Gli Anelli del Potere: Tolkien sarebbe davvero così deluso?

Alla luce delle recenti critiche e del fragoroso successo per il debutto della serie, approfondiamo le questioni sull'adattamento di Tolkien

Gli Anelli del Potere: Tolkien sarebbe davvero così deluso?
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Sono passati pochi giorni dallo scoppiettante debutto de Gli Anelli del Potere, eppure la serie ispirata alle opere di J.R.R. Tolkien ha già accesso intense discussioni legate al cast e all'adattamento dei testi di riferimento. Pur non avendo ancora tutti i mezzi per poter discuterne in maniera precisa e completa, vista l'uscita pubblica di soli due episodi, l'occasione è più che mai opportuna per analizzare le diverse critiche mosse allo show cercando di offrire un punto di vista che sia il più ampio e concreto possibile. Come accennato nella nostra recensione dei primi due episodi de Gli Anelli del Potere, la spettacolarità visiva lascia ancora spazio a parecchie domande circa la narrazione e la direzione della trama.

In tal senso, la seconda delle due puntate ha permesso di chiarire buona parte dei dubbi procedendo con le proprie storyline in maniera ben più concreta rispetto al primo episodio. Ciò che sta scaldando la maggior parte degli animi e degli appassionati di Tolkien, tuttavia, è ben distante dai pareri tecnici. L'astio nei confronti dello show ha costretto Amazon a bloccare le recensioni per 72 ore a causa delle recensioni negative de Gli Anelli del Potere, per cui potremo solo attendere per vedere se il filtro imposto dalla compagnia sortirà l'effetto sperato. Nell'attesa, approfondiamo gli elementi che hanno contraddistinto questa grande disputa, cercando di riordinare le idee andando oltre le lamentele mosse in nome dell'autore.

Le principali controversie

Osservando l'andamento dei commenti sul web, la principale critica che la serie si trova a fronteggiare riguarda l'ipotetico eccesso di elementi politicamente corretti - tra personaggi appartenenti a minoranze etniche e caratteri ben precisi decisamente stravolti. Tale argomentazione, spesso supportata da quella sottile frangia di spettatori che nasconde il proprio disgusto per il diverso sfruttando le intenzioni originali dell'autore come movente, è ormai caratteristica per la maggior parte delle produzioni contemporanee - basti pensare a The Witcher o a House of the Dragon.

Questa minoranza del fandom, particolarmente rumorosa, ha persino spinto gli interpreti, la produzione e diversi volti noti ad alzare la voce contro inutili estremismi o boicottaggi. Da commenti che rasentano il più becero razzismo ad altri che criticano la forza dei caratteri femminili presenti nello show in opposizione all'eccessiva fragilità di quelli maschili, la parte più tossica del pubblico ha portato avanti un'accesa protesta millantando che "Tolkien si sta rivoltando nella tomba".

Ciò che tuttavia sfugge a buona parte degli adirati è che le produzioni di grande calibro vivono sempre lo stesso tipo di dinamiche. Dare troppo spazio alla negatività più tossica non fa altro che alimentare critiche sterili o fin troppo futili per un adattamento che, come presuppone il proprio termine, intende presentare una visione (fra innumerevoli altre possibili) di opere tanto amate e rispettate dai fan di tutto il mondo.

Critiche e preoccupazioni volte a "preservare l'integrità" delle proprie pietre miliari preferite sono all'ordine del giorno, ma ogni nuova ondata sorprende per la bile e l'odio riversati verso attori, produttori o showrunner. Ogni eccesso non merita valore e non fornisce nulla a uno scambio di opinioni più che legittimo, come già visto ai tempi di Peter Jackson quando dovette subire la stessa ira durante la produzione delle sue trilogie cinematografiche.

