Watchmen 1x08 Recensione: "L'Uovo e la Gallina"

Nel penultimo episodio del suo sequel, Damon Lindelof punta i riflettori sul personaggio più atteso e rivoluziona il modo di pensare una sceneggiatura.

recensione Watchmen 1x08 Recensione: 'L'Uovo e la Gallina'
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È letteralmente incredibile come Damon Lindelof sia riuscito, da almeno tre settimane a questa parte, ad alzare ripetutamente l'asticella qualitativa della sua più recente opera: certo, all'appello manca ancora l'ultimo episodio, ma Watchmen si è già consacrato come uno dei punti più alti della televisione moderna. L'episodio 8, intitolato con sottile ironia e beffarda sapienza A God Walks Into Abar, è già il culmine di una narrazione perfetta. Dopo le rivelazioni della puntata della scorsa settimana nella recensione di Watchmen 1x08 anche il penultimo episodio della serie è pensato per svelare al pubblico gli ultimi quesiti irrisolti in vista del gran finale di lunedì prossimo.

Com'era lecito aspettarsi, era chiaro che questa puntata sarebbe stata un'altra grande digressione narrativa allo stesso modo dei precedenti episodi "auto-conclusivi", che l'autore predilige da sempre, e che erano anche la forza del fumetto. E, di conseguenza, era inevitabile che la puntata avrebbe acceso i riflettori su Dottor Manhattan.

Nulla finisce

A God Walks Into Abar appare come uno step fisiologico nella vita professionale di Damon Lindelof: del resto potremmo dire che lo stesso Lost è figlio del Watchmen di Alan Moore, inoltre uno dei personaggi più iconici e amati della serie co-creata con JJ Abrams(Desmond) è evidentemente ispirato a Jon Osterman.

Con questo episodio l'autore chiude quel cerchio, appropriandosi di Dottor Manhattan e, ispirandosi al celebre quarto numero del fumetto, a sua volta auto-conclusivo, incentrato sul supereroe blu. Con questa identica struttura a incastro (Lindelof si diverte anche a citare il lirismo verbale di Moore nelle fasi iniziali della puntata della serie HBO), lo showrunner consegna ai posteri una delle migliori sceneggiature mai concepite per la TV.

L'autore, con estrema sagacia e un pizzico di malizia, sembra voler dare anche una pacca sulla spalla ai suoi contestatori e dimostrargli quanto l'uso di una determinata tecnica narrativa sia non solo funzionale, ma addirittura parte integrante della vicenda: già nella recensione dell'episodio 7 di Watchmen avevamo sottolineato quanto Lindelof utilizzi dei flashback-lampo per far vedere allo spettatore cosa un personaggio sta pensando in quel preciso momento, ma in A God Walks Into Abar, sfruttando la capacità del Dottor Manhattan di vivere il tempo simultaneamente, utilizza questa tecnica come non era mai stato fatto prima: non per mettere in scena, tramite un rapidissimo montaggio, pensieri, ricordi o desideri di un protagonista, ma per legare due conversazioni distantissime fra loro per spazio e tempo.

È la metafora dell'uovo e della gallina fatta audiovisivo: è avvenuta prima la scena fra Ozymandias e Jon a Karnak, in cui a Jon viene detto che è privo di immaginazione, oppure quella a Saigon fra Jon e Angela, la quale scherza su quanta immaginazione il Dio-blu possegga? I più analitici potrebbero arrivare a domandarsi addirittura quale fra le due scene sia stata girata prima in fase di produzione, ma è meglio abbandonare questo sentiero prima di perderci inevitabilmente nei meandri della dietrologia.

Eppure la concezione di arte audiovisiva stessa, un flusso di immagini che si muove lungo una linea predeterminata e sempre in avanti, è perfetta per restituire le sensazioni provate da Dottor Manhattan, la cui intera esperienza è sostanzialmente un montaggio parallelo.

Certo, noi che guardiamo la serie tecnicamente ci troviamo di fronte ad un lungo flashback, partendo dal presupposto che il nostro presente è a Tulsa, 2019, casa Abar; ma essendo l'episodio narrato dal punto di vista di Manhattan, i concetti di flashback e flashforward perdono del tutto di significato a livello diegetico e Lindelof li usa per i suoi scopi, dopo averne esplorato le potenzialità narrative per tutta la sua carriera.

Il momento

A God Walks Into Abar però non è soltanto un meraviglioso ed incantevole esercizio di stile, ha anche tantissime cose da dire a livello emotivo e di studio caratteriale dei protagonisti intrappolati nella tela intessuta dal loro autore.

Il sequel di Damon Lindelof ha - fra le altre cose - anche lo scopo di demistificare l'attaccamento che la società contemporanea prova nei confronti della figura del supereroe: uomini e donne che indossano maschere non hanno qualcosa di speciale, ma sono solo persone con delle maschere. È ovviamente un argomento che molti hanno trattato prima (fin dal seminale Watchmen di Alan Moore), il modo in cui mantelli e cappucci servano a nascondere le imperfezioni di chi li indossa (This Extraordinary Being è attualissimo in questo, perché la maschera serviva per nascondere il colore della pelle di William), ma grazie alla straordinaria sensibilità della sua penna Lindelof riesce, come raramente accade in questo tipo di storie, a valorizzare quelle imperfezioni.

Meta-narrativamente potremmo affermare che il Watchmen della HBO sia a tutti gli effetti un dramma spirituale al quale piace mascherarsi da show di supereroi, e la figura di Jon Osterman/Cal Abar/Dottor Manhattan incarna questa sfumatura: Dio è fra noi ma si nasconde dietro una maschera ("mascherando" è il termine che utilizza Adrian Veidt durante la loro conversazione), crea la vita ma c'è imperfezione in lui (abbandona i suoi figli), e l'unica cosa che vuole davvero è essere felice.

In questo senso Yahya Abdul-Mateen II fa un lavoro egregio nel dare corpo ai sentimenti trattenuti e algidi del personaggio: per tutta la sequenza ambientata in Vietnam gli viene chiesto di recitare solo col portamento e la gestualità delle mani.

E ad un attore chiamato a ricoprire un ruolo così importante che non è stato creato per lui, ma che deve necessariamente indossare e farselo andare su misura, un elogio maggiore proprio non si può fare.
A livello subliminale si spiega anche perché Lindelof abbia voluto impostare il rapporto fra Laurie e Angela su un'immediata "rivalità" (inconsapevolmente erano innamorate della stessa "persona") mentre più direttamente l'episodio risolve anche la storyline di Adrian Veidt: tra l'altro nella recensione dello scorso episodio notavamo quanto Ozymandias sia stato costantemente avulso dalla trama principale, e anticipare la sua fuga nella prima e divertente scena post-credit della serie è sia una conferma alla nostra lettura che una promessa per il gran finale.