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Daredevil: l'ossessione come tema portante della terza stagione

In una stagione immensa è presente un fil rouge che tiene insieme tutti gli elementi straordinari: l'ossessione che affligge i protagonisti.

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Ormai è assodato: la terza stagione di Daredevil è un grande successo di critica e di pubblico: ha fatto impazzire di gioia i fan, anche quelli più scettici, e colpito positivamente i critici grazie alle sue innegabili qualità. A volte, però può risultare difficile trasmettere i motivi per cui un prodotto risulti così valido, mentre appare molto più semplice spiegare perché quella serie o quel film sia mediocre, o quantomeno lacunoso. Si corre allora il rischio, con una serie straordinaria come Daredevil, di lasciar passare in sordina alcuni degli aspetti più curati in favore di altri altrettanto pregevoli: c'è qualcosa che tiene unite caratteristiche di valore assoluto come un villain epocale, una regia eccelsa, combattimenti coreografati in maniera eccellente e un'atmosfera cupa e crudele. Questo qualcosa è l'evoluzione dei numerosi personaggi carismatici che costellano Hell's Kitchen, senza la quale ogni singolo elemento perderebbe una parte consistente della sua forza. Un'evoluzione marchiata dal denominatore comune dell'ossessione, fil rouge della stagione. Attenzione: questo articolo contiene spoiler sulla terza stagione di Daredevil.

Un diavolo spezzato in due

"La verità è che preferirei morire come il diavolo che vivere come Matt Murdock". Una frase che riassume perfettamente la situazione precaria in cui ritroviamo Matt (Charlie Cox) all'inizio della stagione. Non è una conseguenza dell'ossessione (non ancora), ma di un'enorme frustrazione: per l'ennesima volta la sua doppia vita ha messo in pericolo le poche persone che ama e alcune di esse hanno persino pagato la sua incoscienza con la morte. Distrutto nel corpo e nello spirito, la reazione iniziale è una rabbia cieca e incontrollabile, che lo porta a rinunciare alla fede, alla fiducia nella legge e alla stessa identità, perché senza Matt Murdock viene meno anche la minaccia per i suoi amici.

Una situazione che lui semplicemente non è più disposto ad accettare e per questo d'ora in poi esisterà solo il Diavolo di Hell's Kitchen, dedito a salvare le persone. Un equilibrio instabile che crolla nel sentire la notizia della scarcerazione di Wilson Fisk (Vincent D'Onofrio) in contemporanea con il recupero del suo udito, la clamorosa goccia che fa traboccare il vaso. Inizia l'ossessione, il riconoscimento della vacuità di tutti i suoi sforzi in qualità di avvocato e di vigilante: il primo non è riuscito a mantenere rinchiuso il boss criminale, il secondo ha miseramente fallito nel cogliere l'opportunità di ucciderlo. Non esiste altro che fermare Fisk, un proposito talmente angosciante e opprimente da essere mostrato al pari di una vera discesa nell'oscurità.

Emozioni primordiali

Ciò che Matt compie pur di svelare il piano di Fisk è assimilabile, infatti, al delirio di un tossicodipendente in astinenza, che nuoce a sé stesso quanto alle persone care. Ecco spiegato allora l'attirare Foggy (Elden Henson) in un bar per rubargli il portafoglio con tutte le sue carte personali o il contattare Karen (Deborah Ann Woll) mettendola ulteriormente in pericolo sotto i riflettori. Un Fisk immaginario prende addirittura forma nella sua mente per deridere costantemente le sue debolezze e ricordargli l'impossibilità di fermarlo, inscenando alcuni tra i dialoghi più spietati della stagione. E tutto l'arco narrativo si muove lungo questa dicotomia, lungo uno scontro tra una luce sempre più fioca e un'oscurità sempre più allettante, per la quale Matt è disposto a sacrificare ogni parte del suo essere. L'importante è che Fisk venga fermato. Un'ossessione familiare allo stesso criminale, indirizzata proprio verso Murdock, ovvero l'avvocato che lo ha messo in prigione e che ha osato minacciare non solo lui, ma la sua amata Vanessa (Ayelet Zurer). Un affronto imperdonabile, che esplode fragorosamente quando Fisk comprende che Matt è anche Daredevil, il vigilante colpevole di averlo umiliato e battuto. Farsi pugnalare da un carcerato, provocare una rivolta in prigione durante la visita dell'acerrimo nemico, assoldare un agente dell'FBI con vistosi problemi di sanità mentale affinché vesta i panni di un Diavolo Rosso sanguinario, nulla di ciò è eccessivo per la sua giustificata e retta vendetta. Una mania reciproca tra i due protagonisti, illuminata dal loro incontro nell'ultima puntata: nessuna parola, un lungo sguardo seguito da un urlo rabbioso, sintomo di un odio trattenuto per troppo tempo. Quando un qualsiasi prodotto di intrattenimento riesce, in un momento cruciale, a rinunciare alla sceneggiatura per enfatizzare un sentimento così primordiale, e a farlo senza disperdere un briciolo di carica emotiva, significa che sui personaggi è stato svolto un lavoro magistrale.

Gli atti della disperazione

Neanche Karen è esente dall'ossessione, anzi ne viene colpita al pari di Matt e Fisk, se non di più. L'uomo che ha tentato di ucciderla ripetutamente è di nuovo in libertà, pronto ad allungare la sua perversa presa sulla città. I sacrifici, le morti innocenti, le sofferenze che quell'unica persona ha causato ma che alla fine sono valsi la sua incarcerazione vengono spazzati via; le sue notti insonni nel disperato tentativo di cercare una minima traccia per smascherarlo e ritrovare una parvenza di serenità e sicurezza sono cancellate da un patto scellerato dell'FBI. Sul piano personale, Karen subisce a livelli molto più profondi l'ossessione del rilascio di Fisk e lo sguardo stremato che l'accompagna per l'intera stagione ne è la prova. Il falso Daredevil, che arriva persino a salutarla per nome prima di sparare all'uomo capace di incastrare Kingpin in piedi dietro di lei, chiude definitivamente il suo tentativo di razionalizzare gli eventi: non c'è modo di fermare una persona così potente ed influente. Questo sentimento di pericolo tangibile, di una situazione realmente catastrofica e senza via d'uscita, è un altro aspetto che contraddistingue i capolavori. Allora Karen reagisce nell'unica maniera che le rimane, come una squilibrata, in un tentativo a dir poco insensato di far perdere il controllo a Fisk sotto lo sguardo dell'FBI. Gli racconta di aver ucciso lei il suo unico amico, Wesley (Toby Leonard Moore), attraverso un sadico racconto ricco di dettagli nella delirante speranza di scatenare il mostro che in realtà Fisk è, a costo della sua stessa vita. Scritta, girata e interpretata con una competenza e una bravura incalcolabili, si tratta di una sequenza clamorosa, forse la più intensa di una terza stagione totalizzante che rimarrà impressa nei nostri occhi, come un'ossessione.