Vikings 6: recensione di una conclusione efficace e simbolica

La conclusione di Vikings è piacevolmente inaspettata, ricca di simboli e squisitamente drammatica, a parte un dettaglio non da poco.

Vikings 6: recensione di una conclusione efficace e simbolica
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È la fine della corsa per Vikings ed in fondo era giusto così. Si sentiva la necessità di dover chiudere una volta per tutte, dopo aver esplorato quasi ogni possibile percorso. E che percorso è stato, uno di quelli che volente o nolente hanno cambiato il panorama seriale e dato il via ad una sorta di rinascimento irresistibile per il mondo vichingo di cui ancora non si vede la fine.

Gli ultimi 10 episodi di Vikings - rilasciati interamente su Timvision lo scorso 30 dicembre - vanno tuttavia contestualizzati: non è presente un vero e proprio arco narrativo dominante, non c'è una direzione precisa, ma al contrario della prima parte della sesta stagione ora si sente che un simile espediente è voluto. Un dettaglio che provoca tutta la differenza - a tratti abissale - di qualità tra i due tronconi conclusivi.

È un finale perfetto? No, ma per molti versi è memorabile, sentito, squisitamente drammatico, stracolmo di tematiche - la fine di un'epoca, lo scontro culturale con il cristianesimo, la voglia disperata di capire il proprio destino - cui viene data finalmente giustizia. A parte per un singolo ed ingombrante dettaglio.

You still claim to be Vikings

Una tranche di puntate suddivisa in 3 differenti storyline: innanzitutto le conseguenze - estremamente differenti - della spedizione russa in Scandinavia, da un lato con Ivar (Alex Hogh Andersen) e Hvitserk (Marco Ilso) alle prese con la situazione politica sempre più delicata a Kiev e dall'altro più incentrato sul futuro stesso di Kattegat e le personalità ad esso legate a doppio filo; infine le esplorazioni via via più coraggiose, estreme e resilienti di Ubbe (Jordan Patrick Smith), ormai ossessionato dalla voglia di seguire il desiderio del padre di scoprire terre lontane, una nuova vita per un popolo intero.

Nessuna storyline domina sulle altre in modo palese ed inizialmente è una situazione che causa un certo sconforto, un dejavù poco piacevole. Per quanto rimanessero i lati positivi evidenziati nella nostra anteprima, la sensazione era che Vikings si stesse ancora una volta accartocciando su se stesso in un continuo rimandare avvenimenti, plot twist, rese dei conti. Ma ecco perché in apertura abbiamo sottolineato che la chiusura brillante ideata da Michael Hirst va contestualizzata, non essendo di natura particolarmente narrativa.

È più che altro un meraviglioso crescendo tematico e simbolico incentrato su un singolo aspetto cardine: il destino dei figli di Ragnar. La stagione non è altro che il momento in cui Ubbe, Hvitserk e Ivar, dopo decine e centinaia di peripezie, si scontrano con la fatidica domanda che pesa da sempre sulle loro vite, fin da quando erano infanti e giocavano insieme nel cortile davanti alla sala grande di Kattegat. Cosa vuol dire essere figli del più grande eroe che il proprio popolo ha mai visto?

Quali responsabilità immani comporta? Bisogna per forza credere di avere un destino speciale, di dover fare qualcosa di straordinario prima di essere accolti nel Valhalla? E in tal caso, cosa nello specifico? L'annosa questione del "Cosa devo fare della mia vita?" in pratica, ma su una scala molto più colossale e forse insostenibile per chiunque. Ognuno di loro raggiunge questo spartiacque, spesso in un abisso di disperazione e sconforto, racchiuso in alcuni monologhi e dialoghi dalla profondità straordinaria.

Then act like Vikings!

La risposta è, stranamente ma alla fine neanche tanto, comune: siamo vichinghi e ciò comporta obblighi, tradizioni, un orgoglio da mantenere. Siamo vichinghi, quindi dobbiamo finire ciò che Ragnar ha iniziato; siamo vichinghi, quindi dobbiamo esplorare, espanderci e portare Odino dove non ha mai osato mettere piede; siamo vichinghi, quindi dobbiamo onorare la nostra famiglia fino all'ultimo respiro, costi quel che costi. Un'ultima e magistrale celebrazione di un popolo straordinario capace di segnare secoli interi della storia dell'umanità, mostrata attraverso il suo crepuscolo e la rabbiosa resistenza alla fine di un'epoca, la morte degli eroi imponenti e l'inarrestabile avanzata del Dio cristiano.

C'è magari un'eccesiva enfasi sul fatto che sia la fine, fin troppi personaggi lo esplicitano chiaramente e non sempre in maniere coerenti al contesto, con un risultato piuttosto grossolano in certi - seppur pochi - momenti. Hirst si è in effetti lasciato un po' trascinare in questi tranelli che nel 2021 risultano ormai obsoleti ed evitabili, ma fortunatamente non rovinano neanche un po' l'atmosfera coinvolgente e struggente architettata dallo showrunner.

Tuttavia, nulla di ciò si applica alla storyline di Kattegat. Le vicende di Ubbe e la ricerca di senso da parte di Ivar e Hvitserk sono archi elegantemente studiati, drammatici al punto giusto, ben ritmati e con significative sorprese sul versante estetico-simbolico - con alcune vette a dir poco sensazionali per impatto scenico ed emotivo. Gli eventi di Kattegat semplicemente non hanno questa cura, poiché non hanno personaggi abbastanza forti e carismatici da alzare il coinvolgimento emotivo. E alla fine si riduce tutto in un andamento sterile, privo di mordente, prevedibile e specialmente senza alcun tipo di conseguenza sul resto.

Una storyline talmente debole, secondaria e superflua da scomparire quasi totalmente nelle puntate conclusive, se non per brevissime scene casuali e ridondanti. Quello di Vikings allora non è un finale perfetto: troppo compassato nelle fasi iniziali, privo di cura in - pochi - momenti e con una storyline - su tre - tutt'altro che convincente. L'altro lato della medaglia è, però, una meraviglia inaspettata, finalmente capace di sorprendere e aprire orizzonti inediti, di rielaborare ancora una volta una cultura senza eguali e gli stessi stilemi che hanno reso imprescindibile questa serie per gli amanti dei telefilm storici.

Vikings - Stagione 6 Vikings non si è presentato a questa sua ultima tornata di episodi al massimo della forma. O almeno, dopo la prima parte della sesta stagione, aveva dimostrato di avere ancora forza e carisma da vendere quasi solo nel midseason finale, in seguito a troppi alti e bassi. E non potremmo essere più contenti nel riferire che era solo una brutta sensazione, perché Vikings aveva ancora molto da dire e lo ha fatto con un finale atipico. Una chiusura che non segue una precisa linea narrativa, bensì piuttosto incentrata su un tema essenziale: il destino dei figli di Ragnar. Il risultato è una chiusura potente, meravigliosamente drammatica e sentita, capace di sorprendere sul versante estetico, di creare un'atmosfera da fine di un'epoca mai cosi tangibile e crepuscolare, di proporre dialoghi e monologhi dalla profondità insperata. Unico problema: su tre storyline principali, questi propositi riescono soltanto in due, lasciando la terza in un oblio di delusioni e rimpianti. Una macchia che rappresenta forse ciò che non ha funzionato in Vikings negli ultimi anni, fortunatamente superata in larga misura dalla bontà delle altre vicende.

7.5