Battlestar Galactica: su Amazon la serie che ha cambiato la fantascienza

Battlestar Galactica: come e perché il remake di Ronald D. Moore del 2003 ha cambiato la fantascienza televisiva.

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1978. La fantascienza è diventata un buon business per il mondo del video entertainment. Star Wars sta facendo faville al botteghino e le repliche di Star Trek hanno iniziato a spopolare. Glen A. Larson, padre di alcuni serie classiche degli anni 80 come Supercar, Magnum P.I., Manimal, Automan o la versione televisiva di Buck Rogers del 1979, crea Battlestar Galactica. La serie, che parla per lo più di battaglie tra astronavi nello spazio e robot, esplora l'idea di un manipolo di terrestri sopravvissuti alla distruzione di 12 colonie, che partono per un esodo alla ricerca di una mitica tredicesima colonia, la Terra. Riferimenti biblici e astrologici si riflettono in molte caratteristiche di una serie che lascerà una sua traccia nell'immaginario collettivo, nonostante duri solamente una stagione e un breve seguito nel 1980, anche per via dei costi eccessivi.

Senza dimenticare qualche piccolo problema, come quando la 20th Century Fox la citò in giudizio per plagio nei confronti di Guerre Stellari, processo che però si risolse a favore della creazione di Larson. Nessuno avrebbe immaginato che quella serie sarebbe diventata uno dei capisaldi della fantascienza televisiva moderna, subendo un processo di trasformazione e rinnovamento per mano del visionario Ronald D. Moore negli anni Duemila e divenire il successo che tutti noi conosciamo. Ora che Battlestar Galactica è sbarcata su Prime Video, vi raccontiamo la storia di quel successo.

Nuove cose, vecchie cose.

2003. SciFi Channel - che ancora non ha cambiato il nome in SyFy - lancia una miniserie, il cui scopo è quello di fungere da episodio pilota per un remake del vecchio telefilm del 1978. Il creatore di questa nuova versione è Ronald D. Moore, che si è fatto le ossa lavorando nel franchise di Star Trek scrivendo diversi episodi per Next Generation, Deep Space Nine e Voyager. Fondamentalmente temi e molti elementi della serie originale tornano in questa nuova serie, ma diventano la base per una reinterpretazione e un approfondimento decisamente estremo da parte del suo nuovo autore. Per introdurre contesto e personaggi e mettersi nelle condizioni di attrarre il proprio pubblico, Moore sceglie di giocare subito d'impatto.

La storia infatti comincia raccontando il violento genocidio perpetrato dai Cylon - i Cyloni, nella traduzione italiana -, che superano le difese umane grazie ad un tradimento e devastano le 12 colonie umane. Alla manciata di sopravvissuti non resta che la fuga grazie alla nave da battaglia Galactica. Il ruolo dell'ultimo baluardo dell'umanità è frutto del caso: al momento dell'attacco la grande astronave stava infatti per essere dismessa, ma proprio la sua tecnologia sorpassata rappresenta un ostacolo all'infiltrazione da parte dei Cylon. Il piano funziona, la gente apprezza e Battlestar Galactica diventa una serie di 4 stagioni, più diversi webisodes, il cui impatto è a dir poco dirompente sul panorama serial. La serie si aggiudica due prestigiosi premi dal mondo della critica, un Peabody Award e un Television Critics Association, mentre colleziona diverse nomination agli Emmy, che però non vince mai.

Molti ritengono che in questo caso abbiano pesato dei pregiudizi che gravano, o meglio gravavano, sulle serie di genere, ma che probabilmente proprio Battlestar Galactica ha contribuito ad infrangere. Sicuramente la trama della serie ha il suo peso; con i suoi misteri, i suoi riferimenti religiosi e il susseguirsi di colpi di scena. Quello che ha spiazzato gli spettatori e che ha reso questo remake una serie così seminale è però un insieme di diverse caratteristiche che hanno rappresentato innovazioni o scelte controcorrente sotto diversi aspetti, che vanno da elementi direttamente legati alla narrazione fino alla sua messa in scena.

Complessità e scale di grigio.

