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The Witcher: la recensione finale della serie Netflix con Henry Cavill

Il viaggio di Geralt (Henry Cavill) giunge al termine in una prima stagione che introduce bene all'universo di Andrzej Sapkowski, non senza difetti.

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Siamo arrivati alla fine del viaggio di Geralt di Rivia (Henry Cavill), un cammino che ci ha portato a conoscere la storia e i protagonisti principali del Continente. Un mercenario mutante in cerca di una famiglia, ma anche in lotta con un mondo spietato che mastica e sputa via tutto ciò che è diverso. Nella nostra recensione dei primi 5 episodi di The Witcher abbiamo descritto un prodotto dal grande fascino, confezionato da Netflix con maestria narrativa ma con qualche inciampo dal punto di vista tecnico.

La serie tratta dai racconti di Andrzej Sapkowski è giunta sulla piattaforma streaming lo scorso 20 dicembre. Abbiamo divorato i 3 episodi finali e lasciato che il tempo scorresse per farci metabolizzare un giudizio finale sulla produzione. Ora siamo finalmente pronti a tirare le somme sul prodotto, che segna un esordio importante per un franchise molto complesso: una serie che, come avremo modo di confermare in questa recensione finale, si conferma non esente da difetti, ma che getta le basi per un progetto a lungo termine che - a parer nostro - premierà sia gli addetti ai lavori sia chi deciderà di supportarlo.

Nel parlare degli ultimi 3 episodi di The Witcher, oltre a fare il punto della situazione sulle 8 puntate della Stagione 1, ovviamente non faremo alcuno spoiler sull'epilogo della serie. A differenza del first look, però, ci concederemo di parlare in libertà degli snodi centrali della vicenda: dettagli che è doveroso sottolineare nel descrivervi l'efficacia e la qualità della sceneggiatura supervisionata da Lauren Hissrich-Schmidt (Daredevil, The Defenders, The Umbrella Academy).

Dona un soldo al tuo witcher

Ricapitoliamo: Geralt (Henry Cavill) è un witcher - l'edizione italiana della serie Netflix ha scelto di non tradurre in "strigo", come nei romanzi e nei videogiochi, il termine con cui il protagonista si definisce. È cioè un mutante, trasformato in un essere a metà tra un umano e una bestia, quando molti anni addietro si sottopose ad uno specifico rituale che all'inizio non ci è dato conoscere.

I witcher sono mercenari: sopprimono mostri di ogni genere sotto compenso, viaggiando in giro per il Continente accettando contratti dal miglior offerente. Il Continente è una terra dalla storia complessa e travagliata, accennata nei primi episodi attraverso dialoghi serrati e riferimenti alla vastissima lore dell'universo creato da Sapkowski.

Avevamo già detto che, soprattutto nelle prime due puntate, la quantità di informazioni sui retroscena del Continente avrebbe potuto disorientare il pubblico, così come la struttura narrativa apparentemente disorganica. Ogni episodio, infatti, mette in scena alcuni dei più famosi racconti inclusi nel primo libro della saga, Il guardiano degli innocenti, ma fa anche di più: raccoglie minuziosamente dettagli, personaggi e avvenimenti che nella produzione letteraria compaiono più avanti, intrecciando e alternando il viaggio di Geralt con quello di altre due protagoniste.

Ciri (Freya Allan), giovanissima principessa di Cintra e nipote della regina Calanthe, in fuga dopo che l'impero di Nilfgaard ha assediato la sua città natale e sterminato la sua dinastia: la principessina deve trovare, su invito di sua nonna, proprio il misterioso Geralt di Rivia, che sembra legato alla ragazza dai fili del destino.

Quest'ultimo è il tema principale del racconto: recuperando alcuni canoni fondamentali dell'epica classica, ovvero la potenza del Fato rispetto a qualunque altra forza in gioco nella narrazione. Il destino unisce Ciri a Geralt e Geralt a Yennefer (Anya Chalotra), la terza eroina di questa storia: vissuta nella miseria e nella solitudine a causa del suo aspetto deforme, la ragazza viene poi accolta e istruita alla magia nella fortezza di Aretuza, laddove la Confraternita(un antico ordine di streghe e stregoni che guidano il Continente al fianco dei vari regnanti) alleva le nuove generazioni di maghi. I primi episodi ci raccontano le vicende dei tre protagonisti senza un'apparente coerenza logica, ma è proprio al centro della narrazione che arriva l'elemento in grado di fornirci tutte le risposte sulla sceneggiatura. Un passaggio che delinea, concettualmente, la seconda metà della stagione, capovolgendone le verità narrative: la serie è infatti suddivisa in tre blocchi temporali differenti, messi a nudo nella fase centrale del racconto attraverso un paio di piccoli, raffinati plot twist.

È un elemento che ha permesso agli showrunner di lavorare con maggiore libertà all'intreccio e che ha dato la possibilità di trasporre sia i primissimi racconti di Geralt sia alcune storyline che nella saga letteraria compaiono nelle opere successive a Il guardiano degli Innocenti. È il coronamento di una scrittura a parer nostro sopraffina e attenta sia alla psicologia dei personaggi sia alle loro dinamiche comportamentali: la struttura temporalmente frammentata, episodica e al tempo stesso univoca (ogni episodio è un racconto, ma il tutto segue un importante filo conduttore attraverso una macro-trama orizzontale) rende più credibili l'evoluzione - a volte anche repentina - dei protagonisti da una puntata all'altra.

