Da Hill House a The Midnight Club: l'evoluzione di Mike Flanagan

Lo showrunner americano racconta storie intime veicolando l'orrore in maniera sempre diversa, rompendo i preconcetti legati alle sue produzioni.

Da Hill House a The Midnight Club: l'evoluzione di Mike Flanagan
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C'è un filo sottile che lega la paura al regista e sceneggiatore Mike Flanagan, un continuo rincorrersi di tematiche, sviluppi ed immagini spesso spaventose, altre volte un po' meno, ma sempre fondate su un genere che l'autore continua ad esplorare plasmandolo in base al proprio bisogno. Nascere in una cittadina come Salem, celebre per i terrificanti processi alle streghe che sconvolsero la comunità al tramonto del 1600 - fornendo una base purtroppo molto reale a tante opere dell'horror americano - ha forse indirizzato una carriera subito improntata sullo spaventare gli spettatori.

Dalle prime esplorazioni su pellicola, tra film più o meno riusciti nei quali spicca la presenza nel cast di sua moglie Kate Siegel (un volto noto delle successive produzioni seriali), si è passati all'accordo pluriennale con Netflix, coronato con un trittico di serie tv estremamente apprezzate da critica e pubblico nonostante le ampie ed evidenti divergenze che le caratterizzano. A questa celebrata tripletta orrorifica si è aggiunta proprio di recente un'altra opera che non ha timore di mettere in chiaro la profonda distanza che la separa dalle altre, eppure The Midnight Club non è stata ricevuta con gli stessi onori profusi verso le "sorelle maggiori" (la nostra recensione di The Midnight Club può spiegare meglio il concetto): analizziamo dunque il lungo percorso tematico di uno showrunner da sempre impegnato a valicare i confini dell'horror, un genere che ha spesso usato soltanto come una base da cui partire per arrivare a riflessioni più intime e personali.

Un'altra casa stregata

Esiste qualcosa di più convenzionale di una casa infestata dai fantasmi? Incipit già ampiamente sviscerato, piegato e del tutto ribaltato da ormai centinaia di anni attraverso letteratura, cinema e serie tv, eppure scelto da Mike Flanagan come fondamento di uno show arrivato quasi in sordina, nonostante il rumore causato dal tentativo di adattamento di un classico come L'incubo di Hill House, forse uno dei racconti di paura più famosi della storia.

Portare sul piccolo schermo un'autrice così peculiare come Shirley Jackson non era affatto un compito semplice, nelle sue opere la scrittrice ha sempre danzato sul filo del terrore senza mai mostrarlo apertamente, ma Flanagan godeva di una buona fiducia collettiva grazie all'ottimo lavoro fatto con un altro pezzo grosso del genere, perché Il Gioco di Gerald si rivelò un film degno del materiale originale firmato Stephen King.

A differenza di quanto fatto con il racconto del Re, lo showrunner ha utilizzato il romanzo della Jackson come una sorta di pretesto narrativo, abbondandone i lidi di attesa e suspense senza troppe remore per costruire, al contrario, un classico prodotto horror nel quale i mostri si nascondono negli armadi e sotto i letti dei bambini. Tra agghiaccianti apparizioni lasciate ad aleggiare sullo sfondo di numerose inquadrature, ma ignorate dai personaggi come se fossero rivolte proprio al pubblico, ed una regia molto sopra la media delle produzioni televisive - a tratti monumentale, come nell'intero episodio girato con un finto piano sequenza - in The Haunting of Hill House l'orrore si faceva veicolo di un racconto corale, intimo e sfaccettato come le personalità di protagonisti molto diversi tra di loro, ognuno in qualche modo ferito e segnato da un'esperienza sovrannaturale che era solo lo specchio di un malessere concreto (recuperate qui la nostra recensione di The Haunting of Hill House).

La base psicologica e caratteriale, analizzata dall'ottima scrittura e da un cast completamente calato nella parte, è il vero tesoro di un'opera capace di spaventare e rimanere impressa per l'uso sagace dell'immaginario horror, ed è per questo che Flanagan la rende snodo fondamentale del successore spirituale di Hill House: con Bly Manor lo showrunner adatta un altro classico della letteratura di genere, trasformandolo in un racconto da subito improntato sui protagonisti ed i loro sentimenti.

Paura dell'aldilà

Dopo aver fatto gelare il sangue nelle vene, costringendo il pubblico a riscoprire la strisciante goduria di uno spavento ben orchestrato, Flanagan rompe con il suo grandioso passato recente ed imbastisce una storia delicata, che punta con orgoglio alla commozione più che alla paura, incorniciata da un formato da "successore spirituale" manifestatosi con la ripresa di alcune tematiche - come quello della casa stregata, ma anche dei fantasmi "umani" che la abitano - e con la riproposizione di volti noti, trasportati da Hill House a Bly Manor dopo averne cambiato leggermente i connotati fisici e caratteriali, come se fossero i protagonisti di due realtà parallele con qualche piccolo punto di contatto.

La seconda esperienza di Flanagan con Netflix si dimostra coraggiosa nel suo voler rompere con gli schermi precostituiti, un approccio autoriale che possiamo soltanto apprezzare in una realtà seriale fin troppo impigrita e poco incline al rischio, ma al tempo stesso non manca il bersaglio grosso: come vi dicevamo nella recensione di The Haunting of Bly Manor, la serie non spaventa e non tiene svegli la notte, ma racconta benissimo la sua storia d'amore grazie ad un sentimentalismo mai banale. Da quel momento il pubblico capisce che da Flanagan non deve aspettarsi "soltanto" orrore e spaventi, ed infatti l'anno successivo tocca a The Midnight Mass sconvolgere i preconcetti legati alla sua produzione.

Per la prima volta l'autore nato a Salem non si basa su un romanzo e costruisce un racconto inquietante, con sfumature da thriller psicologico e soprannaturale, ma soprattutto personale e sentito nel suo dipinto di una fede religiosa piagata dall'angoscia. L'ansia proveniente da un potere superiore impossibile da controllare muove le profonde riflessioni di personaggi come al solito curati fin nei minimi dettagli, portati ancora una volta sullo schermo da una regia (ma soprattutto da una fotografia) solida ed inattaccabile.

È una paura strisciante quella che amalgama la terza produzione Netflix firmata Flanagan - qui la recensione di Midnight Mass -, che esplode con rabbia in scene misurate ed indispensabili nello scandire il ritmo narrativo dello spettacolo, ed è la stessa che si rende protagonista del più recente The Midnight Club. Come già accaduto per The Haunting of Bly Manor, lo showrunner usa l'horror come un mero pretesto visivo, perché la sceneggiatura abbandona presto le suggestioni soprannaturali per concentrarsi sui sentimenti dei suoi personaggi.

I giovani malati terminali della casa di riposo si ritrovano a mezzanotte per raccontarsi storie da brivido, certo, ma come ogni buon racconto le loro invenzioni si rifanno alla breve esistenza di cui hanno potuto godere: relazioni spente, famiglie disgregate ed il terrore di un conto alla rovescia inesorabile scandiscono vite destinate ad una morte certa, ma non per questo facile da accettare.

La paura, in The Midnight Club, è negli occhi degli adolescenti chiamati ad affrontare con troppa fretta l'agghiacciante dilemma che attende tutti nell'aldilà, e Flanagan la descrive imbastendo una cornice che è spaventosa soltanto all'apparenza, usandola con delicatezza per intrecciare - ancora una volta, come già accaduto da Hill House in poi - una trama molto più intima ed emotiva di quanto ci si potesse attendere.