Nel corso della storia televisiva non sono certo mancate le space opera. Quante di queste però hanno assunto connotati così cupi e critici sulla natura e la condizione umana? Spesso uno dei ruoli fondanti della fantascienza è proprio quello di interrogarsi sulla natura dell'uomo e delle sue aspirazioni, utilizzandone i contesti e gli stilemi per porsi quesiti filosofici, etici ed esistenziali. L'approccio adottato da serie come Star Trek, ha però sempre avuto una chiara inclinazione ottimistica nell'affrontare simili temi.

Non che Battlestar Galactica metta in scena un quadro del tutto pessimista, però dipinge uno scenario di un realismo crudo, dove il grigio la fa da padrone. Filosofia, religione, ma anche una parabola dove il ruolo e il racconto politico hanno un peso preponderante e che, come nella realtà, impone scelte nelle quali etica e morale diventano malleabili, duttili e devono piegarsi sotto il peso di circostanze, necessità e sopravvivenza, per entrambi i lati della barricata. A rendere il tutto decisamente più complesso e, ovviamente, più coinvolgente, l'evoluzione che Moore ha scelto di conferire ai suoi Cylon.

Sono in mezzo a noi.

Qualcuno potrebbe ricordarli anche dalla sigla dell'A-team, dove ne appariva uno come piccolo omaggio a Dirk Benedict, ovvero l'attore che prima di diventare Sberla, il belloccio di uno dei più famosi gruppi action della televisione anni ‘80, interpretava il personaggio di Scorpion (Starbuck in originale) della serie del 1978. Erano i Cylon originali, androidi antropomorfi, argentati e decisamente appariscenti, il cui nome è un acronimo che sta per Cybernetic Life-form Node. Nell'universo del remake esistono ancora, anche se aggiornati ai tempi moderni e alla computer grafica, ma sono solo un elemento di un gruppo molto più sfaccettato e decisamente più inquietante. Oltre a cambiarne l'origine - infatti non si tratta più della creazione da parte di rettili alieni , ma sono un prodotto dell'uomo volto ad agevolare la vita dei suoi simili -, i Cyloni del nuovo millennio appaiono in diversi stadi evolutivi, di cui la versione argentata, i Centurioni, non è che la forma più basilare. I modelli più avanzati infatti arrivano ad avere un aspetto indistinguibile da un essere umano, al punto che alcuni di loro, silenti, non sanno neppure di esserlo.

Ed ecco uno degli elementi più perturbanti dell'intera serie: l'idea che chiunque potrebbe essere in realtà un nemico, anche e soprattutto a bordo della stessa Galactica e del corteo di navi superstite. L'assedio esterno, compiuto dai Cylon che inseguono i sopravvissuti con lo scopo di annientarli completamente, diventa così anche un assedio dall'interno, davanti ad una condizione che alimenta paura e paranoia e mina la psiche già provata degli ultimi uomini. Anche perché i Cylon non sono più semplici repliche dell'uomo, ma esseri veri e propri dotati di coscienza, sentimenti e desideri. In pratica una "umanità" alternativa con la quale il confronto non può che essere aspro e difficile.

Il lato umano

Battlestar Galactica è una di quelle serie dove è evidente quanto il rapporto tra personaggi e attori sia stato qualcosa che ha dato risultati superiori alla somma delle parti. E non è stata solo una questione di casting azzeccato e di buona scrittura. Edward James Olmos nel granitico ruolo di William Adamo. Mary McDonnell nei panni di Laura Roslin. Vedremo Katee Sackhoff in The Mandalorian 2 , ma qui veste gli abiti di Kara Thrace aka Scorpion (o Starbucks). Infine la Tricia Helfer di Lucifer è la sensualissima Numero Sei e James Callis ha il ruolo del complesso Gaius Baltar e insieme al resto del cast danno forza a personaggi estremamente sfaccettati, complessi e capaci di un ampio spettro emotivo. Gli attori non si sono semplicemente calati nelle parti, ma le hanno fatte proprie, spingendo gli autori a modificare spesso i propri piani prendendo strade ed evoluzioni non sempre preventivate. Ed "evoluzione" è un'altra delle chiavi di questi personaggi, nessuno dei quali resta statico nel proprio ruolo. È il caso ad esempio della Helfer, modella alla sua prima esperienza attoriale. Le sue inattese doti recitative hanno infatti spinto gli autori della serie ad aumentare il peso e la complessità del suo personaggio. Come abbiamo visto, la componente umana, con tutte le sue sfumature, da quelle più edificanti e quelle più negative, la sua fallibilità, e persino le sue incongruenze, sono il cuore del racconto.

