Black Lives Matter: 10 serie TV contro il razzismo

A sosteno del movimento Black Lives Matter, ecco 10 serie contro il razzismo da vedere e riscoprire per approfondire il tema sotto diverse sfumature.

speciale Black Lives Matter: 10 serie TV contro il razzismo
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La risonanza e le proteste raggiunte dal movimento Black Lives Matter rappresentano ormai un fiume che è tracimato e non riesce più a trovare una battuta d'arresto. In tutti gli Stati Uniti artisti e celebrità di ogni genere ed estrazione hanno manifestato in molti modi il proprio appoggio alle manifestazioni, persino a costo di mettere a repentaglio la propria carriera, come nel caso dell'attore afroamericano John Boyega. E con loro anche diverse aziende, reti televisive e canali streaming. Netflix ad esempio ha varato la categoria "Black Lives Matters" tra quelle selezionabili, mentre un colosso dell'intrattenimento per l'infanzia come Nickelodeon ha deciso di esporsi in maniera eclatante quando ha oscurato la propria emittente per otto minuti e 46 secondi, il tempo che George Floyd ha trascorso con il collo schiacciato dal ginocchio di un ufficiale di polizia fino a morire per asfissia.

Si tratta di vicende che possono risultare difficili da afferrare appieno per chi non le viva direttamente sulla propria pelle. Vogliamo allora proporvi 10 serie che non solo si sono fatte portatrici di temi e valori che offrono in qualche modo un nostro ideale contributo al #BlackLivesMatter, ma che in molti casi aprono spaccati che potrebbe aiutare a comprendere meglio le ragioni di una rabbia che un'intera nazione coltiva da ormai più di 200 anni.

I Jefferson

La televisione e le serie televisive si sono fatte spesso pioniere e portavoce di temi razziali: impossibile non citare la serie originale di Star Trek, capace non solo di portare in scena un equipaggio in cui convivono bianchi, neri, orientali, russi e alieni, ma anche di mettere in scena il primo bacio interrazziale della storia televisiva, quando in un episodio il comandante Kirk bacia appassionatamente il tenente Uhura.

Negli anni ‘80 il mondo delle sitcom americane si popola con grande successo di personaggi e protagonisti di colore, come Il Mio Amico Arnold (Diff'rent Strokes), I Robinson o Sanford and Son, serie che inevitabilmente toccano tra le tante cose toccano proprio il tema del razzismo. Tra queste c'è una serie che riesce a raggiungere quota 11 stagioni e 253 episodi, nonostante, a dirla tutta, nasca come spin-off di un altro prodotto, Arcibaldo (All in the Family). La serie si intitola I Jefferson.

Seppure sia una sitcom, e quindi alla ricerca comunque di toni leggeri, la serie nel corso delle sue stagioni toccherà comunque temi forti come la droga, alcolismo e suicidio. Ma questo è qualcosa che molte altre sitcom simili faranno nello stesso periodo. Cosa rende particolari allora le vicende di Goerge Jefferson e di sua moglie Louise (o come spesso la chiama lui urlando "Weezey")? Un inaspettato ribaltamento formale. La serie inizia infatti quando i coniugi Jefferson si trasferiscono dalla povera Harlem ad un lussuoso appartamento ai piani alti di un palazzo dell'Upper East Side di Manhattan. La lavanderia di George è ormai diventata una catena, portando la famiglia Jefferson a passare dalla povertà del ghetto alla ricchezza dei quartieri bianchi. Il ribaltamento non sta però nel ritrovarsi a seguire le vicende di una neo ricca famiglia di colore, quanto piuttosto nel fatto che il suo capofamiglia, interpretato dal comico Sherman Hemsley, è il personaggio più razzista dell'intera serie.

È lui che, tra il suo salotto, la cucina e il pianerottolo, ovvero le location dell'intera (o quasi) sitcom, non farà altro che ribaltare valori e aspettative e distruggere luoghi comuni, come ad esempio quando manifesta costantemente la sua palese ostilità ai coniugi Willis, vicini di casa e, soprattutto, coppia mista (la prima del genere in televisione) formata da un bianco ed una nera (per altro interpretata dall'attrice Roxie Roker, madre del musicista Lenny Kravitz). Lo spiazzamento, oltre a generare uno dei motori comici della serie, diventa così anche elemento che non fa altro che rendere ancora più evidente e palese l'assurdità delle posizioni razziste, da qualsiasi direzione arrivino.

