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Vikings Valhalla Recensione: una ripartenza riuscita a metà su Netflix

Valhalla è un'interessante prosieguo di Vikings, con personaggi carismatici e idee intriganti, ma inciampa nella seconda metà di stagione.

Vikings Valhalla Recensione: una ripartenza riuscita a metà su Netflix
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La domanda che ci stiamo ponendo, fin dall'istante in cui abbiamo concluso la nostra visione in anteprima di Vikings: Valhalla, è: si può davvero definire una ripartenza? E la risposta non è affatto banale, poiché tanti fattori ci spingerebbero verso una risposta negativa. D'altronde perché mai il nuovo show Netflix in arrivo il prossimo 25 febbraio tra le serie Netflix di febbraio 2022 avrebbe dovuto reinventare la ruota? Specialmente se la ruota di cui metaforicamente parliamo è una delle produzioni storiche di maggior successo degli ultimi decenni. Ne nasce quindi in automatico un prodotto in stretta continuità, anche se ambientato un secolo dopo la serie originale, nel bene e nel male, con pregi e difetti molto simili a quelli cui i fan sono abituati da anni.

Con ciò tuttavia non vogliamo negare quanto Valhalla abbia tentato di rinfrescare il materiale dominato per sei lunghe stagioni dalla penna di Michael Hirst, inquadrando delle dinamiche ben note con una sensibilità e delle tempistiche molto diverse. Per la prima parte di stagione è un gioco che funziona, gestito in maniera brillante e chirurgico nell'allargare pian piano le maglie della narrazione, intrecciate finemente con una storia più intima di vendetta e gloria. Poi. però, qualcosa si rompe e, probabilmente complice anche il fatto che alla fine dei conti sia passato poco più di anno dal finale di Vikings (qui potete recuperare la nostra recensione di Vikings 6), si ricade in schemi prevedibili e raffermi che ignorano i protagonisti dell'epopea fino a quel momento.

Due groenlandesi

Valhalla prende il via, con un certo impatto, dal famoso massacro del giorno di San Brizio, ovvero l'uccisione di tutti i vichinghi presenti nel Regno d'Inghilterra il 13 Novembre 1002 ordinato da Re Aethelred II (Bosco Hogan). L'orgogliosa risposta di un intero popolo non si fece attendere e, pur tra le difficoltà di un mondo nordico ormai diviso e in guerra civile tra cristiani e pagani, il regnante Canuto (Bradley Freegard) riesce insperatamente a mettere insieme un'imponente armata, sulle orme di quanto fecero i figli di Ragnar per vendicare la morte del loro leggendario padre. Sullo sfondo di questi avvenimenti conosciamo i veri protagonisti della serie, Leif (Sam Corlett) e sua sorella Freydis (Frida Gustavsson), due groenlandesi giunti a Kattegat con un solo scopo: vendicarsi di un cristiano che non solo ha abusato di Freydis, ma le ha anche segnato per sempre il corpo incidendo sulla sua schiena una croce, un'onta che non andrà mai via per una pagana convinta e fedele.

La diversità di Valhalla, in questo incipit, è oltremodo evidente, da ricercare non negli eventi in sé - diciamoci la verità, chi si aspettava realmente una trama innovativa e ricca di scenari mai visti prima? - bensì nella loro gestione, poiché Hirst aveva uno stile molto chiaro su come inserire in un tessuto narrativo dei nuovi elementi. Era una scrittura decisa e rapida, tesa a mettere in evidenza quanto più in fretta possibile, spesso anche nel modo più roboante possibile, le peculiarità di un personaggio o una guerra, mentre lo spin-off curato da Jeb Stuart ha un andamento più lento e calmo, dove le situazioni emergono con molta più naturalezza e il carisma si intravede più in momenti di passaggio che in scene costruite ad hoc.

Ma a stupire sinceramente è l'inevitabile ingrandimento progressivo della trama, seppur flemmatico e costante: si parte da una piccola vicenda personale di due stranieri groenlandesi che per la prima volta mettono piede in Norvegia, in uno straordinario porto commerciale come Kattegat, e da qui tutto si spiega e si distende. Si viene quasi iniziati, per usare un gergo un po' esoterico, alla guida di Canuto, alle posizioni esasperanti di Olaf (Johannes Haukur Johannesson) riguardo la necessità di una conversione di massa al Cristianesimo, alla subdola voglia di potere e non solo di Harald (Leo Suter) e a come i nostri protagonisti finiscano per essere intrappolati in questa rete di rivincita, gloria e disturbanti scontri ideologici.

