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La casa di carta: i momenti più imbarazzanti della serie del momento

Opinabili analogie e similitudini con il calcio, rapporti e sviluppi inverosimili, sindromi e inettitudine: quando il mediocre viene spacciato per oro.

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Questa non vuole essere una recensione, ed è importante sottolinearlo. Un'analisi condivisibile di un prodotto dovrebbe infatti avere come base di partenza un certo grado di oggettività che permetta al recensore un distacco critico dal prodotto, ma in queste righe non succederà. Qui si vuole soltanto fare una costruttiva polemica sulla serie del momento, La casa di carta, che è stata accolta con un clamore tale da renderla in pochissimo tempo uno dei prodotti di punta di Netflix, nonostante poi la piattaforma di Reed Hastings l'abbia solo distribuita internazionalmente. Sia chiaro: di meriti ne ha, ma come tantissimi altri prodotti meno elogiati è mediocre dal punto di vista stilistico, soprattutto per quanto riguarda la scrittura, che nel corso di ventidue episodi totali non smette mai di regalare dialoghi e momenti imbarazzanti, senza contare diverse e opinabili performance del cast.
In tanti non vedono l'ora di conoscere il prosieguo della storia del Professore, di Tokyo e degli altri membri del gruppo di rapinatori, ma a eccezione di qualche idea basica del piano e di un paio di trovate registiche, La casa di carta non ha nulla di equiparabile sia alle migliori serie di genere crime come Breaking Bad - alla quale il creatore dice di essersi ispirato - sia ai film dai quali ha estratto diversi elementi strutturali, come Inside Man, Quel pomeriggio di un giorno da cani o Il Negoziatore. Non siamo qui per recensire la serie ma per parlarne in modo divertito attraverso quei dialoghi e quei momenti che citavamo poco sopra. Se siete ancora nel bel mezzo della rapina alla zecca di stato l'invito è quello di non continuare oltre, onde evitare fastidiosi spoiler.
[ATTENZIONE, SPOILER]

Falle

La serie ha certamente diverse frecce al suo arco, che in più occasioni tenta di scoccare anche con intelligenza, specie in riferimento al piano del Professore. Il colpo messo su dalla mente dell'intera operazione è infatti ingegnoso, frutto dello studio di una vita di tutte le possibili variabili da considerare in un piano di quella portata, che originariamente doveva sottrarre alla zecca di stato la bellezza di 2 miliardi e 400 milioni di euro. Tutto nasce dal desiderio del padre del Professore, anche'egli rapinatore ucciso crivellato dalla polizia durante una rapina. Il padre con i soldi delle rapine voleva pagare le cure del figlio, dato che Salvador Martin (questo il suo falso nome) da piccolo era malato e trascorreva gran parte del suo tempo in ospedale. Lungo tutto l'arco narrativo, però, non viene mai specificato di cosa soffrisse, ma sopratutto cosa ne è stato di lui dopo la morte del padre (anche se forse tutto questo verrà spiegato nella terza parte della serie). Tornando al piano, comunque, si capisce ben presto come il Professore non abbia tenuto conto dell'unico elemento base: l'idiozia dei vari membri del gruppo. Salvador è sostanzialmente l'unico personaggio dotato di un discreto intelletto, che delega il comando all'interno della zecca a Berlino, Andrés, il solo apparentemente in grado di ragionare in modo logico in una situazione come quella, nonostante poi le sue condizioni terminali e i suoi monologhi macchietta lo rendano stereotipato e banale esattamente come gli altri. Ma anche il Prof. peccherà di hybris quando deciderà di avvicinarsi all'ispettrice capo, Raquel Murillo, che a sua volta svolgerà il suo lavoro di negoziazione e investigazione in modo così superficiale e mediocre, senza un briciolo di lucidità, che nella vita reale sarebbe stata licenziata in tronco nel giro di due ore. In ordine di semplicità intellettuale decrescente, dopo questi troviamo il preparatissimo Mosca, Helsinki, braccio forte del gruppo, Nairobi, maschiaccio, l'irrequieta Tokyo, fonte dei più grossi guai, l'arrapatissimo Rio, hacker di primo pelo, Denver il simpaticone e l'inutile Oslo, interpretato tra l'altro da un attore incapace di fingersi morto (Episodio 15).

