Doctor Who: le 10 migliori scene scritte da Steven Moffat

Mentre lo showrunner scozzese si appresta a lasciare il mondo del Dottore, ripercorriamo la sua attività tramite dieci momenti imprescindibili

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Steven Moffat, classe 1961, afferma che la voglia di scrivere professionalmente gli è venuta vedendo la serie originale di Doctor Who, in onda dal 1963 al 1989 (l'autore scozzese dice di ricordare gli episodi con Patrick Troughton, il Secondo Dottore, e di essere divenuto un fan sfegatato con l'arrivo del successore Jon Pertwee). Nel 1999 ha avuto la prima vera occasione di cimentarsi con questo mondo scrivendo The Curse of Fatal Death, uno speciale parodistico realizzato per Comic Relief dove vengono messe alla berlina praticamente tutte le convenzioni della serie, in particolare le rigenerazioni (nel corso di una ventina di minuti il Dottore ha le fattezze di Rowan Atkinson, Richard E. Grant, Jim Broadbent, Hugh Grant e infine Joanna Lumley). Dal 2005 è poi entrato a far parte dello staff dello show vero e proprio grazie al revival gestito da Russell T. Davies, di cui Moffat ha poi preso il posto nel 2010 dopo l'addio del Decimo Dottore, David Tennant. La sua è stata una gestione non priva di controversie, legate soprattutto ad alcune scelte narrative non sempre ben accette, ma nel complesso il suo amore per la materia è stato evidente dall'inizio alla fine. Il 25 dicembre andrà in onda l'ultimo episodio scritto da Moffat, Twice Upon a Time, che è anche la puntata di commiato del Dodicesimo Dottore, Peter Capaldi (saranno sostituiti rispettivamente dallo sceneggiatore Chris Chibnall e dall'attrice Jodie Whittaker, la prima donna scritturata nel ruolo del Dottore). Per l'occasione abbiamo voluto ricordare l'operato di Moffat tramite dieci scene imprescindibili, in ordine cronologico, a cominciare da quell'inizio non troppo serio.

Paradossi a tutto spiano

Pur essendo stato concepito con intento umoristico, The Curse of Fatal Death è anche un concentrato sincero di tutto ciò che fa parte della mitologia di Doctor Who, sottolineandone però le caratteristiche più improbabili. In particolare, viene presa di mira la natura talvolta cervellotica della scrittura legata ai viaggi nel tempo (un elemento che lo stesso Moffat ha reso parte integrante delle trame orizzontali della serie vera e propria), con un esilarante battibecco tra il Dottore e il Maestro (Jonathan Pryce) sugli stratagemmi usati da entrambi per evitare il compimento di certe azioni. Strepitosa anche la battuta ricorrente, usata principalmente dai Dalek, che riassume alla perfezione le strategie narrative di certe produzioni seriali (tra cui Doctor Who): "Lo spiegheremo dopo!".

Nessuno muore alla fine

Christopher Eccleston, interprete del Nono Dottore e protagonista della prima stagione del nuovo ciclo di Doctor Who, è sempre stato restio a tornare ma prese seriamente in considerazione l'idea di apparire nell'episodio speciale per il cinquantenario della serie poiché era scritto da Moffat, che a detta dell'attore aveva firmato i due episodi più riusciti della prima annata. Difficile dargli torto, soprattutto nel gran finale della seconda parte dove il Dottore, tormentato dalle sequele della Guerra del Tempo che ha portato alla distruzione del suo pianeta natale Gallifrey, afferma che per una volta tutti sopravvivranno. Una cosa non da poco considerando che la gestione di Russell T. Davies la sua dose di lutti ce l'ha, anche solo pensando agli addii strazianti di Eccleston e Tennant.

"Wibbly-wobbly!"

Nella terza stagione è toccato a Moffat il compito di scrivere il tradizionale episodio dove il Dottore e la sua compagna d'avventure (in questo caso Martha Jones) appaiono pochissimo, una strategia necessaria per poter completare tredici puntate senza rimandare la messa in onda della serie. Il risultato è un piccolo gioiello che non solo introduce la nuova specie aliena più memorabile e terrificante dello show, gli Angeli Piangenti, ma riassume anche brillantemente il concetto dei paradossi temporali: il Dottore, intrappolato nel 1969, si fa aiutare nel 2007 da Sally Sparrow, ma i due si incontreranno di persona solo alla fine dell'episodio, quando lei già conosce lui ma non il contrario. Del resto, come spiega il Dottore in un messaggio nascosto in un DVD, con una battuta impossibile da tradurre, il tempo è "more like a big ball of wibbly-wobbly, timey-wimey... stuff!"

Collisione temporale

Tra la conclusione della terza annata e il Christmas Special del 2007 è andato in onda, all'interno della trasmissione di beneficenza Children in Need, il mini-episodio Time Crash, anch'esso incentrato sulla natura dei paradossi temporali. In questo caso, il Decimo Dottore si imbatte nel Quinto, interpretato (tramite spiegazione sulla deformazione del flusso del tempo) da un invecchiato ma sempre carismatico Peter Davison. Un racconto breve ma esilarante che è sostanzialmente una lettera d'amore alla serie originale (all'epoca menzionata solo di rado nel revival), ma anche una dichiarazione da fanboy da parte di Tennant nei confronti del futuro suocero Davison: "Amavo essere te. Tu eri il mio Dottore."

