanza The Rain torna con un'interessante evoluzione della trama, che vede il gruppo di sopravvissuti impegnati in una missione ancora più pericolosa: affrontare una forma particolarmente minacciosa del virus e salvare il suo giovane ospite.

Un virus in continuo mutamento

La rilevanza del personaggio di Rasmus Andersen (Lucas Lynggaard Tønnesen) era già stata anticipata dal finale della scorsa stagione, dopo che il giovane era stato presentato come organismo ospite del virus che ha decimato la popolazione. Sfuggito - per il momento - all'Apollon (l'organizzazione che ha creato il virus e di cui faceva parte il padre di Simone e Rasmus), il Paziente Zero è divenuto il cardine di tutta la seconda stagione e attorno a lui gravitano le azioni del gruppo, dei nuovi personaggi e degli immancabili antagonisti.
L'evoluzione del morbo è proprio ciò che inserisce nella serie un elemento di novità rispetto a una prima stagione che, seppur interessante, si era posta come una sorta di lento prologo, atto a presentarci soprattutto atmosfere e personaggi.
Il ritorno di The Rain porta con sé molta più azione, una vicenda di maggiore spessore e un dinamismo di cui si sentiva davvero il bisogno. Basandosi su una trama accattivante, ma piuttosto semplicistica (la diffusione di un virus che uccide le persone non è una base proprio originale da cui partire), lo svelamento di qualche informazione in più e il mutamento delle caratteristiche del virus erano necessari a permettere uno sviluppo costruttivo della trama, che altrimenti sarebbe perita sotto il peso della noia e delle domande.
Questa stessa evoluzione si può registrare tanto nella vicenda quanto nei toni dell'opera, che conservano gli elementi più affascinanti della prima stagione - una fotografia tetra, una luce debole che rispecchia un mondo in decadimento e il senso di solitudine - per variare piuttosto le ambientazioni. Alle distese boschive della Scandinavia si predilige l'angustia di una base scientifica, unica speranza per trovare una soluzione al male che affligge Rasmus e che minaccia l'umanità.

Interessante e originale l'operazione che fa di Rasmus il fulcro di tutta la vicenda, dandogli responsabilità che non merita e non vuole e trasformandolo in una sorta di bomba a orologeria, una minaccia incontrollabile pronta a scatenarsi causando indiscriminatamente nuove vittime. Ciò che il corpo del ragazzo cova è qualcosa di molto più complesso di ciò che la prima stagione aveva suggerito, un virus capace di adattarsi alle situazioni, quasi dotato di volontà propria e in grado di controllare le reazioni fisiche e mentali dell'organismo ospite.
Siamo dunque di fronte a un male apparentemente incurabile, un nemico dalla forza straordinaria che lotta per non essere sconfitto e che fa paura (intrattenendo lo spettatore) proprio perché sfuggente.

Una svolta horror che fa bene alla serie

Dare tutto questo potere a un virus rappresenta senza dubbio un rischio per qualunque tipo di narrazione. Ogni plot twist, per quanto sconvolgente e affascinante, deve essere gestito nel migliore dei modi per tutto il corso della storia e deve mantenere un senso logico. Deve essere infine spiegato in modo da colmare quasi tutti i dubbi. La seconda stagione di The Rain riesce a raggiungere solo in parte questo obiettivo, chiarendo da un lato alcuni aspetti della malattia e sollevando dall'altro nuovi interrogativi, tramite ulteriori svolte finali.
Tuttavia è proprio il cambio di ambientazione e la dannosità di questo nemico impalpabile a donare alla serie delle nuove e gradevoli tinte horror, che accelerano il ritmo della prima stagione, tolgono la trama da una mediocrità che avrebbe potuto essere fatale e mettono alle strette i personaggi, mostrando i lati più fragili del loro carattere.

