We Are Who We Are Recensione: Guadagnino fa centro al primo tentativo

La prima serie di Luca Guadagnino prodotta da The Apartament Wildside e Sky/HBO è un genuino distillato di adolescenza.

recensione We Are Who We Are Recensione: Guadagnino fa centro al primo tentativo
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Le prime impressioni su We Are Who We Are avevano suscitato in noi interesse e sorpresa per una narrazione che ci portava nel cuore di un gruppo di adolescenti, figli di militari americani di stanza in una base USA nel Veneto. La sensazione iniziale era stata di disorientamento; una confusione calcolata da parte del regista Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome, Suspiria) che, nella sua prima esperienza con la serialità televisiva, ha scelto la via di un racconto spontaneo e sincero, pieno zeppo di idiosincrasie, come del resto lo sono l'adolescenza e la vita stessa. Ora che la serie si appresta a fare il suo debutto il 9 ottobre su Sky Atlantic e in streaming su Now Tv, possiamo finalmente rivelarvi cosa ne pensiamo del travagliato percorso di Fraser e Caitlin e spiegarvi perché We Are Who We Are è una delle più importanti uscite Sky di ottobre.

Right Here, Right Now

We Are Who We Are è una serie atipica nel panorama contemporaneo. La scrittura di Paolo Giordano, Francesca Manieri e dello stesso Guadagnino si libra oltre le sovrastrutture da manuale, pur cercando di mantenersi giustamente in buoni rapporti con la grammatica per lo schermo, e si fa quasi flusso di coscienza dei suoi protagonisti e comprimari. Una tattica che si rivela vincente già sul breve termine, perché non c'è modo migliore per rappresentare le contraddizioni e la disperazione dell'adolescenza; quella spietata fame di risposte su se stessi e sul mondo che trasuda dai personaggi interpretati da Jack Dylan Grazer e Jordan Kristine Seamón, in balia di un mare di sentimenti da capire e da esplorare relativi ai genitori, agli gli amici, alla propria sessualità.

Right Here, Right Now è il titolo univoco che identifica gli episodi della serie e solo i numeri romani spezzano in capitoli la narrazione che, come rivelato dallo stesso Guadagnino, può essere vissuta come uno show a puntate o come un lungo film di otto ore. Proprio qui e proprio ora, è il caso di ribadirlo. La sceneggiatura è convulsa e a tratti bipolare, ma non è che l'espressione dell'ora e dell'adesso, senza però scadere nel didascalico; un flusso di coscienza che non ha precedenti nella narrativa seriale contemporanea italiana e internazionale.

Un efflusso di sentimenti e di stati d'animo che non ha bisogno di rompere la quarta parete - anche se c'è anche quello, in un delizioso siparietto - per prendere per mano lo spettatore e accompagnarlo nei turbini adolescenziali. Perché We Are Who We Are trova nello stile e nella regia di Guadagnino un'espressione formale che si stacca dalla pagina o che, più precisamente, ne assimila l'essenza per trasportarla su schermo con velata anarchia, grazie alla fotografia di Fredrick Wenzel, Yorik Le Saux e Massimiliano Kuveiller - con risultati quasi sempre felici, nonostante qualche scivolone, soprattutto nell'episodio conclusivo -, tra inquadrature capovolte, still frames accompagnati dal sonoro diegetico e un consapevole e maturo utilizzo dello zoom come esplorazione del subconscio dei personaggi (come accade raramente nella grammatica contemporanea), che trovano nel montaggio del ventiseienne Marco Costa una felice crasi.

Il tutto al servizio dell'esplorazione tanto libera quanto profonda dei singoli sentimenti e dei singoli legami, coadiuvata da una playlist davvero invidiabile, alla quale si aggiungono le musiche originali di Devonté Hynes. Momenti nei quali lo stesso spettatore può perdere il filo per qualche secondo prima di realizzare che ciò è dovuto ad un cambio o a un'inversione di marcia dei protagonisti, tornati sui loro passi per ripensare il proprio presente e riplasmarlo alla luce delle scelte che si palesano loro di volta in volta.