Domande che la serie ribalta sui propri spettatori. Di sicuro non sarebbe stato possibile ottenere buoni risultati se la combinazione tra recitazione e scrittura non avesse funzionato nel modo corretto. Se, ancora, un'attrice come la Sackhoff, ad esempio, non fosse riuscita a portare un'enorme carica umana in un personaggio costruito sul cliché dell'eroe spaccone, probabilmente un progetto del genere avrebbe perso molto del suo spessore, scivolando verso qualcosa di più convenzionale e decisamente meno efficace.

Stratificazioni.

Filosofia, etica, politica e religione. I temi stratificati nella narrazione di Battlestar Galactica, come dicevamo, sono numerosi. Temi che la serie affronta con un certo coraggio e notevole intelligenza, sempre cercando di evitare la risposta facile, semplificazioni, partigianerie o conclusioni edificanti. In questo, la serie di Moore è quasi crudele nel realismo e nell'ottica quasi documentaristica del suo approccio allo studio dei comportamenti umani. Sembra quasi di essere osservatori davanti alle cavie di un complesso esperimento psicologico sulla natura umana e sulla convivenza tra differenti gruppi sociali. E questo vale dal punto di vista strettamente umano, considerando i diversi gruppi sociali formati dalle comunità dei sopravvissuti delle 12 colonie, ma vale anche considerando la controparte rappresentata dai Cylon.

E come ogni esperimento che si rispetti, c'è anche la misura del tempo a fornire un ulteriore componente di studio e ad avere pesanti conseguenze, sia sulle "cavie" che sugli osservatori - noi spettatori. Una componente che grava inquietante su tutta la serie. Ogni episodio ci mostra un conteggio. Il tempo, in questo caso non si misura però in giorni, settimane o mesi. Si misura con il numero di esseri umani rimasti ancora vivi nella carovana spaziale guidata dalla Galactica, e quindi in tutto l'universo. Se parliamo poi del realismo ricercato dalla serie, non si può dimenticare la cura e l'approccio alla costruzione della serie su più livelli, incluso quello della lingua. I personaggi delle 12 colonie infatti possiedono modi di dire e alcune parole che riescono a simulare riferimenti culturali alternativi ai nostri. Che dire del termine "Frack", il cui ruolo di imprecazione più diffusa le permette, come giustamente capita a simili parole, di essere declinata in varie forme e varie frasi a seconda del bisogno e delle circostanze?

Estetica.

Ma l'idea più "documentaristica" della serie è anche alla base di un altro degli elementi di Battlestar Galactica che hanno rappresentato un deciso cambio stilistico all'approccio del racconto fantascientifico. L'estetica della serie trova il suo punto più creativo nello spazio esterno. Quando deve mostrare il vuoto siderale e le navi che lo attraversano o che si danno battaglia; e lo fa con un taglio estremamente realista. Inquadrature, zoom, movimenti di macchina e cambi di fuoco sembrano simulare una ripresa realizzata in tempo reale da qualcuno che si trova a documentare gli avvenimenti in presa diretta.

Non sembra di assistere alle scene di racconto narrativo, ma alle riprese di un vero e proprio reportage, il cui effetto, al di là del semplice gusto estetico, è quello di immergere in maniera estremamente spiazzante, coinvolgente ed efficace lo spettatore nell'azione. Non è un caso che un approccio simile sia poi pian piano stato assorbito da altre produzioni fantascientifiche, non solo per il piccolo schermo, ma anche al cinema, aggiungendosi agli altri elementi che hanno reso Battlestar Galactica una serie che è stata capace di cambiare le regole del racconto fantascientifico televisivo, a prescindere dai gusti personali.

Battlestar Galactica - Stagione 1 L'intervento di Ronald D. Moore su Battlestar Galactica non è stato soltanto un esempio di quanto realizzare un remake possa significare costruire un qualcosa di nuovo, interessante e avvincente, ma è stato anche un approccio che, con una stratificazione di temi e una grande attenzione nella costruzione e nei dettagli, è riuscito a dare vita a nuovi standard per le produzioni di stampo fantascientifico - e non solo -, sul piccolo e sul grande schermo.