Legion: 5 buoni motivi per non perdere la serie

Arrivati ormai a metà della seconda stagione sull'omonimo mutante Marvel, vediamo le principali ragioni che rendono questa serie davvero imperdibile

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Si sa, tra Avengers e Defenders vari, di storie di supereroi più o meno originali ne sono zeppi il grande e il piccolo schermo. Però difficilmente si potrebbe parlare di rinnovamento del genere senza citare l'esempio anomalo, bizzarro e senz'altro unico di una serie come Legion. Nella discesa caotica e schizofrenica all'interno della mente del mutante David Haller (Dan Stevens), ideata e sviluppata dal Noah Hawley di Fargo, c'è infatti tutto ciò che non ci si aspetterebbe da una classica vicenda di supereroi (David, figlio del professor Xavier, è un potentissimo personaggio dell'universo Marvel) e, insieme, quanto di più audace e rivoluzionario la serialità televisiva di oggi abbia da offrirci. Prossimi alla conclusione della seconda stagione della serie prodotta dalla Fox, vediamo allora i principali motivi per cui Legion è un prodotto davvero imperdibile.

Il cortocircuito tra realtà e finzione

Cosa è reale e cosa no? Sta pressapoco tutta qui la forza alla base delle prime due stagioni di Legion: la capacità straniante di mettere in dubbio qualsiasi cosa, colorando l'abusata parabola di grandi poteri e grandi responsabilità con un disagio e una confusione decisamente inediti per prodotti del genere. Dalle celle di un manicomio fino alle segretissime stanze di un'organizzazione per persone straordinariamente dotate, il passo è allora incredibilmente breve in questa storia che mischia, senza soluzione di continuità, allucinazione e realtà, malattia mentale e poteri psichici, sulle tracce di un Male inevitabilmente nascosto dentro ognuno di noi.

Una narrazione schizofrenica

D'altronde, nella sua costante ambiguità, è uno straniamento continuo quello che implica la visione di Legion, un continuo ribaltamento di prospettiva reso con una narrazione folle e scomposta, in un puzzle psicotico e mai immediatamente ricomponibile e risolvibile.
Un rompicapo che Hawley decide di presentarci con una serie di flashback e flashforward (con tanto di avvisaglie dal futuro nella seconda stagione), fantasie del subconscio e falsi ricordi, fino a restituirci, con la sua scrittura, il disegno di una mente contorta, alla disperata ricerca, proprio come lo spettatore, della quadratura del cerchio, di un mistero capace di nascondersi fino alla fine e, dopo la fine, di rinnovarsi ancora una volta.

Visioni psichedeliche

Al di là di tutto, però, al di là di una storia originale e di una scrittura cervellotica, è indubbiamente la componente visiva il vero pregio e il maggior fattore distintivo della serie della Fox, quell'elemento acido e caleidoscopico capace di portare un prodotto come questo ben al di là delle logiche collaudate del piccolo schermo, decisamente oltre le spiritosaggini da blockbuster supereroistico.
È così che l'incapacità del protagonista di distinguere la realtà dalle proprie psicosi finisce con il rispecchiarsi in una messa in scena lisergica e surreale che ne filtra il singolare punto di vista e stravolge coordinate e riferimenti, in un'esperienza distorta e allucinatoria degna del peggior trip da LSD.

Personaggi sopra le righe

Ma ogni storia non convenzionale che si rispetti ha bisogno anche di personaggi sopra le righe e di interpreti alla loro altezza. Non è un caso, allora, che siano individui gustosamente assurdi e disagiati i protagonisti di Legion, dalla coppia David-Syd (assieme a Stevens, la lanciatissima Rachel Keller della seconda stagione di Fargo) con il suo amore sincero e platonico, allo scienziato Cary e alla sua simbiotica controparte Kerry, passando per le bizzarre new entry della seconda stagione (l'Ammiraglio Fukuyama) e per tutte le manifestazioni del temibile Re delle Ombre/Amahl Farouk (una su tutte la Lenny della ineguagliabile Aubrey Plaza). Assurde pedine di un gioco fatto di intrighi e tradimenti, amori e inevitabili sconfitte.

Un citazionismo convulso

La serie Marvel, infine, non sarebbe tale non fosse intrisa di tutti i suoi elaborati riferimenti alla cultura pop su cinema e musica. È proprio qui, nelle esperienze liminali di David e compagni, che trovano simultaneamente spazio il Gondry di Se mi lasci ti cancello e gli Who di Happy Jack, il Kubrick di Shining e Arancia Meccanica e i Rolling Stones di She's a Rainbow, mentre le composizioni colorate e assurde di un Wes Anderson sotto acido si mischiano alle sonorità psichedeliche e impazzite di Syd Barrett (il nome del personaggio della Keller è un omaggio esplicito all'ex cantante dei Pink Floyd) o a quelle lisergiche degli immancabili Jefferson Airplane di White Rabbit. Un vortice convulso e avvolgente da cui non resta che lasciarsi trasportare. Lo spettacolo è appena iniziato.