Lost: 10 anni dopo, cosa ci ha lasciato il clamoroso finale?

Già 10 anni sono passati dalla chiusura di una delle serie più importanti della storia. Cosa ci rimane di quel finale che ancora oggi fa discutere?

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Sono passati già 10 anni dal finale di Lost, una delle pietre miliari immancabili del medium seriale. Come passa il tempo: per molti di noi, infatti, la serie creata da J.J. Abrams, Jeffrey Lieber e Damon Lindelof ha rappresentato un crocevia fondamentale ma meravigliosamente immersivo. Sono state infinite le discussioni, lungo le 6 stagioni, in cui si cercava insieme di capire qualcosa, di provare a svelare quei misteri, di dare interpretazioni di un puzzle in continua evoluzione che non sarà mai risolto completamente - forse l'esito più romantico .

Questa fu la potenza di Lost ed è ciò che in fondo l'ha resa storica, a prescindere daI giudizi personali che si possano dare su di essa. D'altronde non è così sorprendente che uno dei telefilm più importanti di sempre abbia generato ogni possibile reazione, dall'amore incondizionato al rifiuto senza appello. È un po' il pedaggio da pagare per chi sperimenta. Ma ora, a distanza di 10 anni, cosa ci rimane di quel finale? E cosa rimane di Lost nel panorama odierno? La risposta, in entrambi i casi, è la stessa: tanto.

Destino e spiritualità

Si, ci è rimasto davvero tanto di quel finale contemporaneamente così controverso e pieno di significati. Ovviamente non è nostra intenzione fare spoiler in questa sede, qui non vogliamo fare un'analisi completa, ma tentare di spiegare perché, per certi versi, quella chiusura fu talmente significativa. In generale, c'è una spaccatura ingombrante nei fan di Lost, tra chi è rimasto profondamente attaccato alla natura quasi da survival puro ed evocativo delle prime stagioni e chi ha adorato anche la deriva più surreale, sovrannaturale, metafisica - e metatestuale - delle ultime.

Ed entrambi i punti di vista sono perfettamente comprensibili: Lost ha costruito sin dai primi episodi, con i numerosi flashback dei personaggi meravigliosi, reali, umani, con cui è estremamente facile empatizzare e condividere le difficoltà, la disperazione e le piccole gioie della sopravvivenza; personaggi che, però, nelle stagioni successive venivano surclassati per importanza dall'Isola, dalla natura e i misteri dello Specchio e dell'immenso conflitto tra Luce ed Ombra, con tanto di flashforward e timeline parallele/alternative.

È facile additare la prima parte del ciclo vitale di Lost come lenta e compassata, così come può essere naturale incolpare la seconda di allontanarsi dal concept originario. A nostro parere, il finale annulla tutto ciò e qui risiede la sua immortale grandezza. Perché è vero, la façade della lotta eterna contro il male nella sua forma più originaria è un focus cruciale, ma ritorna in auge il destino di questi protagonisti. Lost si rivela qualcosa che è sempre stato, una serie su delle persone - e no, non erano tutte morte fin dall'inizio - disperse su un'isola e, fattore ancora più determinante, nella vita.

Tra chi sta affrontando un lutto, chi sembra intrappolato in una situazione senza via d'uscita, chi è alle prese con depressione e dipendenze, è questa umanità il centro e il cuore pulsante della serie. Allora la chiusura non poteva che essere squisitamente spirituale e metaforica con quel move on finale, non poteva che trasformarsi in un trovare il proprio scopo e spazio all'interno di questo mondo, fisico o metafisico. Un nucleo commovente e perfetto, riflessivo e audace nella sua messa in scena, un sentimento che ci pervade tutt'ora, a distanza di 10 anni.

Ispirare, non emulare

Cosa resta nel panorama odierno di un simile finale? In realtà, delle sue caratteristiche quasi nulla, poiché è tristemente raro che una serie punti a realizzare un saluto ermetico a tal punto. Ma tutti gli altri stilemi di Lost sono rimasti e ognuno ha tentato di prendersi la sua fetta emulandoli. Spesso fallendo, a dirla tutta. Qualcuno ricorda Flashforward, il cui nome stesso sembra un richiamo a Lost? O The Event? Alcatraz? Fallimenti costanti, poiché miravano semplicemente a riadattare alcune strutture quali la narrativa non lineare o la gestione di piani di realtà differenti, dimenticandosi però di inserirli in un contesto sensato o costruito appositamente.

Chiudiamo la parentesi apocalittica, un po' per risollevarci il morale e un po' per ricordare quanto di buono sia stato fatto con l'eredità ingombrante di Lost, Fringe su tutti o persino la stessa prima stagione di Heroes. Nessun genere è al sicuro da una tale eredità, una sitcom come The Good Place ha forti momenti lostiani, Sam Esmail e il suo Mr. Robot o l'esordio di Homecoming, in particolare il loro modo di cambiare la percezione degli avvenimenti, hanno un debito enorme nei suoi confronti. I segni di una serie immortale, le cui tracce saranno visibili per sempre.