Denver, Mosca, Stoccolma e Arturo

Fatte le dovute presentazioni, cominciamo subito dicendo che La casa di carta ha un pilot decisamente molto forte, sia in termini di scrittura che di regia, atto a introdurre i vari personaggi, a fornire un bilancio degli ostaggi e settare tutta l'impostazione su cui si reggeranno poi i restanti episodi. Già qui, comunque, qualcosa sembra non andare: sarà forse la scrittura spagnola così ironicamente e drammaticamente esasperata, ma le parole di Denver fanno subito storcere il naso, quando ridendo dice al padre, Mosca, che "i soldi profumano più dell'agnello arrosto", questo dopo avergli mimato un amplesso. Poco male, pensiamo: il personaggio è stato introdotto come l'anello intellettuale più debole del gruppo, un ignorante che non sa neanche chi sia Salvador Dalí (pittore di cui peraltro indossano le maschere), eppure una sensazione di disagio comincia a crescere forte. Si ha subito la chiara sensazione di trovarsi davanti a un prodotto differente, non nella forma ma proprio nel linguaggio e nella mimica, dove si accentua ogni dialogo, ogni battuta e ogni movimento o espressione. Non dà fastidio, ma poco ci manca. Da lì fino alla fine, Denver sarà al centro di alcuni dei momenti più sciocchi dell'intera produzione, questo insieme a Tokyo, Rio e Monica Gaztambide, uno degli ostaggi più importanti della serie. Prima che iniziasse il colpo, infatti, la ragazza lavorava alla Zecca di Stato come segretaria del direttore Arturo Román, di cui ne era segretamente l'amante. Rimasta incinta di Arturo, Monica decide di dirglielo, ma lui appare molto contrariato, tanto che proprio mentre il gruppo di rapinatori sta entrando nella Zecca pare che la storia tra i due sia sul punto di concludersi. Monica è quindi una donna incinta da un paio di settimane mentre Arturo un uomo sposato, con un ottimo posto di lavoro e un falso cuor di leone. La prima impressione su Denver si dimostra esatta: è davvero ingenuo, così ingenuo da non accorgersi che Monica sotto ordine di Arturo decide di immolarsi per recuperare un cellulare nascosto ai rapinatori. Non solo: mette in secondo piano l'intera operazione per farle un discorso motivazionale e cercare di convincerla a non abortire, finendo anche col darle dei soldi. Questo dopo averle raccontato tutto sul suo passato, e sempre a volto scoperto.

E dovremmo stupirci se poi Berlino ordina a Denver di uccidere Monica? Ovviamente no, perché nell'economia della rapina, anche se il Professore vuole che tutto sia a favore di popolo, quello è un atto di "ammutinamento" e va punito. Denver però tradisce per la seconda volta il suo carattere e non segue le direttive di Berlino, sparando alla gamba della donna e nascondendola. Un po' perché le ha sostanzialmente salvato la vita, un po' perché Arturo si dimostra l'approfittatore che poi è, Monica finisce per innamorarsi di Denver, dando il via alla parabola della Sindrome di Stoccolma, talmente sopra le righe nel suo voler essere romantica e drammatica da risultare invece ironica. Qui si toccano elevatissimi momenti di puro imbarazzo, quali: la spiegazione che Mosca dà a Denver della sindrome; il discorso dove Mosca dice al figlio "che Monica è come la Champions League e lui un campionato"; il faccino triste di Denver quando dice a Monica "che lei agisce come agisce a causa della Sindrome, che è malata" e che a differenza dell'amore tarocco della donna "il suo è amore vero e non di Stoccolma". A lungo andare, il livello dei loro dialoghi finisce per indispettire, perché si fanno gioco dell'intelligenza dello spettatore, che dovrebbe dare per buoni e scontati dei rapporti posticci così da godersi il piano del professore, sorvolando sull'inutilità e sulla mediocrità di molti degli episodi.

Anche il rapporto padre-figlio tra Mosca e Denver non brilla certo di intensità, eccetto forse un paio di sequenze verso la fine della seconda parte, a ridosso della morte di Mosca. Ramos senior ha cresciuto Ricardo tutto da solo, anche se nella sua vita criminale non ha fatto altro che entrare e uscire dal carcere, dando soltanto il cattivo esempio a Denver, cosa della quale si pente amaramente. Anche nella relazione intima tra i due Ramos, comunque, nella drammaticità si avverte un certo senso di imbarazzo, specie quando Mosca rivela al figlio la fine che ha fatto fare alla madre, "abbandonata a una rotonda mentre comprava della droga", che in termini di scrittura è una trovata-pagliacciata davvero rimarchevole.
Purtroppo i momenti imbarazzanti de La Casa di Carta non finiscono qui: nel prossimo e ultimo speciale parleremo di Nairobi, Berlino, Tokyo, Rio, del Professore e della Detective Murillo.