Westworld: la recensione della seconda stagione

Siamo finalmente giunti al termine della seconda stagione di Westworld, notevole, altalenante, con una grande sorpresa finale.

recensione Westworld: la recensione della seconda stagione
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[Attenzione, questo articolo potrebbe contenere spoiler sulla prima e sulla seconda stagione di Westworld]
Ragionare su opere speciali e preziose come Westworld non è mai una cosa semplice: prodotti simili ti segnano, ti lasciano qualcosa dentro, creano aspettative che non possono deluderci. Quando invece succede che una serie ti tradisca, in qualche modo, il dolore può essere davvero lancinante.
Ebbene, la seconda stagione dello show creato da Jonathan Nolan e Lisa Joy si è ammantata proprio di queste paure, è diventata con il passare del tempo croce e delizia di milioni di appassionati, divisi tra la vorace attesa del seguito e la speranza che le aspettative non venissero disilluse - soprattutto dopo l'evento epocale che fu la stagione d'esordio.
Arrivati alla parola fine di questo nuovo percorso, finalmente abbiamo capito quanto sogni e timori fossero infondati o meno. Ciò che è successo però ha certamente del curioso, perché non è di una serie normale che stiamo parlando, ma di una pietra miliare, di quelle che hanno la potenza di trascendere il medium per spingerlo verso vette inedite e territori inesplorati.
Perché abbiamo scomodato la parola "curioso"? Perché questa seconda stagione di Westworld è qualcosa di notevole, un'opera dalla qualità di gran lunga superiore alla media televisiva, ma allo stesso tempo altalenante, a tratti deludente, soprattutto al confronto della prima, indimenticabile stagione.

Il trucco del mago è svelato

Il secondo disco di un artista è il più difficile, recita l'adagio. Mai aforisma fu più vero in rapporto al nostro caso, soprattutto all'ombra di un'opera prima maestosa. Fughiamo però subito ogni dubbio: questi nuovi dieci episodi non sono il male assoluto. Sono spesso ottimi, arrivando talvolta anche all'eccellenza, anche se non sono perfetti come ce li aspettavamo.
Probabilmente parte della delusione è colpa delle nostre aspettative incredibilmente alte, nate in seguito a una prima stagione che si appresta a rimanere unica e irripetibile. Questo però non perché il primo amore non si scorda mai, le ciambelle non escono sempre con il buco o per la fantomatica fortuna del principiante. Nella prima stagione vi era qualcosa di concreto, insito nella natura e la struttura della serie.
Oggi, per forza di cose, sono venuti a mancare quegli elementi che più di tutti hanno reso forte e celebre la serie: la magistrale sovrapposizione dei piani temporali, con un continuo effetto sorpresa, e la viscerale relazione con lo spettatore, istigato a partecipare attivamente per comprendere appieno il gioco del mago.
Un trucco fondamentale su cui Michael Crichton ha costruito molte delle sue opere, cioè il prendere un incredibile sogno dell'umanità, renderlo reale per farne poi vedere il progressivo decadimento e la trasformazione in incubo, che è poi ciò che accade nel primo Jurassic Park come in Westworld - mondi fantastici in rovina.

Chiari puntini da unire

Alla prima mancanza si è tentato di rimediare tramite un escamotage sensato, ma poco funzionale. Si è partiti da una delle situazioni finali della stagione e, sfruttando un misterioso malfunzionamento della memoria di Bernard (Jeffrey Wright), abbiamo viaggiato tra i vari piani temporali, con un minimo abbozzo di sovrapposizione e intersezione. Per quanto utile e anche interessante, è chiaro che questa formula non potesse avere lo stesso effetto della prima stagione: ormai il gioco lo conosciamo, leggere e decifrare i piani è diventato solo un orpello della forma narrativa, tutta concentrata invece sullo scoprire il collegamento tra le immagini, non la loro decrittazione.
Ecco, la più grande differenza tra la prima e la seconda stagione è il rapporto con il pubblico, che da interattivo, da estremamente attivo e costruttivo, da immaginifico, dove tutto era apparentemente sullo stesso piano e nascosto in bella vista, diventa più classicamente passivo, teso alla congiunzione di puntini concessi poco per volta dall'alto, dove il "cosa" prende il sopravvento sul "come", dove a contare maggiormente è la storia.
Non è di certo un male, solo che questo meccanismo non sempre riesce a essere coeso, l'ambizione infinita porta a espandere eccessivamente le linee narrative, mostrando il fianco con momenti più deboli e soluzioni forzate. Pensiamo ad esempio ai nuovi parchi mostrati, Raj e Shogunworld, e al dispiacere delle potenzialità sprecate.