Black-Ish

Con un lungo salto avanti nel tempo e rimanendo in ambito sitcom, tra le produzioni più recenti che affrontano il punto di vista nero in America, salta agli occhi immediatamente Black-Ish. Prodotta da ABC, l'esilarante serie non solo percorre temi e strade tenendosi ben distante da stereotipi e banalizzazioni in cui finiscono spesso per scivolare prodotti dello stesso filone, ma lo fa permettendosi di prendere le cose decisamente di petto.

Non c'è tema caldo e divisivo che la famiglia Johnson non si ritrovi a toccare in qualche modo, dal razzismo alle tematiche lgbt, dalla politica all'etica del lavoro, affrontandolo con intenzioni ciniche e provocatorie, ma senza per questo essere dissacrante, anzi. C'è una certa leggerezza che guida alla riflessione, anche e soprattutto perché la serie riesce a portare gli argomenti sempre su un piano di estrema chiarezza e comprensibilità.


Si ride, certo, ma non per sdrammatizzare o sminuire, quanto piuttosto per trovarsi ad affrontare le cose con un punto di vista meno scontato. Come per i Jefferson, anche la famiglia Johnson si ritrova praticamente "isolata" o quasi in un quartiere di classe medio alta e a prevalenza bianca, facendo sì che per loro il concetto di rivendicazione sia un aspetto che permea in assoluto ogni aspetto della loro quotidianità. In casa, a scuola, al lavoro, nella socialità. Significativo su tutti in questo particolare momento è un episodio della seconda stagione, "Hope", dove è proprio il tema della brutalità della polizia nei confronti delle persone di colore al centro dell'attenzione.

5 stagioni per un totale di 118 episodi, più uno speciale e uno spin off, una collezione di 90 nomination e 28 premi aggiudicati non fanno che sottolineare quanto Black-Ish sia una di quelle serie da recuperare, ora più che mai. Nel cast, nel ruolo ricorrente di nonno Earl "Pops" Johnson, l'attore Laurence Fishburne, noto per il ruolo di Morpheus in Matrix.

Atlanta

Non ci allontaniamo troppo nello spostarci sulla serie creata e interpretata da Donald Glover, giovanissimo e istrionico attore, comico, autore, dj e musicista. Questa serie non è esattamente una sitcom, e non è esattamente un musical. Atlanta è una di quelle serie ibride, difficile da etichettare, fattore che risulta essere decisamente un valore aggiunto. Sarcasmo e toni surreali diventano però strumenti per raccontare un'altra storia di riscatto, attraverso la musica, in una città violenta e con una lunga storia di tensioni razziali. Non per niente Atlanta è la città di origine di Martin Luther King ed è costituita da una popolazione a maggioranza afroamericana.

Dicevamo quanto questa sia una serie difficile da valutare: questo non vale solo per quanto riguarda il suo genere, ma anche per il suo ritmo e il suo stile di racconto, apparentemente non molto in linea con le produzioni dei grandi network, che della commedia fanno uno strumento spesso sincopato. Atlanta ha tutt'altro sapore, capace di toccare anche toni malinconici mentre affronta le storie anche attraverso il paradosso. La storia dei due cugini che vogliono sfondare nel mondo dell'hip hop è urbana, quotidiana e irriverente, con un piglio, un approccio e una fotografia da film indipendente. L'effetto però è tutt'altro che respingente e la serie ha saputo raccogliere consensi e premi prestigiosi, come due Golden Globe e due Emmy (uno dei quali come miglior regista per Glover, che così è diventato il primo afroamericano ad aggiudicarselo). Non è un caso che qualcuno l'abbia addirittura definita catartica.

When They See Us

Se c'è una sfumatura del razzismo che l'uccisione di George Floyd ha evidenziato per l'ennesima volta, è quella tendenza al pregiudizio tipica di un certo modo di pensare. C'è l'idea imperante che l'altro, l'uomo di colore ad esempio, sia inferiore intellettualmente e moralmente, mosso da istinti bassi, addirittura ferali, e che quindi, inevitabilmente, sia sempre e comunque il primo e più plausibile colpevole quando si verifica un crimine, soprattutto a sfondo violento. Qualcosa che la miniserie creata da Ava DuVernay per Netflix racconta mettendo in scena un crudo fatto di cronaca del 1989.

