Netflix

Alias Grace e la passione di Netflix per la letteratura

Mentre l'adattamento del romanzo di Margaret Atwood debutta sulla piattaforma, diamo uno sguardo al prolifico rapporto tra Netflix e la pagina scritta...

speciale Alias Grace e la passione di Netflix per la letteratura
Articolo a cura di

Forse c'era davvero bisogno del successo di pubblico e critica di The Handmaid's Tale per rendersi finalmente conto di quanto la letteratura pesasse anche sulle produzioni seriali. Il trionfo agli Emmy dell'adattamento del romanzo di Margaret Atwood confermava infatti, se ce ne fosse ancora stato bisogno, che la pagina scritta poteva essere un ottimo carburante non solo per il cinema ma anche, e soprattutto, per i tempi dilatati del piccolo schermo, ribadendo che qualsiasi storia (distopica o meno), se maneggiata sapientemente, poteva essere una fonte di idee praticamente inesauribile e a misura di binge watching. Una potenziale miniera d'oro, quella degli adattamenti letterari, la cui fascinazione non aveva lasciato indifferente nemmeno Netflix che, ben prima di cogliere la palla al balzo decidendo di produrre un'altra celebre opera della Atwood, ne aveva attinto a mani basse per alcuni dei suoi prodotti originali di maggior successo. In occasione dell'uscita di Alias Grace, ripercorriamo allora brevemente questa passione per la letteratura con una manciata di titoli che hanno contribuito a rafforzare il successo della piattaforma di streaming statunitense e a inaugurare una tendenza destinata immancabilmente a segnare le narrazioni a venire.

La manna dei Young Adults

Se c'è una cosa che accomuna la stragrande maggioranza degli adattamenti letterari di Netflix è il (presunto) target di riferimento. Tralasciando resoconti o memorie autobiografiche (Orange Is the New Black, su tutte), dai drammi al fantasy, dal racconto di formazione alla fantascienza, è infatti la così detta etichetta di Young Adult e il suo universo di infinite possibilità a marchiare una serie di prodotti altrimenti decisamente eterogenei. Si parte così dal teen drama riveduto e corretto di Tredici, che trova nel formato episodico il mezzo congeniale per adattare il bestseller di Jay Asher, suddividendo in capitoli uno scavo emotivo che non risparmia nessuno dei suoi personaggi; fino ad arrivare al ritorno di Guillermo del Toro alla serialità con l'epopea fantasy di animazione Trollhunters (tratto dall'ominimo romanzo scritto a quattro mani da Daniel Kraus e dallo stesso regista), apprezzabile tentativo di rendere accessibile e famigliare - dopo i toni horror di The Strain - il proprio immaginario anche alle nuove generazioni.

E se altri prodotti - uno su tutti, lo Shadowhunters della saga di Cassandra Clare - non riescono a stare al passo con le dinamiche e la maturità della serie creata da Brian Yorkey o con la forza creativa dell'autore de Il labirinto del fauno, poco importa. Non di sole high school e scorribande fantasy sono fatte le letture per ragazzi. Mentre le (dis)avventure dei fratelli Baudelaire movimentano l'adattamento di Una serie di sfortunati eventi, nel tentativo di sostituirsi al film del 2004 con Jim Carrey e di ricalcare, assieme alle atmosfere, anche l'ampio respiro della serie di romanzi (4 libri distribuiti in 8 episodi, con tanto di onnipresente narratore), ecco allora fare la sua comparsa un'altra orfana, quell'Anne (con la "E") dai capelli rossi nata dalla penna di Lucy Maud Montgomery nel lontano 1908 e adattata già più volte sul piccolo schermo, tra film, miniserie e anime. Con il canadese Chiamatemi Anna e l'adattamento dell'opera di Lemony Snicket, Netflix, al di là di ogni giudizio di valore, dimostra come le grandi saghe siano un prodotto dai contenuti inesauribili e come i tempi della serialità siano i più adatti per tradurle in immagini e svilupparle, il più fedelmente possibile, nella loro interezza.

Italians do it better (?)

Non ci sono solo young adults, però, nella passione di Netflix per la letteratura. Oltre il regno delle storie per ragazzi c'è una terra di nessuno molto meno prevedibile ma altrettanto ricca di possibilità. Un mondo da esplorare con la stessa intraprendenza del Marco Polo dell'omonima serie creata da John Fusco, in un certo senso anch'esso protagonista della trasposizione del suo Il Milione. Ma è soprattutto il genere a farla da padrone in questo mondo, un genere svuotato dei sottotesti adolescenziali e finalmente libero di esplorare (almeno in teoria) ogni zona d'ombra dell'animo umano. E - mentre negli States si rispolverano le memorie dei primi profiler dell'FBI con la serie prodotta da David Fincher Mindhunter - è proprio un genere elementare e dagli ottimi propositi a nutrire e dar vita a Suburra - la serie, esempio tutto nostrano di questa tendenza.

Liberamente ispirata al romanzo di Giancarlo De Cataldo a Carlo Bonini, a sua volta ispiratore del film diretto da Stefano Sollima, la prima serie italiana prodotta da Netflix si innesta come un prequel nel solco della materia d'origine ma guardando, più ancora che al lungometraggio, all'inarrivabile lezione di Gomorra - la serie. Lontana dagli esempi più fulgidi derivati da quella New Italian Epic che aveva avuto il suo apice con il Romanzo Criminale di De Cataldo e con le sue conseguenti proliferazioni audiovisive (non a caso la serie di RC, così come quella di Gomorra, erano sempre create e dirette da Sollima), Suburra - la serie, orfana del suo autore/showrunner, resta così arenata a una tradizione televisiva ben distante dalla materia letteraria che l'ha ispirata, pur tracciando, a suo modo, la strada da seguire per le produzioni future.

Alla corte del Re

Ma il genere non si esaurisce certo in qualche romanzo criminale e gangsteristico italiano. Oltreoceano, lontano dagli intrighi della Città Eterna, Netflix sorprende pubblico e critica con quella che, alla luce dei trascorsi, pare una vera e propria impresa. Dimenticando la prima (e unica) stagione di The Mist, è niente meno che Stephen King a fornire materiale per l'inesauribile sete di storie della piattaforma statunitense. Fino a qui nulla di strano per l'autore più adattato di tutti i tempi, non fosse che i due film prodotti da Netflix - tratti da un romanzo e un racconto lungo del Re del Brivido - sono tra i migliori adattamenti degli ultimi anni.

Se si escludono le opere di culto rimaneggiate e rese proprie da una manciata di Autori, se si esclude perfino una produzione fortemente (sebbene non ufficialmente) debitrice dell'universo kinghiano come Stranger Things, Il gioco di Gerald e 1922 rappresentano infatti tutto ciò che di King solitamente si perde nella traduzione dalla pagina scritta all'immagine in movimento. Accettando la sfida di rendere l'infilmabile, di convertire, cioè, in soluzioni registiche tutt'altro che scontate quell'introspezione psicologica tipica dell'autore del Maine, questi due film, filologicamente impeccabili e sorretti quasi interamente da interpreti fin'ora a dir poco sottovalutati (Carla Gugino e Thomas Jane), si rivelano una ventata di aria fresca per tutti gli amanti dello scrittore e dell'horror in generale. Nonché la prova definitiva che la letteratura, per Netflix, non è certo un gioco da ragazzi.