The Society, recensione della serie Netflix

Christopher Keyser torna sul piccolo schermo raccontando su Netflix una comunità di giovani in chiave mystery distopica.

recensione The Society, recensione della serie Netflix
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Nel nostro commento al primo episodio di The Society, la nuova serie di Netflix in ottica giovanile su 200 adolescenti che credono di partire in gita e invece si ritrovano in una replica esatta di dove vivono, ma senza adulti e bambini, abbiamo affermato che dieci anni fa, in assenza delle piattaforme di streaming come fornitori di entertainment seriale, l'avremmo probabilmente vista - per quanto riguarda il palinsesto americano - su un canale come CW, noto per il suo brand orientato verso un pubblico di giovani adulti (vedi alle voci Supernatural, Gossip Girl, Riverdale e via dicendo).
Un paragone, al netto di una somiglianza parziale con The 100, che si è rivelato errato: dopo quel capitolo inaugurale dove c'è un minimo di spazio per la baldoria prima della scoperta del nuovo status quo dei protagonisti, infatti, le cose si fanno piuttosto serie e talvolta violente, forse troppo per un canale tradizionale che pretende una certa dose di divertimento per compensare i momenti più dark (un buon esempio, sempre in ottica CW, è Arrow, progressivamente alleggerito nel corso degli anni).

Il signore delle mosche 2.0

Il mistero su come siamo arrivati al punto di partenza dello show passa rapidamente in secondo piano, presumibilmente per ricavarne materiale a lungo termine, un po' sulla falsariga di Lost. La priorità è una sorta di versione aggiornata de Il signore delle mosche di William Golding, con la creazione di una nuova società governata interamente dai giovani e le inevitabili tensioni che ne derivano.

Il principale pregio della serie è proprio quello: l'adesione totale alle implicazioni etico-filosofiche della premessa, l'esplorazione delle conseguenze, talvolta estreme, della necessità di istituire una serie di norme che non andranno giù a tutti (in particolare al sottilmente inquietante Campbell, villain di questa prima stagione). È interessante, soprattutto alla luce della situazione socio-politica attuale negli Stati Uniti, il lavoro fatto dallo sceneggiatore e showrunner Christopher Keyser, abilmente coadiuvato da registi come Marc Webb e Haifaa Al-Mansour, sulla questione dei privilegi di una certa fetta della popolazione (e da quel punto di vista la scelta di un cast principale per lo più bianco è coerente, per quanto discutibile). Privilegi associati alla necessità di dover crescere e maturare a un ritmo accelerato, con tanto di salto temporale che non danneggia troppo la precisione della scrittura.

Giovani, carini e molto occupati


Interessante anche il lavoro fatto sui personaggi, per lo meno quelli principali, affidati a interpreti in grado di compensare le occasionali cadute di stile per quanto riguarda lo sviluppo individuale dei singoli, talvolta soffocati da una necessità di portare avanti la storia sul piano tematico sacrificando la sfera più intima e personale. E su quel versante la modalità di visione netflixiana è al contempo un vantaggio e un difetto: da un lato, il ritmo serrato dello show, soprattutto nella seconda parte della stagione, incoraggia notevolmente il binge-watching e consente allo spettatore di divorare la storia tutto d'un fiato, senza troppo tempo a disposizione per soffermarsi sulle (poche) debolezze dei singoli capitoli; dall'altro, le domande rimaste in sospeso, una volta arrivati alla fine, possono creare la stessa frustrazione che dieci anni fa si provava con Lost (e in misura minore con Heroes, anch'esso impostato sul cliffhanger costante al termine di ogni ciclo di episodi). Frustrazione che potrebbe anche non essere attenuata, dato che negli ultimi anni una delle poche certezze legate a Netflix - seconda stagione garantita per tutte le serie - è venuta a mancare. Quale sarà il destino di questi baldi giovini, sullo schermo e fuori da esso? La risposta nelle settimane a venire.

Il Signore delle Mosche (Netflix) - The Society Christopher Keyser affronta la questione dei giovani in chiave distopica aggiornando le tematiche care a William Golding, con i conflitti progressivi tra i personaggi che occupano la posizione di rilievo rispetto al mistero iniziale la cui soluzione è rimandata a data da destinarsi (rinnovo permettendo). Il risultato è un thriller sociale in dieci capitoli un po' raffazzonato in alcuni passaggi, ma molto interessante sul piano filosofico.

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