Westworld 3 Recensione: Umano, ma non troppo

La terza stagione di "Westworld" cambia pelle, ma non rinnega le precedenti. Anzi, ne evolve le tematiche e ne aumenta la scala.

recensione Westworld 3 Recensione: Umano, ma non troppo
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Il finale della terza stagione di Westworld si è rivelato la chiusura ideale di una stagione attesissima, che ha fatto discutere per il cambio di passo e di ambientazione rispetto al passato. È giunto ora il momento di tirare le somme e di vedere cosa resta di questa nuova iterazione della creatura di Jonathan Nolan e Lisa Joy.

Il rinnovo di Westworld per una quarta stagione non si è fatto attendere - nonostante il progetto sia già da tempo strutturato, con l'intenzione di chiudere la serie alla sesta ed ultima stagione - e vi possiamo già anticipare che le nostre prime impressioni sulla terza stagione di Westworld hanno trovato una gradita conferma, nonostante alcune criticità. Per tutti i dettagli non vi resta che seguirci nella nostra recensione completa.

L'inizio della fine

Il finale della terza stagione di Westworld sviluppa le premesse stabilite nei precedenti episodi, segnando definitivamente il percorso per le vicende a venire. La dicotomia tra Dolores e Caleb trova una chiara alchimia, che coinvolge anche il destino di Maeve. Bernard che, diciamocelo, per tutta la stagione è stato un jolly sfruttato in maniera non ottimale, si ritrova a ricoprire e riscoprire un ruolo di primaria importanza, che troverà sicuramente largo spazio nella prossima stagione.

E che dire di William, se non che, dopo un travagliato viaggio interiore alla scoperta di sé, è tornato a rappresentare una fugace minaccia per gli host, per poi ritrovarsi nuovamente a fare i conti con se stesso e con la fine del mondo. Così come Charlotte, che tra tutti gli host è forse quella che ha avuto il percorso più interessante, che si ritrova a provare sentimenti molto umani, nonostante sia ora diventata il nemico numero uno di quell'umanità che aveva imparato ad amare.

Il disegno di Westworld

Lo abbiamo capito dai numerosi pareri discordanti: Westworld non è uno show che riesce ad accontentare tutti. Ci sentiamo però anche di aggiungere che la serie di Jonthan Nolan e Lisa Joy è anche una delle poche di cui abbiamo veramente bisogno. Non solo perché è capace di andare al di là del semplice intreccio e dell'introspezione dei personaggi, ma perché nel fare ciò ci pone di fronte all'essenza stessa del nostro essere in quanto individui e collettività, instillando, tra le sottili trame dell'action e della fantascienza, una meccanica esistenziale che dovrebbe farci riflettere sulle tematiche e sui valori fondamentali.

Non bisogna lasciarsi ingannare dall'escamotage del parco a tema, nel quale poter dare libero sfogo a tutti i più reconditi ed esecrabili istinti primordiali; Westworld non è mai stata questo e il parco ha sempre rappresentato una metafora circoscritta di quella meccanica esistenziale della quale discutevamo pocanzi. La seconda stagione - per quanto bistrattata dai più, a causa della frammentazione congenita della narrazione, legata al punto di vista di Bernard - rappresenta forse il punto più alto di questa riflessione, che ha come pretesto il parco.

Lo strappo nel Velo di Maya che avvolge le menti degli host è un richiamo forte alla volontà di Nolan/Joy di utilizzare le affascinanti implicazioni del risveglio dell'intelligenza artificiale come base empirica di astrazione, per riuscire nell'intento di restituire allo spettatore uno specchio della sua condizione esistenziale, che possa alimentare la scintilla della riflessione sui meccanismi stessi di autodeterminazione, spesso e volentieri dimenticati sulla base di un ruolo o di una condizione sociale prestabiliti.

Questa terza stagione ci regala una visione più ampia del disegno generale della serie, sia a livello narrativo, che tematico. La filosofia dell'individuo si è fatta filosofia delle masse, con un cambio di prospettiva, dall'intelligenza artificiale all'uomo e viceversa. Ma, dopotutto, non ha sempre fatto questo Westworld, per lo meno con lo spettatore? Lo sviluppo di attività cognitive negli host ha rappresentato il tramite per una discussione molto più profonda sulla riscoperta dell'Io e sulla presa di coscienza individuale.

