Watchmen, recensione finale della serie TV di Damon Lindelof

"Israele è desolata e il suo seme non c'è più, e la Palastina è diventata una vedova per l'Egitto": la fine è arrivata anche per Watchmen.

recensione Watchmen, recensione finale della serie TV di Damon Lindelof
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Damon Lindelof ha trasformato in poetica l'agghiacciante simmetria che Alan Moore e Dave Gibbons si vantavano di aver creato nel quinto numero della serie a fumetti di Watchmen: un equilibrio che chiosa una storia così com'è iniziata. L'episodio 9 dimostra che questo sequel televisivo di Watchmen è un cerchio perfetto, ma distorto come in uno specchio distopico: l'opera di Moore & Gibbons è universalmente riconosciuta come un capolavoro editoriale e, quasi allo stesso modo, anche la serie TV di Lindelof potrebbe lasciare un solco importante nel medium di riferimento. Non tanto per il suo episodio finale, quanto per la sua perfetta compiutezza.

Rompere le uova

Ricordate la prima volta in assoluto in cui abbiamo incontrato Angela Abar, interpretata dalla magistrale Regina King? Stava rompendo delle uova nella scuola elementare di Tulsa, formando un grazioso smile giallo all'interno di una ciotola di vetro inquadrata dal basso verso l'alto. Un dettaglio piccolissimo al quale molti non avranno fatto caso, eppure dice tantissimo su quanta pianificazione ci sia stata nella realizzazione di questa storia. Ma di chi è, esattamente, questa storia?

Di Angela? Di Dottor Manhattan, che ha potuto godersi per dieci interi anni una vita mortale fatta di amore e gioie e che adesso, dopo essersi finalmente liberato degli affanni dati dall'onnipotenza, potrà continuare - presumibilmente - a rivivere la sua esistenza in un ciclo nietzschiano che ruota simultaneamente intorno a tutti i momenti vissuti con Angela?

È forse la storia di Ozymandias, l'uomo mortale dalla hybris divina che, messo in disparte per tutta la serie, è arrivato a risolvere la situazione trasformandosi in quel deus ex machina che ha sempre cercato di diventare? È la storia di Laurie Blake, che dopo decenni di rancore, risentimento e rabbia per gli errori commessi, è riuscita a liberarsi dal peso che ha cambiato per sempre la sua vita e consegnato alla giustizia il più grande genocida della storia dell'umanità? È quella di Specchio, che ha scoperto che la cosa che più lo terrorizzava in assoluto in realtà era una bugia, un inganno, e che ha saputo affrontare quell'inganno, ponendogli fine?

O forse è la storia di William Reeves, alias Giustizia Mascherata, il primo avventuriero in costume e ultimo vincitore di questo giro di vite? Lui che era all'inizio di ogni cosa e cento anni, un cappuccio viola, del cerone e tante pillole Nostalgia dopo è ancora lì, in quello stesso cinema che ha segnato la morte della sua famiglia ieri e che, oggi, è stato testimone della sua rinascita?

Il suo è una sorta di lieto fine, ma agrodolce: nonostante le botte, il dolore e tutto ciò che ha sacrificato dietro una maschera, è quando finalmente quella maschera se l'è sfilata che ha conseguito il suo risultato migliore, e cioè accettare che ciò che ha combattuto per tutta la vita - il razzismo, forse il più grande male dell'umanità - non può essere semplicemente sradicato dalla nostra cultura. Non ci sono maschere, né uomini o donne geniali né tanto meno divinità blu che tengano: spetta alle persone raccogliere i pezzi e andare avanti per rendere il mondo un posto migliore.
E se per farlo bisognerà sporcarsi le mani, ben venga: non si può fare una frittata senza rompere le uova.

Carta bianca

Non sappiamo ad oggi se la HBO avrà l'ardire di proseguire il suo Watchmen in una seconda stagione o se tutto si fermerà qui - al momento è francamente impossibile pensare che questa serie abbia una ragione di esistere nel futuro, soprattutto se privata di chi l'ha pensata e realizzata - ma a ben guardare ciò che è stato fatto in questi nove episodi è stato una gran tabula rasa per il mondo concepito da Alan Moore: Adrian Veidt è stato (o quanto meno sarà) giudicato, il suo grande segreto smascherato, le maschere stesse probabilmente subiranno lo stesso fato e soprattutto il più grande emblema dell'opera DC Comics, Jon Osterman, è stato spazzato via.

Perché Watchmen è anche Rorschach, è anche il Comico, è anche Ozymandias ... ma è soprattutto Dottor Manhattan: tutte le idee di destrutturazione narrativa fondate dall'opera originale partono da Dottor Manhattan, dal modo in cui la sua concezione del tempo viene raccontata, perché il modo in cui Dottor Manhattan percepisce il tempo è il modo in cui lo fa Alan Moore.

Che Lindelof sia stato in grado di portare sullo schermo il modo in cui Jon Osterman osserva il mondo - lo abbiamo visto nell'episodio 8 di Watchmen - ha consacrato e consacrerà questa serie come una tappa fondamentale della storia della televisione.

La scena finale è perfetta perché ambivalente: sia chiusura che apertura, è una tabula rasa che azzera tutto ciò che sappiamo sul Watchmen originale, lo porta a compimento dopo averlo ampliato e allo stesso tempo fissa anche un punto per una nuova (ri)partenza.
In retrospettiva Watchmen è la storia delle origini di Angela, della nuova Dottor(essa) Manhattan: forse era lei la Abar dentro la quale il dio è entrato nell'episodio scorso: dovevamo solo aspettare che il futuro diventasse il nostro presente per mettere a fuoco le cose.

"Forse il momento non è ancora arrivato", dice William a sua nipote, e non a caso quel momento arriva poco dopo che l'anziano ex vigilante ha ricordato alla donna cosa potrebbe davvero significare per il benessere del mondo il potere di un Dio.

Angela sorgerà come nuovo essere supremo? Cambierà il mondo? Un finale sospeso come quello escogitato per gli ultimi istanti di See How They Fly vale da solo le ipotetiche future stagioni che si potrebbero o meno mettere in cantiere, perché nella sua natura schrödingeriana contiene tutte le risposte possibili allo stesso tempo.
Perché Damon Lindelof ha lasciato tutto nelle nostre mani.

Watchmen - serie tv Con Watchmen, già acclamato in tutto il mondo come una delle migliori serie del decennio, Damon Lindelof ha lasciato un marchio nella storia della televisione cogliendo lo spirito della seminale opera a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons per aggiornarlo: un processo di plasmazione perfetto che ha alzato l'asticella della narrativa seriale audiovisiva e segnato anche un punto di arrivo per la poetica del suo autore, che al pulp fantascientifico di Lost ha sommato il dramma spirituale di The Leftovers per forgiare qualcosa di unico e irripetibile che resisterà alla prova del tempo, perché col tempo si è confrontato e ha vinto.

9.5