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White Lines Recensione: la nuova serie dal creatore della Casa di Carta

Quella che sulla carta poteva essere l'evoluzione dello stile di Álex Pina, si perde in una scrittura sdrucciolevole, con dinamiche bulimiche.

White Lines Recensione: la nuova serie dal creatore della Casa di Carta
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Álex Pina non sarà certo il nuovo J.J. Abrams, ma sicuramente si è guadagnato una nomea importante nell'ambito della serialità televisiva con successi come Vis a Vis e il fenomeno globale La Casa di Carta, nonostante il preoccupante allarme su La Casa di Carta 5. Le maschere di Dalì hanno fruttato a Pina un contratto di collaborazione esclusiva con Netflix, per il quale sta sviluppando Sky Rojo, serie incentrata sulla fuga di tre donne, ribellatesi al loro sfruttatore, e della quale sentiremo senz'altro parlare nei prossimi mesi.

Ma tra le uscite Netflix di maggio ha fatto capolino anche White Lines, la serie partorita dalla prolifica penna dello showrunner spagnolo e realizzata con il team inglese di The Crown. Pina abbandona carceri e rapine per raccontare la storia di Zoe (Laura Haddock), giovane donna che da Manchester vola ad Ibiza per scoprire la verità sul fratello Axel (Tom Rhys Harries), famoso DJ scomparso vent'anni prima, ma ritrovato cadavere tra le sabbie dell'Almerìa.

Sull'isola spagnola Axel aveva fondato un impero costruito sulla musica e solo i suoi amici più intimi potrebbero conoscere la verità su quello che sin da subito si prefigura come omicidio. Le premesse sono senz'altro interessanti, ma il tocco di Re Mida che sembra trasformare ogni produzione di Pina in un successo avrà funzionato anche con White Lines? Scopritelo nella nostra recensione.

Chi ha ucciso Axel Collins?

Potrebbe essere questo il claim della serie, parafrasando quello ben più famosa di Twin Peaks. Il mistero della morte di Axel Collins è il motore della narrazione della serie di Pina, attorno al quale si sviluppano tutte le altre linee narrative, legate ai differenti personaggi. Nonostante il fratello di Zoe sia già cadavere da più di vent'anni nel momento in cui la serie inizia la sua narrazione, la figura di Axel rimane centrale nel corso dei dieci episodi che compongono White Lines.

Il suo è un personaggio all'apparente ricerca del sogno, rappresentato dalla musica, ma il vero motivo del suo esilio isolano è dovuto alle dinamiche intercorse col padre, relative all'elaborazione del lutto della madre di Axel e Zoe, deceduta anni prima. Quella che però dovrebbe essere una delle colonne portanti nella costruzione del personaggio, emerge come una fragile architrave, che rischia di sbriciolarsi sotto il peso dei costrutti narrativi sui quali poggia.

Quella della madre di Zoe è una parentesi tutt'altro che periferica - sebbene funzionale al rapporto esclusivo tra Axel, il padre e Zoe - e forse Pina vuole volutamente ritardarne il dispiegamento per creare tensione sul rapporto conflittuale tra padre e figlio. Purtroppo questo procrastinare non permette una definizione omogenea delle dinamiche, che si sprecano sullo sviluppo di linee narrative meno interessanti.

Axel è un simbolo di libertà e di ribellione, ma nel corso degli episodi assistiamo anche ad una differente presa di coscienza, che potrebbe essere alla base del suo destino funesto. La parabola del successo del ragazzo di Manchester ha di per sé valore effimero e ridondante, non fosse per il suo -altrettanto effimero - processo di maturazione. Tutto questo è molto importante, perché ha ripercussioni dirette sullo sviluppo degli altri personaggi e su quello che, a tutti gli effetti, è un peccato di ridondanza narrativa da parte di Pina.

Una narrazione bulimica

Se c'è una cosa alla quale Pina ci ha abituati con le sue serie è l'abbondanza di elementi narrativi. La Casa di Carta non vivrebbe senza il continuo gioco al rilancio, nell'incessante costruzione di climax che vivono solo il tempo di raggiungere l'apice ascendente, prima che una nuova miccia narrativa venga innescata. È la cifra stilistica della serie, nonché il grosso limite dei piani del Professore.

In White Lines per fortuna non c'è questa rincorsa al sensazionalismo, sostituito però da una bulimia delle dinamiche tra i personaggi, che sfocia troppe volte nel melodramma di stampo soap. Se da una parte il mistero della morte di Axel è il pretesto della narrazione, dall'altra l'evoluzione - se così può essere chiamata - di Zoe è il vero fulcro della storia, attorno alla quale germogliano, a corollario, le vicende degli altri protagonisti. Quella di Zoe è purtroppo una dinamica che soffre la reiterazione di stilemi narrativi e ripiega troppo tardi sul cambiamento, la cui diluizione all'interno del racconto avrebbe giovato di una semina più uniforme. Questi elementi rendono pedante il personaggio interpretato da Laura Haddock e rischiano alla lunga la saturazione.

