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Unorthodox: recensione della nuova miniserie Netflix

La prima miniserie Netflix prevalentemente recitata in Yiddish è un potente racconto di emancipazione e di ricerca di se stessi

Unorthodox: recensione della nuova miniserie Netflix
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Sono infinite le piccole cose che diamo per scontate nel 2020, perché ci accadono tutti i giorni o le vediamo costantemente intorno a noi. Gesti quotidiani come indossare un paio di jeans o mettersi il rossetto, attività banali come indossare un bikini in spiaggia o cantare a squarciagola, conoscenze note anche ai bambini come cosa si può cercare su un motore di ricerca, o che sapore ha il prosciutto. Eppure ancora oggi esistono delle comunità piccole e isolate dove questa normalità non esiste, persino nel cuore dell'America più moderna.

Dentro una di questa, la comunità ebrea chassidica dei Satmar di Williamsburg, un quartiere di New York, è nata e cresciuta Deborah Feldman, che dopo essere scappata all'età di diciannove anni, già sposata e con un figlio, è oggi una intellettuale e scrittrice affermata. La sua autobiografia "Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots" è stata un successo internazionale, ed è servita da ispirazione per la nuova miniserie Netflix in quattro episodi di cui andiamo a parlare: Unorthodox (qui tutte le uscite Netflix di aprile 2020).

Una diciannovenne in una comunità ultra ortodossa

Esther Shapiro, detta Esty, è una ragazza di diciannove anni appartenente alla comunità ultra ortodossa dei Satmar. Il padre è un ubriacone, la madre ha lasciato la famiglia molti anni prima per fuggire in Germania e lei è stata tirata su dalla nonna e dalla zia.

Esty si sente diversa, ama la musica e vorrebbe suonare il piano, attività considerata scandalosa secondo le rigorosissime tradizioni con le quali è stata cresciuta. Nonostante questo si sforza di integrarsi, brama la felicità e il senso di appartenenza che vede tutto intorno a sè, accetta il matrimonio combinato che le viene proposto e ce la mette tutta per trasformarlo in una unione proficua e felice. Dopo un anno di silenzi imbarazzati, di umiliazione e di dolore però Esty non ce la fa più, e scappa in Germania alla ricerca della madre e della propria identità, mentre in America cominciano le ricerche...

Un approccio documentaristico

Unorthodox è la prima serie di Netflix recitata prevalentemente in Yiddish, e la scelta di mantenere la maggior parte dei dialoghi in quella lingua è rappresentativa delle intenzioni degli autori. Gli sceneggiatori Anna Winger, Alexa Karolinski e Daniel Hendler e la regista Maria Schrader hanno affrontato la narrazione come se si trovassero di fronte a un film d'epoca in costume, cercando di ottenere la precisione assoluta anche dei più piccoli particolari della vita degli ebrei ultra ortodossi, dei loro comportamenti e delle loro cerimonie. Abiti, copricapi e acconciature sono stati meticolosamente riprodotti, l'illuminazione del set è stata approntata con taglio documentaristico, tutti gli attori hanno ricevuto istruzioni precise su come parlare, come muoversi, come guardare gli altri.

Una protagonista straordinaria

La regia di Unorthodox cerca di rimanere più neutra possibile, seguendo i suoi personaggi principali senza risultare soverchiante né banale; in questo è senz'altro facilitata da una protagonista straordinaria come Shira Haas. La giovane attrice israeliana dimostra in ogni scena di saper catturare l'attenzione degli spettatori semplicemente accennando un sorriso o muovendo un sopracciglio. Nel suo sguardo si leggono disperazione e meraviglia, dolore e tristezza, vergogna e coraggio: Unorthodox le chiede di mettere il suo corpo al servizio di una storia che non richiedeva troppe parole, e lei si getta nella scena con innocenza e professionalità. Una vera e propria rivelazione.

Non sfigura neppure il resto del cast, fatto di attori relativamente sconosciuti ma tutti perfettamente calati nella parte. Ottimi in particolare il marito Yanky (Amit Rahav) e suo cugino Moishe (Jeff Wilbusch); per quanto riguarda il grandissimo lavoro fatto con il cast consigliamo di guardare alla fine dei quattro episodi anche il breve ma illuminante speciale "Making of Unorthodox" con interviste e immagini dal set.

Sarebbe facile raccontare Unorthodox come la storia di una donna che sfugge a una realtà di maltrattamenti e conquista la libertà, ma sarebbe banalizzare una storia che racconta molto di più.

C'è molto rispetto nel non rappresentare i Satmar come una comunità barbara e arretrata, c'è una sensibilità non comune che descrive Yanky non come il classico orco ma come una persona fragile, anche lui uno sconfitto, c'è la volontà di andare oltre gli stereotipi e raccontare una storia universale. Quella di Esty non è una fuga da qualcosa, ma un viaggio verso se stessa. È la ricerca della felicità, è il desiderio di affermazione, è un emozionante scoperta della propria identità.

Unorthodox C'è qualche momento più forzato nei quattro episodi che compongono la nuova miniserie Netflix, ci sono passaggi meno riusciti e momenti di simbolismo troppo evidente. Ma questi difetti scompaiono di fronte a scene potenti come il bagno al lago o a momenti di intensità insostenibile come i silenzi tra i due sposi nel bel mezzo del matrimonio. Unorthodox è una storia di emancipazione assolutamente necessaria anche per chi si sente libero, e ci ha fatto scoprire una protagonista straordinaria. Da vedere.

8.2