Trust: la recensione della serie di Danny Boyle

Su Sky Atlantic termina Trust, la serie ideata da Danny Boyle sul rapimento di John Paul Getty III. La nostra recensione.

recensione Trust: la recensione della serie di Danny Boyle
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Come si dice, le idee sono nell'aria. Può infatti succedere, ad esempio, che due registi, due autori di blasone, rintanati nelle rispettive camerette della creatività, abbiano a poco tempo di distanza un'illuminazione comune ma indipendente. Per motivi magari diametralmente opposti si soffermano su un argomento, ne vengono attirati, intrigati dall'idea di poterne ricavare qualcosa di buono. E si ritrovano poi a essere irrimediabilmente comparati e accostati, creando sbagliate rivalità. È quanto successo sul finire del 2017 a Ridley Scott e Danny Boyle, che hanno deciso di raccontare un episodio che sconvolse ed appassionò il mondo, il rapimento di Paul Getty III. Scott ne ha tirato fuori Tutti i soldi del mondo, pellicola che ha fatto parlare di sé più per la damnatio memoriae di Kevin Spacey che per la - poca - qualità. Più inaspettata la scelta di Boyle, che decide invece di virare verso la serialità televisiva, prodotta da FX e andata in onda in Italia su Sky Atlantic. Questa, è Trust.

La nuova vecchia storia di Paul

Mettiamo subito in chiaro una cosa: questo non sarà un confronto con il film di Scott. Anche perché l'unica cosa che le due opere hanno in comune è il soggetto di partenza. John Paul Getty III è il nipote del miliardario petroliere John Paul Getty, uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo. Il 10 luglio 1973, il sedicenne Paul viene rapito da esponenti della 'Ndrangheta facendo pervenire al nonno una richiesta di riscatto che non verrà assecondata, per evitare la possibilità di altri sequestri, se non dopo l'arrivo di un orecchio di Paul. Questi sono i fatti, la storia che conoscono tutti, quella dei giornali e delle televisioni; quella concentrata sulla figura distaccata ed implacabile di un ricco insensibile, sulla tragedia, sulla violenza a cui si è dovuto ricorrere per giungere alla parola fine. È una storia di cui si sa tutto, che non necessita di una narrazione didascalica e precisa, ed è quello che Boyle ha intuito dall'inizio. Si parte dal fatto per interpretarlo, si usa la situazione vera per sperimentare, entrare nelle pieghe del non detto, per esplorare le teorie e andare a fondo nei caratteri. L'evento di base rimane lo stesso, ma è infarcito di invenzioni, di rivisitazioni della verità, che non è la cosa che interessa. Si gioca con le voci che volevano il rapimento tutta una messinscena del giovane Paul, per ottenere qualche soldo dal nonno; si esplorano i destini dei rapitori, allestendo un clan mafioso inedito, piccolo, ambizioso. I fatti che tutti conoscevano diventano quindi qualcosa di nuovo, di narrabile oltre la verità, perché si sa come andrà a finire ma non si conosce il percorso per arrivarci.

Il cuore degli uomini

Pur se romanzati, e quindi dal rinnovato interesse, i fatti però non sono il vero motore dell'opera. È prima di tutto infatti una serie di uomini e donne, di madri, di paure, di ambizioni e rimpianti. Il rapimento è importante non tanto per la sua valenza storica, ma per l'impatto che ha sulle persone, sui protagonisti di una pagina buia. Quello che più colpisce è lo spessore della caratterizzazione, di una scrittura capace di donarci personaggi vivi, credibili, sfaccettati. Oltre al fatto che non ci si focalizza e fossilizza, banalmente, sulla figura più facile, quella del magnate. Si va oltre, si arriva al dolore e alla determinazione di una madre, quella Gail Getty, vero cuore di Trust; si esplorano le criticità di un figlio sempre sotto pressione, fagocitato dall'ombra paterna, che allo stesso tempo è un padre assente, irresponsabile. Boyle ci fa guardare la paura dagli occhi incantati di Paul, con la sua spensieratezza dei sedici anni, i riccioli angelicati, la sua innocenza che diventa sempre più terrore della morte. Lo stesso nonno è trattato in maniera inedita, sì con la sua freddezza da uomo d'affari, ma indugiando anche sulla sfera amorosa, gli affetti, i rimpianti e i sensi di colpa. Il contraltare sono gli italiani, i calabresi della 'Ndrangheta che non ci vengono semplicemente mostrati come criminali, ma come uomini, crudeli sì, ma anche disperati, smaniosi di fuggire dalla loro condizione. Questa profondità è valorizzata da un cast eccellente, che dà vita a interpretazioni intense, appassionanti, che riescono a trascinarci nella loro emotività. Donald Sutherland è perfetto nella sua algida ma fragile versione di Getty senior; sorprendente il giovane Harris Dickinson nei panni del nipote. Per non parlare della emotivamente straziante Gail di Hilary Swank, del suo dramma di madre, del suo amore incondizionato. Permetteteci infine un po' di campanilismo per elogiare il versante italiano del cast, dove tra i bravissimi Franceso Colella e Andrea Argangeli svetta un incredibile Luca Marinelli, vero mattatore della serie con il suo Primo.

Visioni psichedeliche

Che Boyle si sia divertito a fare Trust è evidente. Produttore esecutivo della serie e regista in prima persona dei primi due episodi, al suo effettivo esordio nella serialità televisiva Boyle ha voluto giocare con il mezzo, con le possibilità narrative e stilistiche che questo formato per lui inedito poteva offrirgli. Tra piani inclinati, scomposizioni, montaggi frenetici e improvvisi rallentamenti, ogni episodio ha picchi di stile, sempre diversi ma legati da un file comune, e sperimentazioni che vedono protagonista tra gli altri anche il nostro Emanuele Crialese.
In mezzo ai divertimenti visivi che i vari registi provano, non si può ignorare una entusiasmante colonna sonora, che ci riporta immediatamente nel vivo degli anni Settanta tra musica leggera italiana e rock psichedelico. Trust insomma non è una serie che vuole avvicinarsi al cinema per imitarlo, mettersi in scia e soppiantarlo, ma l'espressione della maturità di un linguaggio alternativo, altrettanto valido ma diverso, parallelo.

Trust - Stagione 1 Trust non vuole essere un didascalico racconto su uno dei fatti di cronaca più discusso degli ultimi cinquant'anni. Il rapimento di John Paul Getty III è il pretesto per parlare di uomini e donne, ma anche l'occasione che Boyle ha per giocare con un linguaggio espressivo a lui nuovo e di cui scopre le infinite possibilità.

8.5