The Romanoffs: il problematico ritorno di Matthew Weiner

Circondato da altissime aspettative, la nuova serie del creatore di Mad Men disattende le ambizioni di Prime Video presentando più di un problema.

recensione The Romanoffs: il problematico ritorno di Matthew Weiner
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Parigi, New York, Città del Messico, Vladivostok e poi ancora Parigi, passando per i boschi austriaci e quelli del Montana. Un solo nome, quello dei Romanov, sussurrato come esageratamente sovraesposto, che unisce sottilmente micromondi distanti, geograficamente e concettualmente, ma che nell'essenza si ritrovano a essere incredibilmente simili. L'ambizione di Amazon Prime Video, il suo voler sfidare la concorrenza a viso aperto ha spinto il colosso di Seattle alla produzione di una serie che di ambizione si nutre, arrivando a lasciare libertà di budget e creatività a uno dei maggiori autori televisivi in circolazione, regalandogli peraltro un ritorno in grande stile dopo qualche anno di silenzio. Sulla carta c'erano tutti i presupposti per un evento meraviglioso, qualcosa però deve essere andato storto. Perché The Romanoffs, la nuova opera di Matthew Weiner, è una creatura controversa, altalenante, fascinosa ma sbagliata, criptica, confusa, affabulatoria, furba e maldestra.

Noi siamo Romanov, più o meno

The Romanoffs è una serie antologica composta da otto, lunghissimi, episodi. Ambientati in diverse città e con personaggi tra loro indipendenti, l'unico fil rouge che sembra unire le singole storie è un flebile collegamento con la famiglia Romanov. Che siano discendenti veri o presunti della famiglia imperiale russa, studiosi della loro storia, o registi e attori alle prese con trasposizioni sulla loro tragica fine, questo legame con gli zar è un riferimento onnipresente, e che giustifica la coesistenza degli episodi dentro lo stesso contenitore. Non c'è un vero significato narrativo in questo collegamento: è piuttosto un pretesto per raccontare le storie di uomini e donne, esplorare diverse tematiche, inquadrare tranche de vie più o meno ristrette o significative.

Coppie nel mezzo di una crisi coniugale che cercano di evadere dalla monotonia; anziane registe in conflitto con le giovani star; storie d'infanzie turbate e vendette. Il ventaglio di possibilità descritte è variegato, mai ripetitivo, messo in scena ogni volta con un registro differente che spazia dalla commedia di genere all'horror. La stessa lunghezza degli episodi, mediamente tra gli 80 e i 90 minuti, unita alla volontà di Weiner stesso di rilasciare gli episodi settimanalmente - pratica inconsueta per Prime Video - crea la sensazione di star assistendo a dei brevi lungometraggi, più che agli episodi di una serie coesa.

La stringente morsa della libertà

Diventa quindi ancora più difficile giudicare un qualcosa che manca di una coerenza complessiva, che veramente vive dei suoi singoli momenti e non lascia spazio a una visione d'insieme. Non c'è nessun puzzle da ricomporre, nessun sovrasenso ricostruibile fruendo della serie nella sua interezza. Ciascun episodio vive del suo qui e ora, contenendo in sé tutto ciò che ha da dire. È allora, da una parte, un prodotto criticabile nel suo complesso come serie, perché nella serialità si muove di fatto, ma della serialità non avrebbe veramente bisogno. Tralasciando i ragionamenti sull'impalpabile contenitore, quello che più preme è il contenuto. Il rischio delle antologie è lo squilibrio qualitativo tra le storie, rischio che si accentua nel momento in cui si ottiene anche una libertà totale su di esse, come in questo caso. Ecco, The Romanoffs è il più recente esempio di quanto la completa libertà creativa non sia necessariamente un bene, che la supervisione di un occhio esterno può servire per centrare meglio il bersaglio. A meno che non si abbia un completo controllo del proprio flusso creativo, il pericolo è quello di un enorme squilibrio, una differenza sostanziale e netta tra le cose ben riuscite e quelle venute peggio. È il caso di Weiner con questa serie. Tra episodi interlocutori e scivoloni ben assestati, l'eccellenza si sfiora solo in tre casi su otto, un po' poco visti i soldi spesi e le ambizioni inseguite.

Il disastro dell'eccellenza

La serie infatti vive di una marcata ambivalenza. Alla raffinatezza estetica, la grandissima tecnica, il gusto maniacale che il Weiner regista aveva sfoggiato già in Mad Men, si contrappone una scrittura altalenante, dalla qualità completamente diversa tra un episodio ed un altro. E questo divario qualitativo è direttamente collegato agli autori delle singole storie. Non è forse un caso quindi che quelli migliori risultino quelli dove il creatore della serie ha meno responsabilità di scrittura, quasi come se il problema principale fosse, paradossalmente, Weiner stesso, poco lucido e sommerso da un'autoindulgenza che in un caso poi sfocia nella bieca autodifesa, lasciando penetrare nell'arte alcune vicende personali che lo hanno visto al centro di scandali.

La bocca si fa ancor più amara pensando poi al dispiegamento di grandi nomi chiamati a formare un cast di livello assoluto, da compagni di vecchie avventure come Christina Hendricks e John Slattery, passando per due signore come Marthe Keller e Isabelle Huppert, fino a Kathryn Hahn e Aaron Eckhart. Nomi stellari sempre in parte, nonostante alcuni di loro si trovino a dover lavorare con soggetti deboli e dialoghi sciatti, immersi in una messa in scena perfetta. The Romanoffs complessivamente potrebbe essere uno tra gli ultimi lasciti di un modo antico di fare televisione, di cui Matthew Weiner è stato uno dei più rappresentativi, ma che non sembra essere riuscito a rimanere pienamente nella contemporaneità, perdendosi al contempo nella sua stessa fama e abilità. Ed è veramente un peccato, perché nei suoi momenti migliori è qualcosa di sublime, che eleva ancor di più il linguaggio e rimane impresso nella memoria.

The Romanoffs Lascia con l’amaro in bocca l’atteso ritorno del creatore di Mad Men. L’ambizione e la libertà di Amazon Prime Video non bastano per la creazione di un prodotto memorabile, anzi schiacciano l’autore sotto il suo stesso peso. Una serie per cui ci vuole pazienza, intricata nei suoi dialoghi e la raffinata messa in scena, che non sempre però questa pazienza riesce a ripagare. Nonostante una tecnica altissima e un cast incredibile, troppo è lo squilibrio qualitativo di una scrittura che oscilla tra l’eccellenza e il disastro.

6.5