Proprio in questo sta la forza di We Are Who We Are, ma anche il suo punto debole. Perché quella di Guadagnino, nonostante le apparenze, non è una serie facile o per tutti, senza scadere in un polemico elitarismo, ma limitandosi semplicemente al fatto che, come in un romanzo di Joyce o di Virginia Wolfe, non tutti sono disposti o hanno la forza e la volontà di esporsi al continuo fluire delle coscienze sotto forma di immagini, tanto che alla lunga questo stile potrebbe essere tacciato di autocompiacimento da parte del regista palermitano, se ci si dovesse fermare alle apparenze e non cogliere l'universale che si annida tra i fotogrammi.

Merito anche di un'ottima performance da parte di quasi tutto il cast, davvero azzeccato - la casting director Carmen Cuba è la stessa che ha selezionato i protagonisti di Stranger Things - , che contribuisce ad immergere lo spettatore nella liquidità degli animi, a partire dallo stesso Jack Dylan Grazer, definito da Guadagnino uno dei più grandi attori contemporanei, con un'iperbole forse un po' troppo azzardata, e dall'esordiente Jordan Kristine Seamón, che sorprende donando forza e fragilità al personaggio di Caitlin.

Impossibile a tal proposito sorvolare sull'interpretazione di Chloë Sevigny nei panni di Sarah, di Alice Braga come sua moglie e di Scott Mescudi (Kid Cudi), che interpreta Richard, il padre di Caitlin. Abbiamo apprezzato anche le performance dei comprimari, nonostante molti non godano purtroppo dello stesso approfondimento e della stessa attenzione dei protagonisti - ci sarebbe piaciuto seguire più da vicino le sorti di Britney (Francesca Scorsese), Danny (Spence Moore II), Valentina (Beatrice Barichella) ed Enrico (Sebastiano Pigazzi), per fare qualche nome.

Un non-luogo all'alba di un'era

We Are Who We Are non è solo il flusso di coscienza dell'adolescenza che esplode tra le mani dei protagonisti, ma rappresenta anche un preciso frangente della contemporaneità. In uscita a poco più di un mese dalle elezioni americane del 2020, la serie di Guadagnino - per caso fortuito o geniale strategia di marketing - è ambientata nel 2016 alla vigilia dell'elezione di Trump alla Casa Bianca, contro le aspettative di chiunque. Un messaggio di cambiamento chiaro e netto che è anche segno dei tempi. Gli autori hanno giustamente dichiarato di aver colto questa occasione anche perché la rappresentazione della contemporaneità al cinema e in tv sa sempre di artefatto, mentre ci vuole del tempo per assimilare la lezione del presente e darne una degna rappresentazione. Quattro anni nel passato sono quindi più che sufficienti per rappresentare il passaggio di un'era e per instillare nella narrazione una serie di tematiche dall'inequivocabile sfumatura politica, che portano inevitabilmente ad una riflessione ponderata sulla nostra condizione attuale, indipendentemente dalla nazione di appartenenza.

A ciò contribuisce l'ambientazione altrettanto azzeccata della serie; quella della base militare americana su suolo italiano, costruita dallo scenografo Elliott Hostetter nell'ex centro per migranti di Bagnoli, in Provincia di Padova. Un non-luogo, un pezzo di America avvolto in maniera surreale dalla pulsante provincia veneta, in una commistione di americano, italiano e dialetto; di KFC e Domino's Pizza incistati in una struttura nella quale non si può muovere un passo senza una ID Card, che si contrappongono a squallidi baretti di periferia che danno da bere ai minorenni sull'unghia - cosa che farà inorridire lo spettatore americano medio e che lascia incredibilmente (?) indifferente quello italiano.

Due mondi separati che si compenetrano, tra vendite illegali di carburante e matrimoni improvvisati all'ultimo minuto tra americani ed italiani. Da questo microcosmo si srotolano macro-tematiche che vanno dal ruolo della donna nell'esercito all'invio di soldati in missioni di "pace", dall'omologazione agli stereotipi di una nazione e di un popolo all'irrefrenabile pulsione alla libertà individuale.