Decoerenza narrativa

Il merito della terza stagione di Westworld sta tutto nel riportare questa astrazione sul piano umano, pur mantenendo le premesse originarie e, di conseguenza, il livello di riflessione sullo sviluppo e sulla ragione d'essere di un'entità altra dall'uomo, come gli host. A tal proposito è emblematico il percorso di Charlotte, o per lo meno della replica di Charlotte, che altri non è che Dolores. L'evoluzione di questo personaggio ha forse rappresentato l'apice dello sviluppo cognitivo degli host.

Dopo aver creato più copie di sé, una delle versioni di Dolores si risveglia con le sembianze della fu Charlotte Hale, rigettando i propri lineamenti e gli affetti della donna con i quali deve ormai convivere per portare a termine il piano prestabilito. Nonostante un'iniziale crisi d'identità, gestita in maniera ottimale nei primi episodi della serie, Charlotte sviluppa sentimenti propri, legati all'incontro/scontro con l'ambiente esterno e con la realtà che la circonda.

Un fenomeno di "decoerenza" che separa, desincronizza quello che dovrebbe essere il ruolo di Dolores/Charlotte dalla programmazione originaria, facendo sbocciare legami di affezione e protezione nei confronti di coloro per i quali dovrebbe mantenere dei rapporti di pura facciata. Ovviamente la situazione non è destinata a durare, ma l'evento cruciale che dovrebbe segnare il definitivo innesto di umanità in Charlotte, rappresenta in realtà l'innesco del rimorso per il presunto abbandono di Dolores nei suoi confronti e sfocia nella vendetta contro Dolores stessa e, presumibilmente, contro l'umanità intera.

Una stagione fuori dal coro

Abbiamo già visto come, a livello tematico e valoriale, questa terza stagione di Westworld abbia solide radici in un disegno generale che va man mano delineandosi, ma ci sono elementi strutturali che hanno rappresentato una vera incognita per lo spettatore, ma che hanno in gran parte superato l'esame. Il cambio di location è stato il primo e più evidente scoglio da superare.

L'ampliamento della scala al mondo esterno ha messo forse da parte la romantica estetica citazionista delle prime due stagioni - tra il Selvaggio West e il Giappone Feudale - ma ha anche rappresentato un sequenziale sviluppo del mondo narrativo della serie che, con la fuga di Dolores dal parco, ha gettato lo spettatore dietro la tenda del Mago di Oz, per svelare le radici di quel Westworld che abbiamo esplorato in lungo e in largo. Il tutto sfruttando quella componente scifi che è sempre stata il rumore di fondo delle stagioni precedenti.

Quello che abbiamo scoperto è che all'allargamento di scala è corrisposta una dilatazione esponenziale del sistema valoriale della serie. Tutto il mondo è parco - così si può sintetizzare lo sviluppo delle tematiche - e il mondo di Westworld è stato curato nei minimi dettagli da parte di tutti i reparti produttivi coinvolti, restituendoci l'immagine di un futuro verosimile e non troppo distante dal nostro, adeguando ad esso anche la componente action, che da western viene calata nel contesto urbano.

Anche la semplificazione delle linee narrative è stata una delle novità introdotte in questa terza stagione. Purtroppo ciò ha spesso portato a privilegiarne alcune rispetto ad altre, sacrificando soprattutto lo sviluppo di alcuni personaggi - Bernard su tutti - e dilatando forse all'eccesso la parabola di William, in vista di un finale che ha comunque riscattato entrambi, soprattutto per quanto riguarda il personaggio interpretato da Jeffrey Wright, gettando le basi per interessanti sviluppi futuri.

Il libero arbitrio non è "libero"

La presa di coscienza relativa al libero arbitrio è stata la scintilla che ha innescato la volontà di autodeterminazione degli host sin dalla prima stagione. Usciti dal parco abbiamo scoperto che il mondo è però stato a sua volta soggiogato da un'intelligenza artificiale che controlla il destino dei singoli, prevedendo ed evitando potenziali disordini - divergenze - che possano compromettere il futuro del pianeta.

Solomon e Rehoboam - questi i nomi delle due versioni del sistema - sono gli esseri sferiformi progettati dalla Incite di Serac (Vincent Cassel) e fratello, come risposta al crescente caos che nel futuro ha portato l'umanità sull'orlo dell'estinzione e la natura su quello del collasso. Il sacrificio delle libertà individuali in nome dell'ordine costituito non è certo una novità in letteratura e al cinema, ma la nuova piega presa dall'universo narrativo di Westworld si innesta direttamente su tutti i discorsi pregressi relativi all'autodeterminazione.