Se la svolta horror esalta i punti forti della stagione (molto valida la realizzazione tecnica del virus e la sua resa visiva, un reticolo di vene nere sulla pelle diafana di Rasmus), essa riesce solo parzialmente a rimediare alle pecche che ancora si fanno sentire e che si manifestano in dialoghi goffi e in una caratterizzazione dei personaggi che talvolta non mette in luce la loro intelligenza. Sebbene sia comprensibile il desiderio di fuga di Rasmus, per fare un esempio, meno comprensibile è la sua capacità di compiere sempre la scelta più sciocca, complicando la situazione. Questo comportamento sembra attribuibile più a una sceneggiatura imperfetta e desiderosa di portare scompiglio nella vicenda che a un tratto caratteriale del personaggio.

Il lato umano di The Rain

Emotivamente parlando, The Rain non ha nulla da invidiare alle produzioni americane più plateali nelle manifestazioni sentimentali. Il grigiore della fotografia di questa serie danese, che in questo caso spicca come elemento stilistico peculiare, non si rispecchia nella narrazione, che non è affatto una vicenda fredda e incapace di coinvolgere lo spettatore. Al contrario i sentimenti sono il cardine di entrambe le stagioni, risultando forse l'elemento più curato dell'intera serie. In un mondo ormai in declino, ciò che resta sono i pochi rapporti umani che si riescono ancora a stabilire tra i personaggi e i sentimenti che legano chi sta vivendo lo stesso dramma.
Debolezze, paure, incertezze sono le emozioni preponderanti in questo gruppo di sopravvissuti, costantemente divisi tra solidarietà e paura, tra lealtà e diffidenza.

I rapporti si rafforzano in questa seconda stagione, grazie soprattutto alle new entry nel cast. I nuovi personaggi - la studiosa Fie (Natalie Madueno), impegnata nella ricerca di una cura contro il virus, e Sarah (Clara Rosager), una giovane afflitta da una malattia al sistema immunitario - complicano la rete di alleanze e sospetti, mentre gli eventi, a volte tragici, complicano le relazioni che si sono già consolidate all'interno del gruppo formato da Simone, Rasmus, Martin (Mikkel Følsgaard), Patrick (Lukas Løkken), Jean (Sonny Lindberg) e Lea (Jessica Dinnage).
Si riconferma valida la recitazione del cast, nel quale spicca Alba August (Simone), credibile nei panni di una giovane donna angosciata per la salute del fratello e dunque combattuta tra la salvezza dell'umanità e quella dell'unica famiglia che le è rimasta.

Il target prettamente giovanile di questa produzione europea è ciò che riesce in parte a perdonare i suoi più gravi errori, che si spera possano essere smussati da una più consapevole terza stagione (probabile, ma non ancora confermata). Questo finale di stagione ha saputo colpire lo spettatore con svolte non proprio inaspettate ma interessanti, che solo un prosieguo potrebbe risolvere, e ha confermato la discreta piacevolezza di questo titolo poco impegnativo. Se il principale nemico di The Rain sono i suoi errori di scrittura e le scelte talvolta sciocche e autodistruttive dei suoi personaggi, una buona gestione dei nuovi plot twist potrebbe dare nuova linfa vitale alla serie.

The Rain - serie tv Nella sua seconda stagione, The Rain riesce a sfruttare il fascino delle ambientazioni scandinave e delle atmosfere survival apprezzate nei suoi esordi. Con un un ritmo più incalzante, nuovi personaggi e svolte più complesse, riesce a mantenere alta l’attenzione dello spettatore, portando sullo schermo una battaglia che da corale diventa più personale. Il cambio di scenari, dai vasti boschi danesi agli spazi ridotti di una base, trasmette un’angosciante sensazione di claustrofobia che alimenta i toni horror della nuova stagione, mentre l’evoluzione del virus porta una certa originalità agli sviluppi di trama, che tuttavia risentono di alcune scelte narrative ingenue, dialoghi un po’ forzati e una caratterizzazione dei personaggi che a volte sbanda.

6.5