Game of Thrones: luci e ombre de "La lunga notte"

Pregi e difetti di una battaglia dai toni horror che vuole fare la storia della televisione. Riviviamo La Lunga Notte...

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La notte, La Lunga Notte, è finalmente arrivata, ed è stata oscura e piena di terrori. Forse anche troppo oscura, per alcuni, sconvolgente per altri, incredibilmente spettacolare per altri ancora. Una cosa è certa: del terzo episodio dell'ottava stagione de Il Trono di Spade si parlerà a lungo. Perché è una delle puntate più attese, emozionanti e per certi versi imprevedibili di tutto lo show. Occhio a definirla, però, come il più imponente, il più epico, il più colossale momento non soltanto della serie tv tratta dai libri di George Martin, ma addirittura dell'intero panorama audiovisivo. Dopo la recensione di Game of Thrones 8x03 fermiamoci un secondo, riflettiamo e analizziamo la battaglia di Grande Inverno con uno sguardo più freddo: cerchiamo di capire, dunque, le luci e le ombre di un conflitto che, a prescindere da tutto, rimarrà impresso nella storia dell'intrattenimento. Attenzione: l'articolo contiene spoiler sull'episodio!

Di necessità virtù

E partiamo proprio dalla diatriba principale, che sembra aver diviso tanto il pubblico quanto la critica fino ad arrivare, addirittura, al commento dei produttori. Per tutta la durata di quegli interminabili 82 minuti, "La Lunga Notte" ha messo in scena una fotografia dai toni fortemente cupi, oscuri, supportati solo in alcuni frangenti dalla luminescenza del fuoco evocato da Melisandre o sputato da Drogon e Rhaegal. Una scenografia così buia da aver compromesso, per molti, la visione di una battaglia al cardiopalma (anche per colpa della compressione dell'episodio nella messa in onda di Sky).

Sono poi arrivati, subito dopo, i commenti degli addetti ai lavori in merito a una scelta che, a quanto pare, è stata soprattutto stilistica. Miguel Sapochnik, regista dell'episodio 8x03 nonché deus ex machina di alcune delle puntate più memorabili e spettacolari dello show, e i suoi collaboratori avrebbero quindi fatto della tenebra un virtuosismo registico per esaltare ancor di più i toni oscuri del racconto, regalando all'intera messinscena una costante venatura da survival horror.

L'idea, tutto sommato, funziona. E, già nelle prime fasi del cruento scontro tra vivi e morti, la scelta di Sapochnik si rivela vincente già quando assistiamo alla carica della cavalleria Dothraki contro la fanteria degli Estranei. Brandendo armi fiammeggianti, i micidiali cavalieri selvaggi di Essos si scontrano in campo aperto con gli zombie comandati dal Re della Notte, una dinamica che sappiamo essere la loro specialità: è da otto stagioni, in fondo, che lo stratega militare di turno ci propina la presunta imbattibilità del popolo che adottò Daenerys.

Eppure i dothraki perdono. E lo fanno rovinosamente. A noi, al pubblico così come ai Vivi presenti nella finzione scenica, non è concesso vederlo: ed è già nei suoi primi minuti, quindi, che la 8x03 ci regala uno dei suoi primi virtuosismi visivi: le lame infuocate, che viste da lontano non sembrano che fragili fiaccole in balia del gelo del Nord, iniziano pian piano ad affievolirsi, diminuendo di numero, fino a esaurirsi totalmente. Un espediente che sembra quasi volerci lasciare lontani dall'azione, distanti dal campo di battaglia, al fianco di Brienne, Davos e Verme Grigio in prima linea, o diSansa e Arya sulle mura, o ancora di Jon e Dany sulle alture attorno a Winterfell.

Un espediente che ci colpisce duramente in faccia con la prima, tremenda consapevolezza di questa Lunga Notte: i dothraki hanno perso, sono tutti morti, e ora c'è un ostacolo in meno tra i Vivi e gli Estranei. Ma è davvero estro stilistico quello messo in campo nella cavalcata dei dothraki o, piuttosto, una necessità mascherata da virtù? La sensazione è che lo sterminio in lontananza dell'esercito di Daenerys abbia scopi anche produttivi: la presunta esigenza di raccontare una battaglia horror nasconde, forse, la volontà di non investire troppo (in termini di budget e risorse, umane e non) in una battaglia campale che avrebbe richiesto (anche solo per pochi minuti di screen time) ben più delle fantomatiche cinquantacinque notti necessarie a girare questo episodio (e più dei milioni di dollari stanziati per girarlo). E allo stesso modo, a parer nostro, possiamo parlare della tanto discussa scelta di fotografia, poco funzionale su televisori vecchiotti o sugli schermi di pc e tablet: viene da chiedersi se debba davvero adeguarsi lo spettatore al prodotto o se, piuttosto, debba essere il prodotto a uniformarsi alle tecnologie e alle piattaforme di quello stesso pubblico mainstream al quale lo show, negli ultimi anni, si è tanto calorosamente rivolto. Comunque, confermiamo che in HD l'episodio si vede benissimo, e il buio trasmette ansia e angoscia.

Eroi, non eserciti

La Lunga Notte è un gran bell'episodio perché mette in scena un climax incredibile e trova soprattutto nelle azioni individuali i suoi momenti più memorabili. Individuali, appunto: perché se c'è un vero e proprio scorcio di meravigliosa fotografia, esso è quando assistiamo alla danza dei draghi al chiaro di luna, lassù dove la battaglia si consuma tra i veri giganti di questa serie; perché se c'è davvero un atto di meraviglioso coraggio e sacrificio, questi arrivano dalla caparbietà di Lyanna Mormont, dall'amore di Jorah, dalla lealtà di Theon Greyjoy.