L'essenza fa umano

Per il "trucco" di Crichton c'era poco da fare. La situazione in divenire della prima stagione si era per forza di cose concretizzata nelle ultime immagini, quelle dove Dolores uccide il dottor Ford. Era quindi inevitabile che questa seconda stagione fosse solo incubo, guerra, dolore. Ciò che poteva diventare più appagante dal lato dell'intrattenimento, ha perso il fascino del "nuovo" per abbracciare sfumature più classiche, viste e riviste, appartenenti al conflitto uomo-macchina.
Si riesce però ad avere uno sguardo interessante su tematiche molto attuali, come l'utilizzo industriale dei dati personali, elemento che nel corso degli episodi si trasforma e sfocia in un discorso sull'animo umano, sulle sue perversioni e il recondito desiderio di immortalità. Se le grandi trame della storia ogni tanto si ingarbugliano forzatamente, è nei dipinti umani che ancora una volta Westworld mostra tutta la sua grandezza. Che si sia uomini o host, non importa. Si parla di essenza, di sentimenti, ambizioni e sogni; si parla di dolori, peccati, sensi di colpa.
Quanta umana disperazione c'è in un William (Ed Harris) che scava nel suo braccio alla ricerca di un circuito, così da dimostrare a se stesso di essere un androide, cercando di giustificare la sua oscurità; quanta compassione nel dissidio interiore di Bernard, diviso tra il salvare il suo popolo e fare la cosa apparentemente giusta; quanta tenerezza nell'abbraccio tra due amati ritrovati, così come quanta forza nel sacrificio di una madre.

Scritture e paesaggi

A voler trovare nella scrittura dei personaggi qualcosa che ci fa storcere il naso, questa è l'evoluzione del protagonista principale, di quello che è sempre stato il motore di Westworld. Dolores (Evan Rachel Wood) era un character ambiguo, affascinante, in continua trasformazione, diviso tra l'ingenuità della figlia del fattore e la crudeltà di Wyatt. In questi dieci episodi l'evoluzione non esiste, il mood della vendetta si appiattisce e il personaggio diventa il cattivo di turno, diventando sempre più brutale con il procedere della stagione.
Sorprende inoltre scoprire che sarà Bernard nella terza stagione il suo corrispettivo "buono", non William. Pur con qualche mancanza a livello di scrittura, ci troviamo di fronte a una conferma: abbiamo a che fare con un cast sontuoso, sempre a livelli altissimi, con le due punte di diamante Ed Harris e Anthony Hopkins a svettare. Sorprendentemente, a scricchiolare di più è proprio la messa in scena, lontana dai livelli maestosi della prima stagione, fatta di campi lunghi e grandi panoramiche.

L'imperfezione dell'ambizione

Dunque, tirando le somme, com'è stata questa seconda stagione di Westworld? Se avete odiato la serie durante la prima stagione, continuerete a odiarla senza appello. Questa volta si parte più lentamente, con un ritmo altalenante e una trama se vogliamo ancor più ingarbugliata di prima.
Se invece avete amato la serie sin dalle sue prime battute, continuerà a piacervi anche durante questa seconda stagione, che mantiene alto il livello qualitativo. Potreste percepire meno magia, potreste sentire di meno quella relazione viscerale fra voi e lo schermo provata con i fatti della prima stagione, questo però non rende Westworld 2 un prodotto da amare e seguire con meno attenzione.
Si tratta di un diamante imperfetto, in grado di riservare sorprese ed emozioni inaspettate. Emozioni che ci accompagneranno fino all'inizio della terza stagione, sulla quale abbiamo prospettive interessanti a seguito degli ultimi minuti di questa seconda.

Westworld - Stagione 2 Pur con delle defezioni, come l’altalenanza nel ritmo e alcuni peccati di scrittura, la seconda stagione di Westworld si assesta su altissimi livelli, uno fra i prodotti migliori disponibili a oggi in televisione. Un viaggio intenso e appassionante fino al centro oscuro dell’umanità, dove ci si ritrova con un cuore metallico comunque in grado di pulsare con forza.

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