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Venne dal Freddo Recensione: la nuova serie spionistica di Netflix convince

Spie, segreti, inganni e un po' di fantascienza... La serie tv Venne dal Freddo sta per arrivare su Netflix, ma come sarà?

Venne dal Freddo Recensione: la nuova serie spionistica di Netflix convince
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Russia, Spagna e Stati Uniti fanno da teatro alla nuova serie spionistica di Netflix con protagonista Margarita Levieva (Revenge, The Deuce), Venne dal Freddo, in arrivo il 28 gennaio sulla piattaforma streaming (gustatevi qui il trailer di Venne dal Freddo e non dimenticate di dare un'occhiata alle nuove serie Netflix di febbraio 2022). Lo show guidato dal produttore di Supernatural e Cold Case Adam Glass segue le vicende di una ex-spia russa convinta di essersi lasciata alle spalle il suo passato violento e pieno di segreti. Passato che, tuttavia, tornerà a farsi presente quando un agente della CIA, Chauncey (Cillian Sullivan), la preleverà dalla sua attuale vita da insospettabile madre di famiglia e le chiederà di tornare in azione per sventare i piani di una misteriosa e pericolosa organizzazione.

Lo spionaggio secondo Netflix

Ai titoli di spionaggio Netflix si aggiungerà quindi a breve anche Venne dal Freddo, la storia di Jenny Franklin, madre single residente nel New Jersey e da poco divorziata che decide di accompagnare la figlia Becca (Lydia Fleming) in Spagna per una competizione di pattinaggio sul ghiaccio.

Ma Jenny, il cui vero nome è in realtà Anya Petrova, verrà nuovamente catapultata nel mondo di spie, segreti e misteri da cui proviene, e che man mano impariamo a conoscere anche noi nel corso di 8 episodi da 50 minuti.
Venne dal Freddo è uno show che guarda chiaramente ai suoi predecessori di genere (sullo schermo e non solo) come Nikita o all'eroina della Marvel Black Widow, ma che cerca di fare suo ciò che sta portando sullo schermo e proseguire per la propria strada. Raccontata seguendo due filoni narrativi, quello presente e quello passato, e utilizzando una struttura molto simile a quella, ad esempio, delle prime stagioni Arrow, in cui i flashback adempiono al doppio compito di informare gli spettatori di ciò che è stato e influenzare ciò che invece vediamo accadere al momento; la storia è un misto di dramma e azione, ai quali si aggiunge un tocco di fantascienza.

La nostra protagonista, infatti, possiede delle abilità particolari che le sono state e le saranno d'aiuto nel suo compito, ma che non sono prive di limitazioni ed effetti collaterali. Parte dell'attrattiva dello show sarà dunque anche scoprire il come e il perché di questi poteri, sebbene il mistero della loro provenienza non monopolizzerà l'attenzione tanto quanto quello del loro utilizzo e di come questo potrà avere conseguenze sugli eventi presenti.

Cosa funziona, e cosa no

Una premessa interessante, quindi, che viene portata avanti con vari gradi di successo. La scelta di affidare la regia dei diversi episodi a un gruppo selezionato e piuttosto eterogeneo di filmmaker (Ami Canaan Mann, Daniel Calparsoro, Paco Cabezas e Birgitte Stærmose, ciascuno alla guida di due puntate) offre solo una parziale continuità, in quanto alcune visioni creative appaiono più forti e chiare, e fanno un uso più saggio del materiale e delle convenzioni narrative.

I flashback stessi, d'altronde, si rivelano di efficacia altalenante, a volte contribuendo in modo positivo alla storia e aiutando a scandirne il ritmo, altre sbilanciandone il flow. Le scene d'azione potrebbero essere meglio gestite in alcuni momenti in cui le coreografie sono un po' troppo sbrigative, e non sempre la sospensione dell'incredulità richiesta allo spettatore può ritenersi giustificata. Anche la costruzione dei personaggi, inoltre, risulta più o meno fortunata a seconda dei casi: funziona la protagonista e funzionano i suoi comprimari, per quanto cliché possano sembrare nei loro ruoli (l'agente i cui veri obiettivi e reali motivazioni sono ancora tutti da comprendere e valutare; quello che in inglese viene definito "the man in the chair", "l'uomo sulla sedia", ovvero l'hacker, l'esperto di tecnologia indispensabile in questo tipo di missioni; la mente a capo di tutto, la vera minaccia per gli eroi della storia).

In alcune istanze è comunque evidente come non si ottenga l'effetto sperato (dovrebbe importarci qualcosa di Becca, dopotutto, eppure arrivati alla fine, è probabilmente il personaggio la cui sorte ci è più indifferente). Sul piano degli avvenimenti, infine si può sintetizzare affermando che ne succedono davvero tante nella prima stagione di Venne dal Freddo, e il finale non perde l'occasione di lasciarci con una promessa: c'è ancora molto da scoprire.

Venne dal Freddo Un po’ Nikita, un po’ Black Widow, e forse anche un po’ Alias, ma non dimenticandosi di aggiungervi del suo, Venne dal Freddo trae ispirazione da molte opere del genere spionistico per costruire un intreccio che, seppur non sempre convincente nella sua esecuzione, non viene mai meno al suo obiettivo principale, quello di incuriosire e intrattenere lo spettatore. Se ciò basterà a far guadagnare una seconda stagione alla serie, tuttavia, sarà solo a discrezione di Netflix sulla base del riscontro tra gli abbonati.

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