Game of Thrones: tutte le incoerenze dell'ultima stagione

L'ultima stagione di "Game of Thrones" ha deluso molti tra i fan. Ma quali sono state le incongruenze più clamorose?

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L'ultima stagione di Game of Thrones ha registrato un record di ascolti, ma anche il minimo storico di apprezzamento da parte del pubblico e della critica, che non hanno gradito l'accelerazione impressa dal duo di sceneggiatori composto da David Beniof e D.B. Weiss all'iter narrativo, scatenando la delusione dei fan soprattutto per l'episodio finale di Game of Thrones.

Il motivo di tutto questo scontento? Una sceneggiatura che, in termini di complessità e di profondità, era ben lontana da quelle viste nelle stagioni precedenti, per quanto già nella sesta, ma soprattutto nella settima, si fosse evidenziato un calo vistoso nella qualità degli script. Nulla però in confronto a ciò a cui ha dovuto subire il pubblico nel grande finale, che si apprestava a chiudere un percorso durato anni, che aveva catturato l'attenzione del mondo intero e di milioni di fan.

Gente di poche parole

Sicuramente una delle cose che più è saltata all'occhio, è stato l'aver ridotto di molto i dialoghi, sia in termini quantitativi, che - soprattutto - qualitativi. Dove prima regnavano scambi d'opinione, battaglie verbali, duelli cerebrali, ora tutto è ridotto all'osso. Lo stesso attesissimo confronto tra Daenerys e Sansa si risolve con un paio di occhiate gelide e con una chiacchierata, terminata con un'inconcludente tregua tra le due. Jon Snow, come evidenziato da molti, fa ben poco, a parte ripetere ad ogni occasione che Daenerys è la sua Regina e che lui non vuole diventare Re. Pur essendo formalmente Re del Nord, ex Comandante dei Guardiani della Notte, nonostante gli scontri e le battaglie risulta ininfluente. Sempre a proposito di dialoghi, quello del Consiglio nel series finale appare come uno dei più strani e oggettivamente peggio scritti della saga; il che produce un risultato tanto inaspettato, quanto poco coerente con il racconto: la nomina di Bran a Re dei Sei Regni.

Le motivazioni e le diverse argomentazioni appaiono deboli, poco convincenti, improvvisate, ed il fatto che Tyrion, da prossimo alla morte, diventi quasi il nuovo Re nell'ombra dei Sette Regni è quantomeno forzato, a dispetto della sua grande oratoria ed intelligenza, che ci hanno regalato grandi scene con Tyrion Lannister. Allo stesso tempo l'arrendevolezza di Verme Grigio riguardo il destino di Tyrion e di Jon Snow sono a dir poco singolari, poco convincenti, date le azioni dei due ai suoi occhi.

Egli stesso del resto è reso poco più di un cupo e cieco assassino senza pietà. I dialoghi tra Cersei e Euron poi sono banali e prevedibili, con la classica danza tra promessa e richiesta tra i due. Così, invece dello scoppiettante gioco di intelligenze tra la Regina dei Lannister ed il pericoloso avventuriero delle Isole di Ferro, assistiamo ad una dinamica poco appassionante e deludente, sprecando le potenzialità insite nel personaggio di Euron Greyjoy.

Contraddizioni insostenibili

Se vi è qualcosa di assolutamente strano e ingiustificabile in questa ottava stagione, è anche il modo in cui l'iter narrativo si evolve contraddicendo quanto avevamo capito ed appreso nelle stagioni precedenti riguardo i personaggi. I draghi per esempio, da mortali e terrificanti creature, diventano prima carne da macello per le baliste di Euron, nonostante poi Daenerys in groppa al suo ultimo rettile sgusci senza problemi tra una selva di navi e arpioni, distruggendo da sola la flotta e la guarnigione della città, che improvvisamente pare abitata da sturmtruppen senza mirino.

