Vikings 5X19: le armi della fede

Il diciannovesimo episodio di questa quinta stagione regala numerose sorprese allo spettatore, tra violenti duelli e piacevoli ricordi

recensione Vikings 5X19: le armi della fede
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Intrighi, congiure e violenze hanno accompagnato un viaggio durato nove episodi e destinato a concludersi con uno scontro tanto importante quanto lungamente atteso dal pubblico. La decima puntata di Vikings segnerà al tempo stesso l'epilogo della prima stagione priva del carismatico personaggio interpretato da Travis Fimmel, simbolica prova del nove per una serie che nel recente passato ha dimostrato più e più volte di soffrirne la mancanza. Tra assenze annunciate e problematiche inedite prende forma questo diciannovesimo episodio, che alterna parentesi dimenticabili a momenti di rara bellezza, distaccandosi però dalla confusa processione di personaggi che ha caratterizzato la corrente stagione e concentrandosi invece sui protagonisti fondamentali della propria storia. Vikings torna così verso la semplicità che l'aveva contraddistinta nelle sue prime iterazioni, introducendo con successo un season finale che si prospetta essere particolarmente interessante.

Una storia in frammenti

Nella recensione della precedente puntata avevamo segnalato un'eccessiva frammentazione della narrazione. Una frammentazione che, in corrispondenza degli episodi meno corposi da un punto di vista strettamente contenutistico, si era fatta palese, evidente. Quasi si trattasse di un artifizio destinato semplicemente a infondere un maggiore ritmo alla progressione degli eventi. "What happens in the cave", diciannovesimo episodio di questa quinta stagione, non sfugge a simili problematiche, scandito anch'esso, soprattutto nelle proprie fasi iniziali, da un montaggio tanto rivedibile quanto eterogeneo. La narrazione tuttavia, disgregata in brevi e coincise sequenze, si fa più coesa con il progredire dell'episodio, sballottando con sempre meno violenza lo spettatore dalla familiare Kattegat alle inospitali terre islandesi. Il disorientamento dello spettatore, figlio non solo di un continuo e faticoso alternarsi delle ambientazioni ma anche di uno sviluppo temporale difficile da inquadrare con chiarezza, individua come proprio palliativo un rinnovato focus verso particolari personaggi, destinati a indirizzare con le loro gesta il fato di quest'intera stagione.

Ubba! Ubba! Ubba!

Proprio in tal senso, a trarre maggior vantaggio da una sempre più flebile dispersività dell'episodio è sicuramente Ubbe. Abbandonato definitivamente il ruolo di secondo piano a lui conferito nei momenti immediatamente successivi alla morte di Ragnar, egli ha conquistato con il progredire della narrazione una posizione di primaria importanza.

La lotta verso il raggiungimento del sogno a lungo coltivato dal padre e l'eccellente interpretazione di Jordan Patrick Smith rappresentano una sorta di anello di congiunzione con il carisma e l'eccentricità del personaggio simbolo dell'intera serie.
Una scelta che, pur rischiando di poter apparire come fortemente derivativa, alimentata dalla sicurezza dell'amore nutrito dal pubblico nei confronti di Ragnar, dipende in prima istanza da una scrittura del personaggio che si è fatta sempre più attenta e certosina con il passare del tempo.

Aethelstan, sei tu?

Ubbe stesso sembra a tratti poter essere la prova lampante dello squilibrio qualitativo che sembra differenziare la gestione dei vari protagonisti. Un'instabilità che non affligge solamente i soggetti di secondo piano, ma che anche in casi come quello di Ivar, di Floki e di Hvitserk alterna momenti di grande scrittura a parentesi fin troppo banali e macchiettistiche. Sono proprio queste parentesi a inficiare la crescita di personaggi fino ad allora interessanti e carismatici, appiattendone l'evoluzione e ancorandoli a stereotipi semplicistici.
A partire dalla morte di Ragnar, si è avvertita la mancanza di una presenza carismatica all'interno dell'economia del racconto. Una posizione inizialmente ricopera dal personaggio di Ivar (diviso tra il genio mutuato dal padre e la rabbia incontenibile che il proprio desiderio di rivalsa contribuiva ad alimentare) ma lasciata vacante in numerose occasioni anche a causa del confuso turbinio di personaggi orchestrato da Michael Hirst. Proprio alla luce di questa complessità, non può non sorprendere e meravigliare il ritorno a una scrittura più semplice e mirata, nonché fortemente citazionistica. Questo diciannovesimo episodio, conscio forse dei limiti dei propri predecessori, si diverte a stuzzicare i ricordi del pubblico, portandolo a rivivere alcune delle situazioni che hanno reso indimenticabili le prime stagioni della serie e accompagnandolo, con un rinnovato sottotesto religioso, verso il ricordo di personaggi sicuramente mai dimenticati.

Vikings - Stagione 5 "What happens in the cave" è la necessaria riprova su come ancora non sia del tutto impossibile il ritorno agli antichi fasti per una serie incredibilmente amata nei suoi primi anni di vita. Al tempo stesso è però anche la conferma di una scrittura stanca e ripetitiva, che banalizza e sfrutta malamente molti degli spunti offerti dai personaggi. Una dualità che disorienta ripetutamente lo spettatore, sbalzandolo tra duelli ansiogeni e noiose parentesi narrative. Un episodio ci separa non solo dalla conclusione di questa stagione, ma da un vero e proprio punto di svolta per il futuro di Vikings che ci permetterà di capire se, forse, non fosse già tutto finito con l'ultimo respiro fuggito dalla bocca di Ragnar Lothbrok.

7