La complessità del materiale originale rende alcuni passaggi, tanto all'inizio quanto alla fine, un po' difficili da assimilare, ma arrivati alla fine della season 1 ci si rende conto della vera natura del progetto rispetto al prosieguo della serie: un lungo e stratificato antefatto che ha il compito di introdurre il pubblico a un worldbuidling che soltanto nelle future stagioni prenderà davvero forma. Intanto, attraverso un racconto capace di essere al tempo stesso di avviamento e di transizione, The Witcher ci ha lasciato anche con un finale un po' troppo brusco e sbrigativo, che avvalora ulteriormente il valore acerbo di questo racconto.

Un primo passo verso la crescita

La scrittura di The Witcher, al netto di qualche flessione in termini di ritmo (un neo che si ripete anche nei 3 episodi finali) ci ha insomma soddisfatto. La serie recupera appieno le atmosfere dei romanzi, sia nei toni cupi del racconto sia nei momenti più leggeri: gli inframezzi comici, ad esempio, richiamano tutta l'ironia, le stranezze e il non-sense cui l'autore della saga letteraria ci ha abituato con il suo stile tagliente e schietto. Certi segmenti recuperano anche l'ironia distorta dei videogiochi di CD Projekt RED, pur non raggiungendo gli stessi livelli di follia. Insomma, in The Witcher c'è anche spazio per le risate oltre che per il gore (la serie esalta il sangue e la violenza come poche altre): non vedrete scene di sesso a cavallo di unicorni, ma è indubbio che i creatori dello show abbiano assorbito la lezione estetica e artistica della trilogia videoludica. Lo avevamo già detto a proposito dell'art direction, d'altronde, e confermiamo ciò che avevamo espresso nel first look: a livello visivo (e non narrativo) c'è tanto dei videogame di The Witcher, e anzi i fan della saga per console e PC potranno recuperare più di qualche easter egg a tal proposito.

Le criticità del prodotto, però, si confermano nella messinscena e nella direzione tecnica: la troupe ha confezionato una buona regia e una fotografia suggestiva, che coglie alcuni scorci di scenografia regalando panorami intensi, eterogenei e mozzafiato. La produzione ha lavorato molto bene anche sulle ambientazioni, rigettando totalmente le riprese in studio e selezionando foreste, montagne, pianure e deserti in giro per il mondo per caratterizzare al meglio ogni angolo del Continente.

E abbiamo già lodato pienamente le coreografie: sontuose, spettacolari e ben studiate nei duelli all'arma bianca, sia uno contro uno sia nelle battaglie corali. La messinscena si fa poi sorprendentemente "sporca" e dark quando Geralt affronta i mostri, sfiorando punte di regia che a tratti sfociano nell'horror. Purtroppo ci ritroviamo a confermare anche le sensazioni preliminari sul comparto tecnico e sull'effettistica: i grandi investimenti sulle location, sul cast e sui costumi non ripagano appieno gli effetti speciali, che mettono in tempo una CGI un po' superficiale e modelli un po' troppo plastici. Dal punto di vista visivo, purtroppo, The Witcher non segue la lezione di altri colossi del fantasy televisivo e cinematografico, puntando quasi con orgoglio ad una produzione quanto più artigianale possibile che, in alcuni frangenti, quasi rievoca volutamente i congeneri nati a cavallo tra gli anni Novante e i primi Duemila.

Ciononostante, e al netto di qualche effetto un po' troppo raffazzonato, crediamo che il prodotto rimanga valido pur nella sua imperfezione, confezionando un fascino d'altri tempi grazie agi altri elementi che la sorreggono. A tutto ciò si aggiunge anche un cast pienamente indovinato: da un istrionico Cavill, che si è cucito addosso un ruolo di cui è sempre stato un grande fan, alle esordienti Allan e Chalotra, in particolare quest'ultima.

Anche grazie ai suoi volti principali The Witcher racconta una storia che straborda di temi e riflessioni importanti: xenofobia e razzismo, solitudine e appartenenza, amore e famiglia. Valori incarnati dalle gesta e dalle ambiguità dei tre protagonisti, uniti da un destino che li accompagnerà attraverso un progetto duraturo e promettente.

Un destino che lega anche noi spettatori allo show prodotto da Netflix con una promessa: che la produzione cresca, in termini di idee e investimenti, perché possa occupare un posto tra i grandi colossi del piccolo schermo. Non sarà facile: si dovrà lavorare sulla messinscena, soprattutto, e su alcune storyline nettamente più sottotono rispetto ad altre. The Witcher tornerà probabilmente nel 2021 con la Stagione 2: le premesse per un successo ancora più alto, a parer nostro, ci sono tutte.

The Witcher - Serie TV Superate alcune asperità iniziali (un worldbuilding molto, forse troppo, denso e una messinscena un po' superficiale) The Witcher sa stupire. Lo fa soprattutto grazie alla sua narrativa, che adatta con grande maestria l'opera letteraria di Andrzej Sapkowski recuperando i racconti più congeniali allo sviluppo orizzontale della trama. Il colpo di scena nella fase centrale dello show, che svela il reale andamento narrativo della vicenda, rende la scrittura ancor più interessante e giustifica con furbizia l'evoluzione forse un po' frettolosa delle dinamiche tra i personaggi. La serie Netflix è un prodotto acerbo, che introduce il pubblico a un mondo che deve ancora aprirsi totalmente, ed è un ponte di transizione verso le prossime stagioni. Lo dimostra il finale, brusco e fin troppo aperto per convincerci che questi 8 episodi non sono che un lungo incipit al vero cuore del racconto. Si dovrà lavorare sul comparto tecnico e sull'intreccio, per renderlo ugualmente avvincente. I fan, però, possono ben sperare: la saga sembra essere finita in buone mani.

7.8