E che dire del Re della Notte, il villain più memorabile della serie? Quest'ultimo si fa largo con facilità tra le fila dell'esercito degli uomini, guidato male, senza una strategia decente - la carica al buio della cavalleria è forse la peggior mossa strategica della serie, per quanto esteticamente virtuosa - sopravvivendo al fuoco di drago, ma facendosi uccidere come uno zimbello da Arya Stark, che lo trafigge con un trucco da borsaiolo. E poi, tutta la furia di Daenarys sulla città di Approdo del Re, che va assolutamente in controtendenza con il suo percorso personale, lungo e complesso, che qui appare poco strutturato, quasi destrutturato. Da distruttrice di catene a flagello di città il cambiamento è notevole. Daenerys, da Simon Bolivar, in men che non si dica diventa una sorta di nuovo Gengis Khan, Tamerlano o Hitler. Per carità, non contestiamo l'idea, ma il percorso così repentino verso la follia, che appare veramente fuori da ogni logica narrativa, per quanto la morte di Missandei sia stata terribile e dolorosa.

Tutto ciò non giustifica il venir meno a sé stessa, il rinnegare ciò che è stata. Più che mal concepita, la sua evoluzione è apparsa assolutamente mal sviluppata. Lord Varys, il re degli intrighi, nonché forse il personaggio più astuto e calcolatore della serie, non solo confessa ogni suo piano a Tyrion - del quale può fidarsi, anche se relativamente - ma si fa sorprendere, scoprire e giustiziare; ed al posto della mantide religiosa, del fine sapiente, alla fine abbiamo un uomo che appare perso e senza idee.

Un finale deludente

Il destino dei vari personaggi in questa stagione finale è apparso alquanto incoerente, ma soprattutto privo di ogni logica, così come le loro azioni, che appaiono senza senso. Basti pensare alla Lunga Notte, la battaglia tra il Re della Notte e gli uomini davanti alle mura di Grande Inverno che, per quanto spettacolare, è un fulgido esempio di come non concepire una battaglia; o al fatto che Cersei, con Daenerys ed il drago appena fuori dalle mura, non li faccia infilzare dalle sue balestre.

Cersei che si fa scappare un'occasione del genere? Impossibile. Così com'è impossibile che gli uomini dietro le baliste non si accorgano che un drago è dietro di loro durante lo scontro, e non siano incapaci di scagliare un solo dardo contro di esso. E Cersei? Rimane alla finestra, con un'espressione triste e passiva. Cersei? Proprio lei che è il simbolo delle infinite risorse dell'intelletto, capace di uccidere e di lottare sempre fino allo stremo?

Daenerys poi dovrebbe avere pochissimi uomini armati; ha perso tutti i Dothraki di fronte a Grande Inverno, ma invece (non si sa come) ne appaiono a centinaia durante l'assalto ad Approdo del Re, senza contare che gli Immacolati sembrano essere molti più di quanti dovrebbero essere. Ma è nel finale che il Trono di Spade tocca vette di scarsa inventiva.

Jon Snow, graziato per aver ucciso quella che era oggettivamente ormai una pazza assassina, viene mandato alla Barriera. Il che, ora come ora, non ha più alcun senso, visto che non vi sono più non morti e che i Bruti sono in pace.

Parliamo della scelta Bran come re, visto che, sostanzialmente, non ha avuto alcun ruolo e non ha mai dimostrato alcuna empatia, leadership o capacità di comando. La sola cosa che Bran sa fare è pronunciare oscure frasi. Letteralmente. Le motivazioni che Tyrion porta nel suo discorso a favore di Bran appaiono a dir poco insufficienti, incomprensibili, e frettolose.

La sceneggiatura di quest'ultima stagione è un monumento alla fretta e alla necessità da parte di Benioff e Weiss di chiudere in velocità per passare ad altri progetti - come la nuova trilogia di Star Wars, poi abbandonata - una fretta la cui conseguenza è stata addirittura una petizione on-line per riscrivere l'ultima stagione di Game of Thrones . E tutto questo è confluito in puntate tanto spettacolari quanto vuote e mal sceneggiate, nelle quali abbiamo riconosciuto a stento quei personaggi che tanto amavamo.