When They See Us ricostruisce i fatti seguiti all'aggressione e allo stupro di una ragazza che faceva jogging a Central Park. Vengono arrestati cinque ragazzi, quattro neri e un ispanico, accusati e incarcerati anche in mancanza di prove a loro carico. Rimarranno in prigione fino a quando, nel 2002, il vero aggressore confesserà, scagionandoli. La miniserie racconta il caso, il carcere, ma anche il subito dopo, con un piglio quasi chirurgico. Non c'è spettacolarizzazione, ma una messa in scena crudele che rende la visione e il binge watching doloroso, ma non per questo meno attraente. L'altissima qualità del lavoro è confermata da 11 candidature agli Emmy 2019 e diversi altri premi.

Dear White People

Se parliamo di stereotipi e di quel razzismo strisciante, spesso meno eclatante e manifesto, che prospera anche negli ambienti più inaspettati, come ad esempio all'interno di una prestigiosa università, Dear White People è un'ottima serie per rimettersi in discussione. Ancora una volta si mescola un po' di dramma e un po' di ironia, per mettere in scena discriminazione e classismo vissuti come normalità.

Samantha, una delle studentesse dell'università di Winchester, dà vita ad un programma radiofonico che si intitola appunto "Dear White People", con l'intenzione di sensibilizzare e raccontare problemi, per lo più razziali, di cui nessuno sembra volersi accorgere.Il plot diventà però pretesto per raccontare vicende attraverso il punto di vista di diversi personaggi, creando così una visione sfaccettata che cerca di evitare di ridursi a parziale.Il lavoro creato da Justin Simien nasce a sua volta da un film dello stesso autore, riesce a mantenere un approccio fresco, concentrando e tenendo al centro dell'attenzione la componente umana.

Radici

La miniserie del 1977 e ispirata al romanzo di Alex Haley è uno di quegli eventi che hanno fatto la storia della televisione. Le vicende di Kunta Kinte fanno da sfondo al racconto di quelle che potremmo definire proprio le radici della questione oggi sfociata nel Black Lives Matter: la storia dello schiavismo americano. Il racconto della lotta per la libertà di un intero popolo ha lasciato tracce molto forti nell'immaginario collettivo. Peccato che evidentemente non sia riuscita ad aver un impatto tale da riuscire cambiare le cose.

Nel 2016 History Channel realizza un costoso remake, al quale partecipano (com'era già successo all'epoca dell'originale) tantissimi attori di fama, di colore e non, come Forest Whitaker, Laurence Fishbourne, James Purefoy, Anna Paquin, Jonathan Rhys Meyers. Quello che emerge subito da questo nuovo lavoro è un approccio che abbandona ogni edulcorazione per una ricostruzione storica più realista e decisamente più cruda.

Questa volta non va in scena solo la violenza, ma anche l'orrore al limite del disgusto che le pratiche degli schiavisti mettevano in campo. Gli interpreti, i grandi nomi e non, non sono qui solo per attrarre il pubblico o baloccarsi in qualche cameo, ma mettono in scena interpretazioni intense. Accusa e speranza si intrecciano e gridano con forza nel racconto di intense 8 ore, il cui evidente intento è quello di scuotere, oltre che raccontare.

Hap&Leonard

Quello che ha fatto il famoso scrittore dall'animo pulp Joe Lansdale quando ha dato vita alla sua serie di romanzi con protagonista la coppia di amici Hap Collins e Leonard Pine, è stato prendere il canone dell'amicizia virile e metterlo sotto un'ottica decisamente inaspettata. E non solo perché Hap&Leonard, diventati protagonisti poi di una trasposizione in tre stagioni per Sundance TV e Amazon Prime Video, sono un bianco e un nero nel più profondo e razzista Texas degli anni ‘80. I due sono uniti da un'amicizia profonda e fraterna, nonostante siano quanto di più distante possa esserci uno dall'altro. Bianco, etero e obiettore di coscienza che si è fatto il carcere per aver rifiutato la chiamata per la guerra del Vietnam, uno. Nero, gay e veterano della guerra del Vietnam, l'altro.

Armati di una certa sfrontatezza, i due vivono alla giornata e finiscono per ritrovarsi spesso invischiati loro malgrado a risolvere diversi crimini in un mondo che sembra congelato in un epoca molto più gretta e vecchia di quello in cui sono ambientate le storie. Se la serie non raggiunge la dirompenza della scrittura di Lansdale, parliamo comunque di un prodotto godibile, ma soprattutto di una serie che nei suoi eccessi e in qualche esasperazione mette in scena lo spaccato di un certo tipo di America, terribilmente anacronistica e gretta ma anche assurdamente attuale. Un'altro tassello per comprendere quanto certi modi di pensare, di intendere e di vedere l'altro, l'uomo di colore (ma spesso qualsiasi diverso), siano radicati e naturali in certi luoghi e in certi ambienti, nella loro disarmante, anacronistica ed esasperante assurdità.