Pina si impegna poi a creare un ventaglio di personaggi non propriamente riusciti e succubi delle proprie connotazioni - uno su tutti Marcus (Daniel Mays), poco credibile nella sua "evoluzione" - che riempiono gli interstizi con dinamiche di sesso e droga fini a se stesse e delle quali in fondo importa poco, alla luce soprattutto della verità sull'uccisione di Axel Collins. Che Ibiza sia l'isola della trasgressione, dove tutto è possibile, ci viene raccontato sin dai primi minuti e la reiterazione di questo concetto, come pretesto per allungare il brodo di un racconto che soffre spesso di crisi d'identità di genere, può risultare in più di un frangente stucchevole.

Il sistema di sottotrame non è di per sé una pecca, ma viene fallato da un'ingenuità narrativa che indugia troppo su elementi superflui, perdendo di vista il focus della narrazione. Sono molti infatti i punti che rimangono in sospeso alla fine del decimo episodio, scadendo in alcuni casi nel grottesco. L'ipotesi di una seconda stagione sembra plausibile, nonostante la risoluzione del caso Axel Collins - sì, sappiamo chi è l'assassino - sia ancora pervasa da zone d'ombra.

Molta estetica, poca sostanza

La Isla Blanca esercita il suo fascino con location azzeccate e scorci mozzafiato; Ibiza è un posto fuori dal mondo, dove ognuno può essere chi vuole e reinventarsi. Tutto ciò si rispecchia in alcuni stilemi estetici che sono lo stereotipo della cartolina dell'isola, ma che sono in ogni caso coerenti con le tematiche e i valori esposti nel corso degli episodi. La fotografia è patinata e i colori contrastati e saturi; il production design lavora nello stesso senso, mostrandoci il lato opulento dell'isola, fatto di feste in mega ville con piscina e locali alla moda. Gli interpreti sono un po' il punto debole di questa produzione, ma rispecchiano anche una scrittura non all'altezza di molte situazioni, come già abbiamo avuto modo di evidenziare.

Se non fosse per una stesura dei dialoghi a tratti petulante, il personaggio di Zoe - e di conseguenza l'interpretazione di Laura Haddock - riuscirebbe ad innalzarsi oltre alla banale contrapposizione tra compitezza e libertà sfrenata. A complicare il quadro della protagonista alcune scelte di scrittura non proprio felici, come il discutibile ricorso alla psicologa a distanza come valvola di sfogo del racconto e, nei casi più felici, di foreshadowing degli eventi; un espediente che, evoluto insieme al personaggio, ne avrebbe sicuramente aumentato lo spessore narrativo.

In generale però, ad affossare i protagonisti di White Lines è una bidimensionalità galoppante, che li accomuna nel disperato tentativo di evadere, di restare eterni Peter Pan, nonostante la vita reale cerchi di presentare il conto, ed è qui che Pina pecca più d'ingenuità.

Il sesso, la droga, la musica e i soldi sono tutti elementi idealizzati e quasi mai ci si prende la briga di aggiungere quel livello di serietà intermedio, che avrebbe senz'altro aumentato la densità del racconto e l'attaccamento ai personaggi, soprattutto in vista della risoluzione dell'omicidio. I primissimi minuti dello show - con il ritrovamento del cadavere di Axel Collins - in questo senso sono abbastanza fuorvianti, perché impostano uno stile che purtroppo non si mantiene all'interno del racconto e che emerge solo a sprazzi in momenti più o meno azzeccati.

White Lines White Lines è un esperimento riuscito solo a metà. La mancanza di un serio sviluppo dei personaggi lascia i protagonisti dello show in balia di una bidimensionalità spinta, che avrebbe necessitato di un'elaborazione più completa in fase di scrittura. In particolare la figura di Zoe soffre di una non equilibrata redistribuzione degli elementi chiave del suo arco evolutivo e risulta così il più delle volte pedante e fuori luogo. L'apoteosi del grottesco è raggiunta dal personaggio di Marcus, poco credibile nel suo sviluppo ed emblema di quella scrittura lassista che è il vero difetto di White Lines, che decide di concentrarsi più sulle dinamiche di stampo soap tra i personaggi, che sulla loro evoluzione valoriale. Nonostante ciò il comparto tecnico ne esce vincente, con una scenografia curata e una fotografia patinata, che ben esprimono il mood della serie. La regia alterna i pochi sprazzi di originalità ad una narrazione dignitosa, che non mantiene però le premesse del prologo. Pina riesce solo in parte nel compito di affrancarsi da La Casa di Carta, superandone i limiti per incontrarne di nuovi.

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