The L Word: Generation Q. Il sequel della più famosa serie LGBT

The L Word: Generation Q porta avanti l'importanza della rappresentazione della comunità LGBT nei media, esplorandone le diverse sfumature.

recensione The L Word: Generation Q. Il sequel della più famosa serie LGBT
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Con le sue storie d'amore travagliate e i personaggi indimenticabili, The L Word ha finito per fare la storia della tv, soprattutto di quella a sfondo LGBT. Con l'obiettivo di mostrare con un tono a volte ironico a volte intenso agli spettatori - soprattutto agli adolescenti che si avvicinavano alla sessualità - le dinamiche all'interno di una comunità di donne omosessuali, bisessuali e transgender, questa serie ha fatto breccia nei cuori di chi aveva bisogno di essere rappresentato da un prodotto televisivo e di coloro che da una serie tv volevano vedere legittimato un tipo di amore considerato meno "canonico".

Con i suoi difetti di sceneggiatura e i buchi di trama, The L Word non è mai stato un prodotto perfetto, ma il suo valore sociale è innegabile. Oggi, a più di dieci anni di distanza dalla conclusione dell'ultima stagione, torna a farci divertire e sognare con uno spin-off che porta avanti con impegno sempre maggiore la rappresentazione della variegata comunità LGBT.

The L Word: Generation Q: c'è ancora qualcosa da dire?

Conoscendo l'importanza di The L Word nella storia della serie tv, viene spontaneo chiedersi quale sia lo scopo di Generation Q. Negli anni 2000 questa serie - ideata da Ilene Chaiken - si inseriva in un panorama televisivo pieno di tabù, nel quale la diversity non veniva esplorata a dovere. Moltissimi adolescenti si sono sentiti rappresentati da un prodotto come questo, che mostrava l'omosessualità femminile senza imbarazzi o troppi giri di parole. Quello che all'epoca poteva essere considerato da molti un prodotto quasi osceno, oggi verrebbe accolto con meno scandalo e un'apertura mentale decisamente maggiore. Per questo l'annuncio di uno sequel, incentrato sulle vicende di alcuni dei personaggi principali della prima serie e di nuove figure, potrebbe lasciare perplessi. Nel 2020 c'è davvero bisogno di una serie come The L Word: Generation Q? La risposta è sì. Dopo una prima puntata che, per la sua natura introduttiva, si è rivelata un po' piatta (potete leggere la nostra anteprima di The L Word: Generation Q), questo sequel ha assunto un ritmo più dinamico e fresco, bilanciando alla perfezione vecchi personaggi e nuovi, dando prova ben presto di avere tra le mani questioni più sfaccettate di quelle trattate negli anni 2000. La varietà è ciò che ha permesso al prodotto di avere ancora qualcosa da dire, nonostante le sei ricche stagioni che l'hanno preceduto.

In questo nuovo sequel, in onda su Sky Atlantic dall'11 maggio 2020, seguiamo le vicende di Bette (Jennifer Biels), in corsa per il ruolo di sindaco di Los Angeles , Alice (Leisha Hailey), alle prese con il proprio talk show, e Shane (Katherine Moenning) ritornata in città dopo la separazione dalla moglie. Le tre, già personaggi di spicco nella serie degli anni 2000, continuano ad affrontare problemi personali, familiari e lavorativi, affiancate però dalle new entry della serie.

Bette si fa aiutare nella campagna elettorale da Dani (Arienne Núñez), una giovane che fatica a bilanciare il tempo dedicato alla carriera e la relazione con la fidanzata Sophie (Rosanny Zayas), mentre nella crew del talk show di Alice facciamo la conoscenza delle amiche Sophie e Finley (Jacqueline Toboni). Di particolare rilievo anche la vita sentimentale del transgender Micah (Leo Sheng), alle prese con la vita amorosa dopo la transizione.

I numerosi personaggi non impediscono a The L Word: Generation Q di mantenere una certa linearità nella narrazione. Le nuove figure, al contrario, permettono alla serie di tingersi di nuovi colori dell'arcobaleno, includendo altre sfumature dello spettro amoroso rispetto alla serie originale. Ciò che nella prima serie era accennato e affrontato con un atteggiamento non sufficientemente maturo - prima fra tutti la bisessualità di Jenny Schechter - ora trova terreno fertile per una rappresentazione più adeguata di tematiche come la difesa politica della comunità LGBT, il femminismo, il poliamore e molto altro. The L Word si avvicina sempre di più ad un'idea moderna di inclusività, sfruttando le singole vicende dei suoi personaggi per dimostrare che sul fronte della rappresentazione c'è sempre qualcosa di interessante e rilevante da dire.

Volti vecchi e nuovi, tra nostalgia e modernità

Il tentativo di The L Word: Generation Q è quello di rinnovare una serie già di per sé innovativa; di sfruttare il suo enorme successo per inserirla in un contesto moderno, più inclusivo e mentalmente aperto. Il risultato è buono, ma non eccezionale. Si percepisce con forza lo stretto legame con la serie del 2000 ed è l'elemento nostalgia ad attrarre la fetta maggiore di pubblico. Bette, Alice e Shane sono il fulcro di questa prima stagione, quasi inalterate dopo più di dieci anni. I nuovi elementi del cast riescono a conquistare una certa indipendenza con le loro storyline, ma le loro vicende sono piuttosto prevedibili e mai del tutto innovative. Se confrontata con il prodotto originale, Generation Q si mostra certamente meglio realizzata dal punto di vista tecnico, più lineare e narrativamente meno assurda, ma anche meno originale. The L Word aveva il pregio - talvolta il difetto - di mettere in scena situazioni relazionali complesse, fatte di amori, tradimenti, difficoltà e incomprensioni.

La stessa complessità non si registra nel sequel, che sceglie una via meno coraggiosa e più lineare, non fosse per l'inclusione di tematiche LGBT ancora poco esplorate dai media, come il poliamore, ossia la relazione a tre, legittimandolo e riscattandolo da quell'accezione negativa di "adulterio" che ancora appartiene all'opinione pubblica. Il rinnovo già annunciato della serie per una seconda stagione fa però ben sperare. Sebbene Generation Q si sia rivelato più un esperimento discretamente riuscito che un'opera rivoluzionaria, una seconda stagione potrebbe compiere molti passi in avanti a livello di rappresentazione della comunità LGBT in tutte le sue sfumature!

The L Word: Generation Q The L Word: Generation Q conquista lo spettatore che vuole rivedere sullo schermo le eroine di The L Word, soprattutto grazie all'elemento nostalgia. La serie rivoluzionaria del 2000 viene riproposta in un sequel interessante, colorato e simpatico, capace di modulare bene momenti divertenti e istanti più intensi, ma non riesce ad eguagliare la carica innovativa del prodotto originale. Con una narrazione più lineare e colpi di scena meno sconvolgenti, Generation Q mostra poco coraggio. Nonostante questo svolge un ruolo ancora fondamentale nella rappresentazione della comunità LGBT, includendo questioni già ampiamente trattate e altre tuttora poco esplorate; una fra tutte il poliamore.

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