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Vincenzo Recensione: un sorprendente e straordinario k-drama su Netflix

Vincenzo è un k-drama insolito, profondo e coinvolgente, addirittura straordinario per come trasforma potenziali difetti in punti di forza.

Vincenzo Recensione: un sorprendente e straordinario k-drama su Netflix
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Le uscite Netflix di agosto sono alle porte, ma Vincenzo è indubbiamente una delle creature più strane che potreste avere piacere di vedere quest'anno a catalogo. E vogliamo essere chiari già in apertura, da noi questo insolito k-drama è consigliato e raccomandato caldamente, grazie al suo incredibile gruppo di personaggi ed una trama che, per quanto piuttosto lineare, riesce a portare su schermo delle conseguenze inattese ed intriganti, nonché a tratti decisamente cupe. Ma è anche un prodotto che un po' ci tocca e ci riguarda, in quanto il protagonista è un coreano cresciuto in Italia, le prime sequenze sono ambientate proprio nel Belpaese.

Un aspetto che per certi versi farà storcere il naso a qualche purista: d'altronde per un singolo ruolo non ci si poteva aspettare una cadenza perfetta dal pur sempre ottimo Song Joong-ki, oltretutto in una lingua che per i coreani è particolarmente ostica da pronunciare. A parte queste considerazioni "patriottiche", Vincenzo si è rivelato una delle più gradevoli sorprese recenti su Netflix, appassionante e, consapevole della sua qualità, capace di mescolare numerosi generi, cui dona una ben precisa impronta.

Questo edificio è mio

Come prevedibile, la serie è incentrato sull'omonimo protagonista, Vincenzo Cassano (Song Joong-ki, su Netflix già protagonista ad esempio del colossale Arthdal Chronicles e che abbiamo già avuto modo di incontrare nella nostra recensione di Space Sweepers), un coreano adottato fin da piccolo da una coppia italiana ed entrato poi come un vero e proprio figliol prodigo tra le cure di una famiglia mafiosa, divenendone avvocato e consigliere. Ritenuti conclusi, con una certa brutalità, i suoi affari in Italia, decide di far ritorno in Corea con l'obiettivo di demolire un palazzo, al cui interno è nascosto un ingente bottino in lingotti d'oro.

Dovrà purtroppo scontrarsi con gli inquilini e soprattutto con il temibile Babel Group, un'enorme quanto corrotta compagnia interessata a prendere possesso dello stesso palazzo, curiosamente per tutt'altri motivi. E inizialmente Vincenzo, seppur con una certa efferatezza, assume le riconoscibili sembianze di un legal drama: il Babel Group ha ottenuto illegalmente controllo dell'edificio e, con l'aiuto di uno studio legale locale, il nostro protagonista si pone come primo compito quello di dimostrare in corte tali crimini. Ma poi la serie prenderà direzioni molto differenti, da un crime drama ad un thriller dalle tinte fortemente politiche, seppur mantenendo sempre lo sfondo legale, per così dire.

La qualità straordinaria di Vincenzo, già anticipata in apertura, è il conferire a ciascuno di questi generi un marchio distintivo e riconoscibile, una fondamentale continuità nella varietà che permette agli eventi di avere un comune denominatore e di conseguenza una narrativa fluida, mai spezzata in tronconi non comunicanti. E, come in ogni k-drama, in tal senso un ruolo essenziale viene svolto dai personaggi: essendo un genere che fa molto affidamento sulla caratterizzazione dei suoi attori principali e i loro rapporti, è complicato - se non impossibile - entrare in sintonia con un k-drama senza amare profondamente i protagonisti.

Vincenzo qui non sbaglia un colpo e il gruppo che si viene a creare a Geumga Plaza è semplicemente meraviglioso e continuamente sorprendente, pronto con numerosi ed improvvisi plot twist a cambiare le carte in tavola. Nei drammi coreani, infatti, vi è la tendenza a lasciare poco o nulla al caso e soprattutto a dare ad ogni personaggio una backstory, che cela qualche aspetto non immediatamente visibile o comprensibile. Da questo punto di vista Vincenzo è un'eccezionale sublimazione di simili trovate narrative, che nascondono molti pericoli.

