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Wanna Recensione: la serie su Wanna Marchi e Stefania Nobile su Netflix

Dagli inizi sconosciuti fino al processo pubblico in TV: quattro puntate per (ri)scoprire una grande truffa tutta italiana.

Wanna Recensione: la serie su Wanna Marchi e Stefania Nobile su Netflix
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A ridosso dell'uscita di Wanda nel catalogo Netflix di settembre 2022, viene annunciato l'inizio delle riprese di Avetrana - Qui non è Hollywood, show che ripercorrerà gli eventi dell'omicidio di Sarah Scazzi. Un flusso di notizie che ha scosso fin da subito l'opinione pubblica, portata a interrogarsi sull'effettiva moralità attorno alla produzione di prodotti che se è indubbio che cerchino di inquadrare pezzi della nostra storia italiana, sembra difficile non focalizzarli anche come potenziali speculazioni su cui salire a bordo per un ritorno di visibilità e risonanza. Un genere di fatti legati al dolore delle persone che sembra sia oramai all'ordine del giorno poter prendere e consumare come semplici prodotti di intrattenimento, ancora caldi come nel caso del film Yara - sempre di Netflix - andando alla miniserie Alfredino - Una storia italiana, a cui è però possibile applicare la clausola del tempo trascorso.

Wanna: la parola alle colpevoli

Ad aggiungere una certa problematicità a Wanna, docuserie in quattro puntate che prende il nome dalla sua protagonista Marchi assieme alla figlia Stefania Nobile, è il fatto di aver coinvolto in prima persona le due donne, le quali non mostrano alcun segno di pentimento.

Una forma attuabile e stimolante per dei realizzatori e un pubblico che possono effettivamente tastare la mancanza di empatia di due donne che mandarono in rovina un numero indicibile di famiglie italiane. Ma al contempo un distacco troppo poco netto con un passato che torna così prepotentemente nelle case degli spettatori, proprio come fu per le televendite della coppia di truffaldine. A giustificare la presenza e l'opportunità di parola data a Wanna e Stefania è l'ideatore Alessandro Garramone che riconosce il diritto ad ognuno di riportare la propria visione, pur mantenendo nella serie sempre il punto sull'effettiva colpa perpetrata da madre e figlia e che le rende innegabilmente colpevoli. Una gravità che si sente soprattutto quando cominciano a sopraggiungere le testimonianze delle prime vittime o i ricordi dal tribunale delle parti lese, costrette ad ammettere di essersi lasciate imbonire dalle donne. Ma che allo stesso tempo continua ad alternarsi ad un senso di disagio di fronte all'occasione data alle criminali di poter parlare e rivolgersi ancora una volta ad un pubblico, quello che loro stesse hanno sempre ricercato.

Perché per Wanna e Stefania la televisione è stata ogniqualvolta il loro cavallo di battaglia, l'armatura con cui hanno sfondato i canali televisivi fino all'arrivo del successo; è stata la finestra che hanno scelto per documentare il loro processo, ed è un medium a cui ritornano seppur in variante streaming e con cui possono di nuovo confrontarsi con chi c'è dall'altra parte. Una posizione su cui la docuserie sembra riflettere, ma su cui non sembra mai concentrarsi lucidamente, certamente ponendosi dalla parte di coloro che riconoscono le deprecabili azioni svolte dalle imprenditrici eppure evidentemente più interessati all'opportunità di discussione e risonanza datagli dallo show.

Cosa ci lascia Wanna?

Certamente le figure di Wanna e di Stefania non ne escono affatto pulite dopo gli episodi su Netflix, ma interrogarsi sulla loro presenza o meno sulla piattaforma diventa un interrogativo più vivo e pressante di quello che la docuserie lascia. Un prodotto, ad ogni modo, dietro a cui si coglie l'impegno di un lavoro certosino su materiali di repertorio e interviste ai coinvolti. In cui si può anche pensare che sia difficile che qualcuno possa rimanere affascinato dall'aurea aggressiva e irruente di Wanna Marchi, ma che bisogna ricordare essere stata tra i primi a mostrare quanto può essere influente la comunicazione attraverso il mezzo audiovisivo.

Una docuserie che ripercorre un'Italia che si appresta ad accorgersi della potenza che i media possono esercitare e che, a detta stessa del suo autore Alessandro Garrone, ha una protagonista "a misura di meme". Ma il problema, ad oggi, è che proprio i meme vengono esaltati. Diventano gag, tormentoni, notizie di cui parlare. L'importante è saperne prendere le distanze.

Wanna Ciò attorno a cui si concentra Wanna, docuserie in quattro puntate su Wanna Marchi e la figlia Stefania Nobile, è la storia dagli inizi fino alla carcerazione delle donne, accusate di aver truffato un numero elevatissimo di consumatori italiani. Una vicenda tragica che ha toccato e distrutto svariate famiglie, come riportato nel prodotto Netflix, il quale decide di dare comunque la possibilità alle due di spiegare con le loro parole gli accadimenti. Un progetto dunque interessante, ma che mostra come i titoli di consumo oramai si concentrino spesso più sul desiderio di far parlare di sé che sull'effettiva moralità del proprio contenuto. Una docuserie dal lavoro certosino e facile da seguire, che lascia poche domande, sperando che Wanna Marchi non diventi un "meme" dei giorni nostri.

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