Cambiare è necessario

Come accadde proprio nei primi anni del 2000, casting, omissioni e caratterizzazioni hanno sollevato polemiche capaci di confermare nuovamente l'ovvio: quando ci si impegna in un adattamento, ogni elemento può essere percepito in maniera diversa in base a chi ne percepisce l'essenza. Con questo non si vuole assolutamente indicare che ogni critica sia ingiustificata, ma anzi che perseverare nell'astio porti solamente ad allontanare l'attenzione dalle cose realmente importanti da giudicare.

A prescindere dal colore della pelle di certi interpreti, faccenda che non dovrebbe più neanche attirare l'attenzione, eventuali inserimenti o cambiamenti possono contribuire a creare una storia intrigante e più sfaccettata anche per i lettori più incalliti. Troppo spesso si tralascia un importante fattore che lo spettatore medio ignora: nessuna opera può essere adattata pedissequamente da un medium a un altro. Tempistiche, metodiche e caratteristiche strutturali sono troppo diverse per coincidere, per questo l'assenza di Tom Bombadil e Glorfindel, la compressione temporale e le diverse dipartite di alcuni personaggi chiave hanno allontanato un adattamento amato come quello della trilogia di Jackson dalle opere di riferimento. Eppure, quei lungometraggi hanno fatto la storia del medium sia in termini tecnici, sia in termini narrativi, portando milioni di spettatori a leggere i testi di Tolkien e ad appassionarsi a essi. Non accettare questo particolare ragionamento allontana dalla realtà oggettiva delle cose e non permette di giudicare in maniera coerente.

Quanto mostrato da Gli Anelli del Potere è frutto di un progetto che intende ampliare a dismisura il mondo tolkieniano verso più spettatori possibili, incuriosendo i fan storici e avvicinandone un gran numero di nuovi. Se a questo si unisce l'effettiva possibilità di raccontare soltanto eventi cruciali delle Appendici dei libri, e non gli eventi profondi e sfaccettati (per non dire enormemente complessi) de Il Silmarillion, va da sé che l'operato degli showrunner Patrick McKay e J.D. Payne sia volto a unire i puntini raccontando una versione più condensata e aperta del passato di Arda e del racconto che tutti amiamo. Se sulle intenzioni siamo certi ci sia chiarezza, non possiamo ancora dire lo stesso sulla resa pratica. Ed è proprio qui che l'attenzione dei fan dovrebbe concentrarsi.

Sperare in un adattamento che sia al 100% fedele all'opera originale, specialmente quando l'opera di riferimento è per antonomasia la più frammentaria ed eccessivamente longeva fra quelle che potrebbero esser trasposte su schermo, può portare soltanto a cocenti delusioni. L'opera letteraria rimane intoccabile e si spera possa esser recuperata da molti spettatori incuriositi dopo aver visto la serie. Semmai, l'attenzione della critica (e probabilmente quella della Tolkien Society) andrebbe riposta nell'effettiva qualità dell'adattamento - sia in termini tecnici, sia in termini narrativi.

La sfida: adattare Tolkien oggi

Senz'altro, la maggior difficoltà per chi opera in seno alla produzione sarà proprio quella di trasporre su schermo le sensazioni e le atmosfere di Arda in tutta la loro magnificenza. La varietà del mondo tolkieniano rappresenta un riferimento universale per ogni ambientazione fantasy e proprio per questo la cura nella resa degli ambienti e nella colonna sonora ha lasciato quasi tutti piacevolmente sorpresi.

In merito alla narrazione, per quanto la Tolkien Society osservi dietro le quinte che l'essenza delle opere non venga intaccata, abbiamo già potuto notare delle sbavature obiettivamente inequivocabili sia in termini di caratterizzazione dei personaggi, sia in termini di gestione narrativa. La Seconda Era raccontata ne Gli Anelli del Potere attinge a piene mani dall'Appendice B, ponendosi l'obiettivo di raccontare eventi cruciali quali la creazione degli Anelli e la caduta di Numenor.