Self Made

La miniserie Self-Made mette l'attrice premio Oscar Octavia Spencer nei panni di Madam C.J. Walker, la prima imprenditrice di successo afroamericana degli Stati Uniti. Barocca, stravagante, con toni surreali, la miniserie reinterpreta e romanza la vita del personaggio realmente esistito per affondare il coltello sui pregiudizi, in questo caso razziali ma anche di genere. Seppure imperfetta e non priva di difetti, a tratti quasi frettolosa, la mini offre ancora un'altra sfaccettatura della questione, questa volta partendo da un'idea apparentemente superficiale come l'aspetto esteriore.

Una delle chiavi più efficaci e interessanti dell'intera miniserie è infatti il ragionamento che spinge Madame a riflettere sui capelli delle donne di colore, elemento da cui partirà la sua scalata imprenditoriale. Una riflessione tutt'altro che banale e scontata. L'immagine di sé, con tutto il carico di aspettative e di impressioni hanno inevitabilmente un ruolo e un peso in questa società, ieri come oggi. Soprattutto, ancora una volta, quando il colore della tua pelle è quello "sbagliato".

Hollywood

L'ultima fatica di Ryan Murphy, creatore di Glee, American Horror Story e diversi altri successi televisivi, è una bizzarria che mescola personaggi reali e personaggi inventati in una sorta di versione alternativa del passato. Ma al di là della sua bizzarria, che anche in questo caso è alimentata anche dal suo mescolare generi e toni, Hollywood è prima di ogni cosa una storia che parla di emarginati di ogni genere: per gusti sessuali, colore della pelle, origini.

Quello che Murphy pennella in questo affresco estremamente vivido e originale è una sorta di viaggio dietro le quinte del sogno, che mostra quello che si nasconde dietro la meravigliosa patina di quell'immensa scenografia che è la Hollywood dei tempi d'oro. Crudele, ironico ma allo stesso tempo non privo di speranza, la serie fa proprio il concetto di sogno stesso. Una visione allo stesso tempo cinica e trasognata, che non fa che alimentare riflessioni e regalarci diverse, dolorose, staffilate.

Quindi certo, questa volta il tema razziale non è il centro della storia, ma uno degli elementi che ci raccontano quanto sia sempre e comunque presente quando in America si parla di emarginazione. Sontuosa, con una ricostruzione minuziosa e che conferma l'attenzione e il gusto celle produzioni realizzate da Murphy, la serie è impreziosita un cast in stato di grazia, dove spicca un inaspettato Jim Parsons che si smarca con forza dal suo Sheldon di Big Bang Theory.

Whatchmen

Sicuramente la serie che apparentemente ha meno connessioni con la realtà di questa carrellata. Ma solo apparentemente. Se è vero infatti che stiamo parlando di un sequel ambientato 30 anni dopo uno dei fumetti di maggior impatto e successo del mondo supereroistico americano (e sottolineiamo come la serie sia un sequel del fumetto e non della sua trasposizione cinematografica che ne cambiava soprattutto i presupposti finali) e che si svolge in un mondo ucronico dove, tra le altre cose, l'America ha vinto la guerra del Vietnam.

Senza addentrarci nella qualità della serie e nell'incredibile lavoro che ha permesso a Lindelof di creare qualcosa di nuovo ma che rispetta perfettamente il valore e lo status del fumetto originale, ci limitiamo in questo elenco a soffermarci su uno dei suoi temi, che è proprio il razzismo. C'è un evento storico del mondo reale che entra e viene reinterpretato in questa ucronia: il massacro di Tulsa.

Avvenuto nel 1921, diventa uno dei motori di tutta la vicenda, poiché affronta il tema del razzismo in una chiave viscerale, inaspettata e spiazzante che si sposa con il tema delle maschere sotto diversi punti di vista. L'idea di suprematismo bianco è una delle colonne portanti di una storia complessa e destabilizzante (in senso dannatamente buono), che ci dice tantissimo di noi, della nostra società. Perché è impossibile interrogarsi sulla natura umana senza affrontarne i lati più oscuri, come il desiderio di potere, di superiorità e le questioni razziali.