Il mondo di Philip Dick nei suoi Electric Dreams

Dopo il passaggio di Black Mirror a Netflix, Channel 4 ha deciso di investire nel mondo di Philip Dick. Un azzardo o un successo?

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Dopo lo "scippo", da parte di Netflix, di Black Mirror, Channel 4 si è ritrovata senza serie di punta. Perché Black Mirror era, sicuramente, una serie pesante, capace di catalizzare l'attenzione dei fan e dei media. Un qualcosa di nuovo e fresco, nonostante le tre stagioni già concluse (la quarta è stata interamente prodotta e trasmessa da Netflix). A questo punto, la scelta per un nuovo prodotto è caduta sui racconti di Philip Dick. Chi meglio del padre, insieme a Gibson, del Cyberpunk può raccontare la fantascienza?

Un crescendo costante

Non è facile spiegare cosa sia Electric Dreams. Come si fa a spiegare cosa passa nella mente di una persona come Philip K. Dick? Un autore che è riuscito a regalare al mondo dei veri e propri capolavori della letteratura fantascientifica. Da Do androids dream of electric sheep? a The Man in the High Castle, passando per centinaia di racconti brevi, Philip Dick ha fatto la storia della distopia, della fantascienza e del cyberpunk. Una pietra miliare che ha aperto una via e ispirato innumerevoli autori dietro di lui. Ed è per questo che le speranze per Electric Dreams erano altissime. Speranze che, in un certo senso, si sono rivelate vane.

Quando una serie è antologica, è naturale e fisiologico che ci siano alcune cadute di qualità e di stile. Anche se, per Electric Dreams, si parla più di crescendo costante. Perché se una persona qualsiasi dovesse giudicare la serie dalle prime due puntate ne rimarrebbe certamente deluso. Seppur con dei concept brillanti, The Hood Maker Impossible Planet sono due pessimi esempi di trasposizione crossmediale. Due racconti brevi incisivi che si traducono in due puntate noiose e prolisse. E non è solo la sceneggiatura a fare acqua ma ci si mettono anche gli attori: dallo stucchevole Richard Madden al legnoso Brian Norton.

E proprio quando uno vuole smettere, arriva la terza puntata, The Commuter, in cui Timothy Spall (Harry Potter, Sweeney Todd) dimostra ancora una volta che attore di classe sia, mettendo in scena un tormentato Ed Jacobson, un uomo qualunque in una vita qualunque, che però capisce, in realtà, quanto possa essere fortunato. Una puntata splendida che riporta tutto a quell'atmosfera tipica di Black Mirror.
E la cosa vale anche per il quarto episodio, Crazy Diamond, che chiama in causa uno dei mostri sacri di Hollywood, Steve Buscemi; per non parlare di quello che, probabilmente, è il vero episodio cardine della serie: Real Life, in cui le conseguenze estreme della realtà virtuale non fanno altro che portare Anna Paquin e Terrence Howard al dubitare persino di cosa sia reale o no. Un Philip Dick che, ancora una volta, ha anticipato la realtà e la paura delle persone. Perché morale, etica e avanzo tecnologico non sempre vanno d'accordo, andando anzi a scontrarsi e intrecciarsi.

L'ultimo episodio, invece, vede l'entrata in scena del produttore esecutivo e, inoltre, primo sostenitore della serie TV tratta dai racconti dello scrittore americano: Bryan Cranston. Sì, proprio il Walter White di Breaking Bad. Un episodio, però, che non ha raggiunto i livelli del precedente nonostante un cast di prim'ordine: Liam Cunningham (Game of Thrones), Khalid Abdalla e Ronan Vibert.

Per ora, la serie è in standby. La buona critica e i discreti ratings TV hanno convinto Channel 4 a proseguire con le riprese e con una seconda parte di prima stagione. Infatti, nel 2018, la serie ripartirà con altri quattro episodi già annunciati: Kill All Others, Autofac, Safe and Sound e Father Thing.