Netflix

5 scene Western da rivedere in attesa di Godless

In occasione dell'arrivo di Godless su Netflix, rivisitiamo cinque momenti fondamentali del genere cinematografico americano per eccellenza.

speciale 5 scene Western da rivedere in attesa di Godless
Articolo a cura di

Nella sua continua ricerca di talenti cinematografici con cui collaborare Netflix ha conquistato anche le attenzioni di Steven Soderbergh, artefice insieme a Scott Frank della miniserie Godless, disponibile sulla piattaforma di streaming dal 22 novembre. Una storia di conflitti e tradimenti con un cast prestigioso (Jeff Daniels, Michelle Dockery, Sam Waterston), il progetto giusto per attirare l'attenzione degli utenti di Netflix alla ricerca di un prodotto legato al genere più longevo del cinema americano, capace di sopravvivere ancora oggi tramite varie declinazioni (basti pensare all'ibridazione con la fantascienza in Cowboys & Aliens). Per l'occasione vi proponiamo un piccolo viaggio indietro nel tempo, attraverso cinque momenti imprescindibili che hanno definito il genere e la storia del cinema.

Il colpo di pistola

Nel 1903 è uscito in America The Great Train Robbery, il film di Edwin S. Porter che storicamente segna la nascita del western al cinema. Dodici minuti di rapine e inseguimenti, il tutto confezionato con un lavoro che per i suoi tempi era rivoluzionario, con movimenti di macchina e montaggio alternato. Anche fuori dalla cerchia strettamente cinefila il film ha una certa fama, grazie alla celebre inquadratura finale (ma in alcune copie si trova all'inizio, poiché non incide sulla trama in sé), dove uno dei banditi, in primo piano, spara rivolto al pubblico. All'epoca, essendo il cinematografo uno strumento piuttosto nuovo, gli spettatori avranno reagito in maniera molto forte a quella scena, successivamente omaggiata da Martin Scorsese (nel finale di Quei bravi ragazzi), Breaking Bad e persino dal franchise di James Bond.

Vi presento John Wayne

Nel 1939 John Ford, regista di western per antonomasia, firma Ombre rosse (Stagecoach), considerato uno dei suoi film migliori. Suspense, brutalità e ironia abbondano in questa avventura basata su un racconti di Ernest Haycox, che ha anche il pregio maggiore di aver lanciato la carriera da protagonista (per lo più di western) di Marion Mitchell Morrison, alias John Wayne. Una consacrazione poco sorprendente se si considera anche solo il suo ingresso, con la macchina da presa che sancisce a tutti gli effetti l'entrata in scena di un nuovo eroe destinato a durare. Wayne e Ford hanno continuato a lavorare insieme fino al 1963, realizzando pietre miliari come Sentieri selvaggi, ma nulla potrà eguagliare quella prima apparizione, ancora più efficace per chi vide il film all'epoca.

La battuta perfetta

Sempre Ford, nel 1946, gira Sfida infernale (My Darling Clementine), adattamento della biografia romanzata di Wyatt Earp che in questa sede ha il volto di un altro attore caro al regista, Henry Fonda. La città di Tombstone e lo scontro di O.K. Corral sono al centro di un film sottilmente malinconico, che già con i titoli di testa, accompagnati dalla canzone che dà il titolo originale al lungometraggio, anticipa il filone del western crepuscolare associato a cineasti come Sam Peckinpah (non a caso un grande ammiratore di questo film in particolare). Ma c'è anche spazio per momenti più allegri e leggeri, come la celebre sequenza del ballo o il memorabile scambio di battute tra Earp e Mac, il barista di fiducia. L'uomo di legge chiede: "Ehi Mac, sei mai stato innamorato?". La risposta: "No, ho fatto il barista tutta la vita."

La fine di un'era

Due anni dopo aver completato la cosiddetta Trilogia del Dollaro, Sergio Leone torna al western con un'opera più epica, più seria, più malinconica, ma non per questo meno sovversiva. Oltre a scegliere Henry Fonda per il ruolo del cattivo, stravolgendo l'immagine dell'attore che era noto per i suoi personaggi integerrimi, Leone apre C'era un volta il West con un lungo prologo in cui taglia effettivamente i ponti con la sua filmografia fino a quel punto: tre pistoleri, assoldati da Frank (Fonda), aspettano l'arrivo di un treno. Da esso scende Armonica (Charles Bronson), che li uccide tutti e tre senza battere ciglio. Un incipit memorabile che, per la sua scelta di tre fuorilegge come vittime dell'antieroe interpretato da Bronson, non può non richiamare Il buono, il brutto e il cattivo e sancisce dunque la fine definitiva dello spaghetti western, almeno per Leone. Stando a dicerie varie sulla lavorazione, inizialmente i tre dovevano essere proprio Clint Eastwood (che rifiutò anche la parte di Armonica), Eli Wallach e Lee Van Cleef.

"Sì, sono William Munny, e ho ucciso donne e bambini"

Nel 1992 esce Gli spietati (Unforgiven), quarto e ultimo western diretto da Clint Eastwood, che per l'occasione dice addio al genere anche come attore. Dedicando il film ai suoi due padri putativi cinematografici, Sergio (Leone) e Don (Siegel), Eastwood medita sulla natura della violenza e sulla propria filmografia nei panni di William Munny, un ex-fuorilegge che torna in attività per vendicare una prostituta sfregiata e deve accettare, una volta per tutte, l'impossibilità di lasciarsi alle spalle il passato. Accettazione che arriva alla fine del film quando, rimasto da solo, Munny affronta il perfido sceriffo Bill Daggett (Gene Hackman) e ammette senza peli sulla lingua di essere una persona spregevole, con tanto di battuta finale fulminante ed efficace: quando Daggett gli dice che si rivedranno all'inferno, Munny risponde semplicemente "Già". Senza perdono, fino in fondo.