Il rimorso è la peggior punizione

Non è facile gestire tante backstory, poiché si corre il rischio di creare incongruenze e buchi di trama, sul motivo per cui ad esempio quel personaggio non si è rivelato o non ha usato certi strumenti o abilità prima. Vincenzo, invece, tratta i suoi protagonisti alla perfezione e con un adorabile mix tra dramma e comicità, a volte sfociante persino in un pizzico di black humour. Sorge, però, una questione spinosa: similmente a Dexter, lo spettatore è portato ad empatizzare per un individuo non proprio positivo, e il signor Cassano è e rimane un mafioso convinto con tutto ciò che ne deriva.

La strategia è chiara e prevede di mettere di fronte ad un villain una minaccia ancora più macabra, ripugnante ed imperturbabile al cospetto della sofferenza umana - e il Babel Group è esattamente ciò, nauseante e riprovevole in tutto, impersonato al massimo nella figura del suo leader, un villain tanto riuscito quanto disturbante. Tuttavia l'altra faccia della medaglia è dimenticarsi della ferocia del protagonista solo per l'avversario che affronta e nelle prime puntate la trappola è tangibile, sembra davvero esserci una sorta di limitazione ed attenuazione del fenomeno mafioso.

Eppure anche qui Vincenzo svolge un lavoro da maestro: è vero, il protagonista si addolcisce un po' grazie al contesto che lo ha accolto e a dei nuovi affetti, ma fino alla fine rimane un sanguinoso criminale privo di scrupoli. Non c'è nessuna espiazione, nessuno arco di redenzione, nessun dubbio o rimorso sulle sue scelte di vita, solo il voler aiutare delle persone buone ed innocenti contro un male peggiore che non si pone limiti né regole e da cui lui comunque vuole trarne un lauto tornaconto personale. Può sembrare banale, però la migliore descrizione di Vincenzo è appunto la panoramica di tutti gli errori - narrativi e tematici - che avrebbe potuto commettere e la prodigiosa escalation di toni, suspense, eventi e confronti da pelle d'oca che cancellano ogni riserva e dubbio.

C'è solo un elemento potenzialmente divisivo in questo eccellente k-drama, ovvero gli assurdi escamotage che ogni tanto fanno capolino. E uno in particolare vi lascerà esterrefatti. Sono momenti talmente bizzarri e fuori da qualunque logica che metteranno a dura prova uno spettatore non abituato a questa parte dell'umorismo coreano, ben lungi dall'essere sottile. Ma mentiremo se vi dicessimo che non li abbiamo adorati dal primo all'ultimo.

Vincenzo Vincenzo è, in poche parole, un k-drama straordinario e una delle migliori produzioni di questo 2021 ancora un po' avaro di soddisfazioni. È un prodotto che paradossalmente sarebbe potuto incappare in una sequela quasi infinita di errori e difetti: backstories dei protagonisti incoerenti con conseguenti e grossolani buchi di trama, attenuazione del fenomeno mafioso, archi di redenzione superficiali e buonisti, villain crudeli solo per fare da contrasto ad un protagonista tutt'altro che positivo e simili. Invece Vincenzo, dal primo all'ultimo episodio, ha gestito tutte queste problematiche da maestro ed anzi le ha rese i suoi punti di forza più convincenti. Il gruppo di protagonisti è semplicemente meraviglioso e sorprendente, Vincenzo resta fino alla fine un convinto e sanguinoso criminale con giusto un minimo di addolcimento, il villain è affascinante quanto disturbante. In pratica è una serie che prende tutti i dubbi e li annichilisce, sfornando una continua escalation - forse giusto un po' troppo lunga visto le 20 puntate da quasi un'ora e mezza ciascuna - di eventi, suspense e colpi di scena. Una visione immancabile.

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