Un punto di vista cruciale, in quanto sia Leif che Freydis non sanno né comprendono nulla inizialmente di tali dinamiche, abituati ad una vita molto più semplice, contadina e "noiosa". È a tutti gli effetti un occhio privilegiato, che elimina qualunque paura si possa avere di approcciare Valhalla senza aver visto Vikings e dà quantomeno un senso o una parvenza di ripartenza, di una nuova epopea pronta ad accompagnarci per anni. E appena ci si è adagiati su quell'equilibrio, ecco che fratello e sorella sono obbligati e separarsi e si parte per l'Inghilterra, dove di nuovo il contesto e il suo delicato ecosistema vengono esplorati ed esposti man mano, tramite una gestione dei ritmi eccellente.

Vecchi fantasmi e nuove speranze

È la seconda metà di stagione che invece cambia registro inspiegabilmente e fa riaffiorare i vecchi fantasmi di alcuni dei meno riusciti archi di Vikings. A dominare sono infatti dei sottili giochi politici fatti di alleanze effimere e tradimenti all'ordine del giorno, qualcosa che i fan di lungo corso riconoscono lontano un miglio. Non è però questo in sé il problema, perché altrimenti lo stesso ed identico discorso varrebbe anche per l'ennesima invasione dell'Inghilterra e dei suoi vari regni; se Valhalla aveva gestito una rinnovata guerra di vendetta sul suolo inglese con una finezza e uno sguardo che differivano molto, non si capisce perché la stessa operazione non sia stata compiuta o almeno tentata in questa storyline. Anzi, Vikings aveva perlomeno avuto l'intuizione di condensare una successione di cosi tanti piccoli passaggi di mano in poco tempo, proprio per la loro importanza relativa e l'assenza dei protagonisti e delle figure più di spicco, visto che in fondo per il quadro generale contava più che altro il punto di arrivo.

Valhalla no, spende parti consistenti delle puntate a mostrarci un gioco politico di intrecci fine a se stesso e a volte un po' ridicolo per come gli schieramenti mutano continuamente membri, obiettivi, interessi. Fortunatamente non mancano neanche qui delle personalità intriganti, in particolar modo la statuaria regina Emma (Laura Berlin) e il nobile decaduto Godwin (David Oakes), ma non basta per ridare completamente vita a momenti scialbi e presto ripetitivi. Se non si ha il tempo di sviluppare interesse in questi personaggi, a parte pochissime eccezioni, le loro sorti rivestono di conseguenza ben poca importanza.

La vera luce della seconda parte di stagione è rappresentata invece dall'odissea personale di Freydis, un viaggio nei luoghi sacri del culto di Odino che si intreccia con il fanatismo religioso dei vichinghi cristiani, capace di raggiungere vette insostenibili di violenza ingiustificata. Già di suo è una divisione intrigante, come se Leif e Freydis si fossero dati il cambio per stare sotto le luci della ribalta - scambio che avremmo preferito in una forma più naturale e meno netta e troncata, ma ha un suo senso a livello di narrativa. E nonostante permanga sempre la fastidiosa sensazione di binari molto più tradizionali, in primis dovuto alle evocative messe in scena di alcuni riti religiosi, rispetto alla folgorante invasione, è una storyline piacevole e movimentata enormemente dalla presenza di un villain straordinario e delirante.

Insomma, come un primo capitolo di un lungo libro Vikings: Valhalla svolge discretamente il suo dovere, con numerosi e forse troppi alti e bassi, ma pone - nell'abusato schema Netflix - delle basi di tutto rispetto. A farci, infine, storcere un po' il naso è la sensazione low budget che fuoriesce in alcuni momenti e scontri: a parte le due grandi battaglie decisive e indirizzanti, il resto ci è sembrato sottotono, con inquadrature e un montaggio discutibili.

Valhalla Vikings: Valhalla è una ripartenza interessante, che trova una sua dimensione sia rimanendo in stretta continuità con la serie madre sia cercando - e in buona parte riuscendo - a esplorare nuove strade, o almeno nuovi modi di raccontare lo stesso materiale di base. La prima parte di stagione, infatti, è un piccolo gioiello di narrazione che parte in piccolo - l'arrivo di due bizzarri groenlandesi a Kattegat - e pian piano si sviluppa sempre con i tempi giusti, presentando nuove situazioni e nuovi personaggi con impeccabile tempismo. Appena vi è la sensazione di adagiarsi su una certa situazione, ecco che Valhalla puntualmente avanza e introduce altri elementi, in una narrativa crescente davvero sviluppata e gestita in modo eccellente. È la seconda parte di stagione che rompe il gioco e si indirizza su binari un po' troppo tradizionali. Se perlomeno la vicenda di Freydis, pur non facendo urlare al miracolo, ha un ben preciso ruolo narrativo e tematico ed è movimentata dalla presenza di un villain straordinario, le situazioni inglesi, tra continui giochi politici sempre uguali a se stessi nonostante gli stravolgimenti, rappresentano momenti stanchi e ripetitivi - un retrogusto ulteriormente accentuato dalla mancanza dei veri protagonisti della serie. Insomma, Valhalla, pur con troppi alti e bassi, ha svolto il suo dovere in questo primo capitolo.

6.5