L'ulteriore deriva di questo sistema è infatti il progetto di correzione genetica organizzato da Serac per riabilitare i così detti "outliners", voci fuori dal coro, nonché potenziali agenti del caos che minaccerebbero l'integrità del mondo plasmato da Rehoboam. Il panorama distopico di Westworld si arricchisce così di un'ulteriore incognita, che non riguarda più solo l'intrattenimento dei parchi Delos, ma la natura stessa della nostra società.

Il libero arbitrio viene così sacrificato in nome del bene comune e riempito con una routine inappagante, ma in grado di mantenere i singoli sotto controllo con sfoghi mirati, permessi dall'utilizzo di un sistema pseudo criminale, che in realtà non è che un'altra maschera del sistema e funge da catalizzatore degli animi più turbati, ma allo stesso tempo se ne libera, assegnando omicidi su commissione che ripuliscono le città dai fattori di rischio, rappresentati dai soggetti sui quali la terapia genetica della Incite ha fallito.

Il personaggio di Caleb Nichols (Aaron Paul) è l'emblema di questa deriva e rappresenta una delle aggiunte più interessanti al cast di questa stagione. Ex militare dal passato confuso e dall'indole imprevedibile, Caleb è l'outliner per eccellenza, ma incarna allo stesso tempo i valori necessari per far sì che l'umanità segua un percorso autonomo, libera dalle briglie di Rehoboam.

Sebbene anche il personaggio di Caleb abbia vissuto uno sviluppo altalenante nel corso negli episodi, il suo contributo alla narrazione si è rivelato fondamentale per illustrare la distopia del sistema di Serac, soprattutto nelle fasi finali del racconto. L'interpretazione convincente di Aaron Paul ha gettato le basi per il futuro, nel quale Caleb avrà sicuramente un ruolo di primo piano.

Potere alle donne

Uno dei numerosi pregi di Westworld è stato quello di aver creato ottime protagoniste femminili che si sono avvicendate sulla scena, prima fra tutte Dolores, che ha trovato in Evan Rachel Wood la naturale incarnazione, fino ad includere le ottime interpretazioni di Thandie Newton (Maeve) e Tessa Thompson (Charlotte Hale). Oltre a questo non dobbiamo però dimenticare che Westworld ha goduto di un'impronta femminile più che accentuata anche per quanto concerne il sistema produttivo.

Se Lisa Joy è una delle creatrici della serie, sono soprattutto donne le registe e le sceneggiatrici di questa terza stagione. Basti pensare che il ben il 70% degli episodi sono stati diretti da donne, tra le quali spiccano Jennifer Getzinger, Helen Shaver e Amanda Marsalis, mentre la percentuale sale ulteriormente quando si tratta della scrittura, per la quale ricordiamo, tra i molti nomi, quelli di Denise Thé, Gina Atwater e Suzanne Wrubel. Il loro merito più grande è stato quello di dosare al meglio gli elementi della trama e lo stile dello show, con un'azione che è sempre stata al servizio della narrazione, nonostante situazioni circoscritte nelle quali scrittura e regia non sono andate di pari passo.

A ciò si somma il fatto che, per questa stagione, le attrici abbiano ricevuto uno stipendio equiparato a quello dei colleghi uomini, cosa per nulla scontata nell'ambiente. Insomma, Westworld rappresenta un esempio da seguire e un punto di riferimento per tutti coloro che criticano la disparità di genere nel mondo del cinema e della televisione.

Westworld - Stagione 3 La posta in gioco era veramente alta in questa terza stagione di Westworld. Nonostante l’effetto straniante del cambio di ambientazione, lo show ha saputo ancora una volta intrattenere con una formula rinnovata, che cala l’elemento action in un contesto fantascientifico credibile e sfaccettato, grazie all’eccellente lavoro svolto da tutti i reparti coinvolti. La semplificazione delle linee narrative ha creato qualche problema nell’evoluzione di alcuni personaggi, tra i quali Bernard e William, causando delle depressioni narrative verso metà stagione, ma la situazione si è velocemente ripresa, rispolverando lo spirito delle origini e trasformando le tematiche fondamentali della serie, evolvendole in un eterno ritorno che passa dall’intelligenza artificiale all’umano e viceversa. Ancora una volta Westworld si conferma una delle serie più interessanti e stimolanti del panorama mondiale, grazie ai suoi temi profondi e all’eccelsa messa in scena che contraddistingue tutte le produzioni HBO. Le premesse per il futuro sono più che interessanti, perché le conseguenze di questa terza stagione potrebbero portare a risultati antitetici.

7.8