We Are Who We Are

Come dicevamo poc'anzi, non è certo una passeggiata seguire - e talvolta subire - gli umori e le vicende dei protagonisti di questa serie; anche questo fa parte della natura stessa non solo del progetto, ma della vita stessa che trova espressione sullo schermo. Perché, se ci è consentito giudicare il rapporto a tratti veramente irritante tra Fraser e la madre, dobbiamo al tempo stesso calmierare l'impatto del nostro giudizio alla luce delle mareggiate che agitano i rispettivi oceani interiori dei protagonisti, come il desiderio di Fraser di conoscere il padre ("Oggi i padri contano solo per coloro che non li hanno") e di aver vissuto come un'imposizione l'intenzione della madre di proteggerlo da ulteriori sofferenze.

O ancora, e soprattutto, la situazione della famiglia di Caitlin, il cui padre Richard - trumpiano della prima ora - fatica ad accettare il cambiamento al vertice della base rappresentato da Sarah, donna e per di più sposata con un'altra donna, il cui figlio a suo parere condiziona le attitudini della figlia con la sua sospetta omosessuale, non accorgendosi della vera identità della figlia, che in cuor suo ripudia la sua femminilità e trova in Fraser un'anima affine. Come Richard non si accorge che il figliastro Danny cerca in lui un riconoscimento che vada al di là del cameratismo e che lo spinge in questo modo a ricercare le proprie origini nigeriane e ad abbracciare la fede islamica. Per arrivare quindi a Jennifer, moglie di Richard e madre di Danny, che rinnega il suo vero nome, Lubabah, proprio perché costretta ad omologarsi per sentirsi accettata e che trova in Maggie (Alice Braga) una frugale via di fuga dall'oppressione.

Ognuno quindi vive il turbine del cambiamento per fare emergere il proprio essere. Siamo chi siamo, una dichiarazione d'intenti e un'affermazione inequivocabile che per natura cela in sé un moto entropico inarrestabile, che rigetta l'omologazione e le definizioni immutabili. Un processo di cesellatura che dura una vita, ma che vede nell'adolescenza il momento topico nel quale l'entropia è più che mai evidente. Per questo il mondo degli adulti e degli adolescenti in We Are Who We Are - e nella vita reale - viaggia su due binari distinti e a due velocità diverse.

La scoperta - e la costruzione - di un sentimento come l'amore, la scelta del soggetto sul quale declinarlo, l'incertezza sulla propria identità sessuale, la sperimentazione delle varie alternative. Tutto ciò fa parte dell'intricato quadro interiore dipinto su schermo da Guadagnino con dovizia di particolari e con un sentimento che non è accondiscendente, né giudicante, ma che ci restituisce un mondo che si lascia guardare nelle sue fragilità e nelle sue presunte certezze.

We Are Who We Are We Are Who We Are è la prima serie televisiva di Luca Guadagnino; una prova del fuoco superata a pieni voti. Raramente si è vista una rappresentazione così genuina e talvolta spietata dell'adolescenza in tutte le sue gioie ed idiosincrasie. I protagonisti vivono le vicende in presa diretta, in un flusso di coscienza che ne mette in luce gli animi, il tutto sotto lo sguardo curioso e mai giudicante del regista, che sceglie di raccontare queste vicende in un non-luogo per eccellenza - come può essere una base americana in territorio italiano - e in un contesto contemporaneo che ci fa rivivere e gli ultimi scampoli della campagna elettorale americana del 2016, analizzandone il contesto e le ripercussioni in maniera ipodermica. Il concetto di identità è alla base di questa serie ed è per definizione in continua evoluzione. Un'identità liquida, quindi, che, soprattutto negli adolescenti, deve assumere più forme prima di trovare quella a sé congeniale. L'entropia interiore di adolescenti e adulti trova così la via per esplodere su schermo, grazie all'autorialità di Guadagnino e alle interpretazioni di tutto il cast coinvolto. Proprio qui e proprio ora, è il caso di dirlo, viviamo con Fraser e Caitlin le tortuose vie che portano alla consapevolezza di sé e degli altri e non possiamo fare a meno di sentirci come loro anche solo per qualche ora.

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