In questo modo, gli showrunner possono plasmare la Terra di Mezzo a proprio piacimento, seppur entro certi limiti, mostrando per la prima volta diverse terre e raccontando eventi carichi di epicità. Come già avvenuto in altre produzioni, le linee temporali di millenni sono state condensate in alcuni secoli. Ciò è dovuto principalmente a una chiara esigenza televisiva, in cui il cambiamento repentino di diversi membri del cast potrebbe portare gli spettatori che non conoscono i libri a non affezionarsi ai personaggi e ad alienarsi, perdendo interesse nella serie.

Una scelta chiara, in termini di efficacia televisiva, è quindi quella di prediligere la chiarezza e la continuità alla fedeltà narrativa. I nuovi inserimenti o gli stravolgimenti vanno quindi inseriti in quest'ottica, sperando che la serie riesca a fornire abbastanza elementi per creare una struttura forte e interessante anche per i più scettici. I nuovi personaggi sono profondamente inseriti nel contesto tolkieniano e non risultano quasi mai fuori contesto. C'è da sperare che le loro trame non siano né semplici riempitivi, né filoni talmente cruciali da distogliere l'attenzione dagli eventi principali che dovranno accadere.

Un autore capirebbe?

Portando su schermo personaggi che possano collegarsi agli eventi della trilogia offre l'opportunità di mostrare aspetti del loro carattere e della loro formazione finora sconosciuti. Anche in questo caso, l'interesse e la curiosità lasciano immediatamente spazio al giudizio - e alle critiche. In particolare, uno dei principali problemi legati allo show sembra il carattere della Galadriel di Morfydd Clark: non solo il personaggio appare ben diverso dalla versione eterea a tutti nota, ma la sua missione sembra più guidata dalla voglia di vendicare il fratello che da un bene superiore.

In questo caso, si tratta a tutti gli effetti di una versione nuova di un personaggio che abbiamo imparato ad amare. In linea con alcune delle critiche, è innegabile che la caratterizzazione e le motivazioni di Galadriel appaiano estremamente fragili rispetto al contesto delle vicende, lasciando trasparire un'eccessiva crudezza nei modi che contrasta con la saggezza di una dama già plurimillenaria al tempo delle vicende. In generale, gli Elfi mostrati nella serie hanno, salvo alcune eccezioni, il solo difetto di apparire troppo "umani" (sia nell'estetica, sia nel carattere). Adottare dei cambiamenti per supportare i ritmi dello schermo o le dinamiche visive degli spettatori è più che doveroso, ma se c'è una cosa che speriamo possa migliorare nella serie è proprio l'equilibrio fra scene, eventi e sviluppo dei personaggi.

L'obiettivo principale in merito all'adattamento deve necessariamente essere rivolto a privilegiare lo storytelling, le interpretazioni e l'azione per contrastare il maggior distacco dalle opere originali. Rendere la serie e il mondo di Tolkien affascinante e accessibile a tutti è logico, ma adattare un mondo è molto più che azzeccare ogni evento della trama: adattare significa tradurre e preservare lo spirito di un'opera da un medium a un altro. Almeno in questa fase, possiamo ancora riporre grandi aspettative nello show e nel suo progetto.

Gli Anelli del Potere cerca di preservare queste idee e di agire sulla base di esse anche quando diverge completamente dagli scritti tolkieniani. In termini qualitativi, questa produzione intenzionata a tributare le opere del maestro dovrà anche riuscire a dimostrarsi magistrale nella sua (originalissima) costruzione narrativa. In questi termini, non c'è alcun dubbio che qualsiasi autore capirebbe ogni scelta adoperata propositivamente nel merito dei propri lavori.

Nel caso di Tolkien, oggi le ipotesi sarebbero infinite. In cuor nostro, crediamo che non avrebbe un atteggiamento passivo come Sapkowski né un atteggiamento morboso come Martin, bensì che avrebbe profondamente a cuore il fluire di nuova vita intorno ai suoi scritti.