E, ancora, se ci fosse un premio per la spavalderia e il peso assunto nella battaglia contro i non-morti, Arya Stark e le sue sinuose, letali movenze meriterebbero sicuramente una medaglia d'oro. Momenti singoli, per l'appunto, e non vere e proprie azioni corali. Perché la Battaglia di Grande Inverno, nel suo essere volutamente oscura e claustrofobica fino a raggiungere le atmosfere horror (da incorniciare la sequenza di Arya nella biblioteca, piccolo capolavoro di tensione che strizza l'occhio alla scena dei Raptor in Jurassic Park), finisce molto presto col diventare qualcosa di molto lontano da una vera e propria battaglia.

Un assedio irragionevole e confusionario, che per molti non ha neanche la parvenza di basarsi su presunte strategie militari: in realtà non è così, come dimostrano le recenti dichiarazioni di un esperto in materia sulle tattiche dell'esercito di Jon Snow, ma non è questo il punto. Tralasciando tatticismi e presunte incoerenze (come se Arya non si fosse addestrata per anni per essere silenziosa e letale: sì, persino al punto da eludere i gli Estranei), è indubbio come la battaglia di Winterfell diventi, minuto dopo minuto, una baraonda in cui l'unico vero sovrano sul Trono della spettacolarità è il caos, nella sua accezione più pura e genuina.

Come se le inquadrature strette, l'ammasso di corpi, la resistenza disperata (e, a volte, poco credibile: in più occasioni c'è da chiedersi come abbiano fatto Sam, Jaime e Brienne a sopravvivere in quelle orde) volessero in qualche modo giustificare l'assenza di una scenografia degna di una vera e propria guerra in atto. Ed è in quest'ottica che va guardato l'episodio, a prescindere dalle aspettative che gli addetti ai lavori hanno caricato sul nostro animo: un survival horror in cui la fuga e la disperazione rappresentano l'unica e ineluttabile (tranquilli: non ce l'ha insegnato Thanos questo termine) costante della guerra tra la Vita e la Morte.

A scuola di epica

Nell'analizzare la battaglia di Winterfell sorge spontaneo effettuare qualche scomodo paragone, sia in casa propria che in quella d'altri: complici anche le dichiarazioni di HBO e Peter Dinklage, il pensiero va soprattutto a due precisi momenti che hanno ridefinito, rispettivamente, la storia della televisione e del cinema. Ci riferiamo ai due metri di paragone su cui finora si è basata la campagna promozionale dell'episodio 8x03: la Battaglia dei Bastardi e quella del Fosso di Helm ne Il Signore degli Anelli: Le Due Torri. L'interprete di Tyrion Lannister, infatti, ci aveva promesso che, in confronto a quella di Winterfell, la Battle of the Bastards ci sarebbe parsa un parco divertimenti.

E lo è, in effetti, ma nel senso più buono e positivo del termine: lo scontro campale che si consuma tra le forze di Snow e quelle di Bolton alle porte della capitale del Nord è una giostra incredibile di immagini, suoni e sensazioni. Ed è ancora, a parer di chi scrive, la battaglia più spettacolare mai apparsa sul circuito televisivo. Fu in quel frangente che Sapochnik diede davvero prova di saper mettere tutto il suo genio militare in appena sessanta minuti di audiovisivo: la Battaglia dei Bastardi è ancora un capolavoro di regia, tra piani sequenza che ci portano nel vivo dei combattimenti e scorci davvero mozzafiato, come il momento (ancora oggi incredibile) in cui Jon Snow emerge da un mare di corpi, anelando un ossigeno che il fragore e la violenza della battaglia gli avevano portato via.

E la carica dei cavalieri della Valle resta un momento solenne, emotivamente importante, pur nella sua profonda derivazione dall'epica cavalleresca che proprio Il Signore degli Anelli ha inventato e sperimentato per primo. Ed è qui che giungiamo all'assioma finale di un discorso volto a enunciare pregi e difetti di una battaglia controversa: l'assedio a Grande Inverno è davvero più epico ed intenso della gloriosa battaglia tra Uruk-Hai e uomini al Fosso di Helm? No.

Perché, anche a distanza di quasi 20 anni, la trilogia cinematografica di Peter Jackson non è invecchiata di un giorno e detta le regole su come si costruisce e mette in scena un'epica cavalleresca di stampo fantasy medievale (nonostante alcune trovate discutibili come Legolas che fa skateboard sullo scudo). Momenti come il Fosso di Helm, i Campi del Pelennor o il Nero Cancello hanno forgiato tutto ciò che oggi rappresenta il cinema di genere: la drammaturgia di uno scontro impossibile, l'epos e il coraggio di eroi instancabili, tutto il pathos e la carica emotiva dettata dagli ingressi in scena dei Rohirrim, di Gandalf, di Aragorn o di Re Theoden con tutta la sua gente al seguito, al suono di un corno che continua a riecheggiare nelle sale dell'eternità.

Senza contare il talento visionario di Jackson in fase di regia e fotografia, nonché di gestione scenografica di eserciti, panorami e (a sua volta) di strategie militari. Game of Thrones ci ha regalato quelli che, finora, sono momenti indimenticabili che hanno scritto (e scriveranno ancora) pagine preziose nel manuale di storia della televisione, rivoluzionando il racconto seriale e il medium televisivo avvicinandolo al cinema. Senza però superarne la magnificenza.