"Salve, sono il Dottore"

Il compito teoricamente più difficile dell'episodio inaugurale di un nuovo Dottore è farcelo apprezzare (quasi) senza riserve entro i minuti finali. Nel caso di Matt Smith, successore di Tennant, l'operazione è riuscita puntando sul connubio tra stramberia e autorità che caratterizza il celebre alieno. Nello specifico, dopo aver impedito la distruzione del pianeta da parte degli Atraxi, l'Undicesimo Dottore decide, giustamente, di far sì che non tornino più. Lui chiede quindi all'emissario degli Atraxi se la Terra è protetta a sufficienza, e vediamo immagini di tutti i Dottori precedenti. Ed ecco che, supportato dal tema musicale composto ad hoc da Murray Gold, Smith si conferma un'ottima scelta dicendo solo sette parole: "Hello, I'm the Doctor. Basically... run!".

La domanda

Nel corso della sesta stagione il Dottore è perseguitato dal Silenzio, un ordine religioso che vuole eliminare l'ultimo superstite di Gallifrey per evitare che lui possa rispondere alla domanda più antica dell'universo (nell'ultimo episodio di Smith scopriamo che la risposta permetterà ai Signori del Tempo di tornare da una dimensione parallela in cui sono rimasti bloccati durante la guerra contro i Dalek). Avendo finto la propria morte, il Dottore è ora in grado di continuare ad aiutare le persone ma in modo più anonimo. Ma la domanda a cui non bisogna rispondere, la domanda da cui lui continua a fuggire, non smetterà di tormentarlo, gli ricorda un alleato. E qui scatta il culmine di un inside joke durato quasi cinquant'anni, con autentica gioia da parte di Moffat e Smith, dato che la domanda più antica dell'universo, nascosta ma visibile a tutti, è la seguente: "Doctor... who?"

Addio, Amy

Sia Davies che Moffat hanno sempre trovato strano che nella serie originale i compagni d'avventura del Dottore scomparissero per sempre dalle storie pur essendo ancora vivi e in perfetta salute quando sceglievano di vivere fuori dal TARDIS. Entrambi hanno quindi cercato di fare in modo che gli addii fossero davvero permanenti durante le loro gestioni, tra Rose Tyler intrappolata in un mondo parallelo e Donna Noble costretta a perdere tutti i ricordi legati al Dottore. Ed ecco che, anche con Moffat, arriva una prima dipartita vera e propria: a causa degli Angeli Piangenti, che spediscono le loro vittime nel passato per nutrirsi di energia temporale residua, Amy Pond e il marito Rory Williams finiscono nella New York degli anni '30, e il Dottore non può andare a recuperarli poiché ciò danneggerebbe il tessuto temporale. Amy riesce comunque a dirgli addio tramite una lettera nascosta in un romanzo, dove lei spiega che ha avuto una vita felice insieme a Rory e chiude con una frase rivolta direttamente agli spettatori: "Questa è la storia di Amy Pond, e finisce così."

Un ritorno inatteso

Nell'autunno del 2013, in occasione del cinquantesimo anniversario della serie, sono andati in onda diversi episodi speciali, tra cui un breve prologo della puntata-evento, intitolato Night of the Doctor. Vi si racconta l'origine del misterioso War Doctor (John Hurt), l'incarnazione finora sconosciuta che sterminò i Signori del Tempo per finire la guerra e salvare l'universo. Ma prima di arrivare a lui è necessario ritrovare una vecchia conoscenza: l'Ottavo Dottore, Paul McGann, la cui partecipazione ai festeggiamenti fu mantenuta segreta fino alla messa in onda del mini-episodio. Anche in questo caso Moffat non esita ad ammiccare direttamente agli spettatori, facendo dire all'attore la battuta perfetta quando interviene per salvare una donna in difficoltà: "Io sono un Dottore, ma probabilmente non quello che ti aspettavi!"

"No, signore, tutti e tredici!"

Come svelato nell'episodio-evento The Day of the Doctor, Gallifrey non fu distrutta dal Dottore, ma nascosta in una dimensione parallela in attesa di poter essere sbloccata un giorno (il Dottore non serbava alcun ricordo di questo poiché lo fece insieme alle sue incarnazioni precedenti, che dimenticano sempre gli eventi legati all'incrocio dei flussi temporali). Per portare a termine un piano talmente assurdo e pericoloso era necessario prepararsi con largo anticipo, cosa che il Dottore riuscì a fare coinvolgendo tutte le sue personalità, da William Hartnell in poi. Così abbiamo diritto a un'inattesa reunion di tutti i Dottori, tra materiale inedito e spezzoni d'archivio, con una guest star a sorpresa: il Dodicesimo Dottore, che all'epoca doveva ancore esordire ufficialmente. Vediamo solo parte del volto di Peter Capaldi, ma si capisce già che il suo sarà un Dottore con cui non scherzare.

Solo contro tutti

Il penultimo episodio della nona stagione è forse il più audace di tutta la serie, poiché porta all'estremo, invertendolo, il concetto della puntata "senza Dottore": in questo caso, con l'eccezione di alcune sporadiche apparizioni di altri personaggi, il Signore del Tempo è praticamente da solo per gran parte dell'episodio, intrappolato in un loop temporale e perseguitato da una creatura misteriosa. La scrittura di Moffat, da sempre ammirata per la sua intelligenza concettuale, è ai massimi livelli, ed è supportata fino in fondo da una performance insuperabile di Peter Capaldi. La loro collaborazione non ha sempre dato i frutti sperati, ma quando funziona, come in questo caso, è impareggiabile.