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Marvel's Agent Carter: l'incompiuta serie spin-off di Captain America

Agent Carter è una ferita ancora dolorosa per i fan più accaniti del MCU, un piccolo gioiellino rimasto incompiuto che merita nuova vita su Disney+.

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Le prime incursioni di quella immensa creatura ad oggi nota come Marvel Cinematic Universe nel mondo seriale furono alquanto bizzarre. E non solo per questioni di mera qualità - come potrebbe essere ad esempio l'inizio un po' in sordina di Agents Of Shield. L'universo condiviso si stava espandendo in maniera tale da poter sicuramente raccontare nuove storie, inediti punti di vista e in generale sperimentare soluzioni differenti, ma si apriva a dei rischi. L'insuccesso di un prodotto equivaleva a potenzialmente perdere interi archi narrativi e personaggi notevoli, rischi divenuti col tempo realtà. Basta anche solo accennare ad una simile eventualità per rievocare nei fan un nome: Peggy Carter.

Dopo essere stata introdotta nel primo lungometraggio dedicato a Captain America, l'agente Carter ha infatti avuto un'intera serie per sé, una ferita che ad oggi non si è ancora rimarginata. Agent Carter è un piccolo - e sfortunato - gioiello rimasto incompiuto, un telefilm che ormai è quasi un cult e che finalmente, con l'arrivo di Disney+, potrebbe ottenere l'attenzione che merita.

Tra l'SSR e uno Stark

Nella serie, andata originariamente in onda sulla ABC dal 2015 per due stagioni, ritroviamo Peggy Carter (interpretata da una semplicemente regale Hayley Atwell) poco dopo gli eventi de Il Primo Vendicatore. Ci troviamo nel 1946 e l'agente dello Strategic Scientific Reserve è ancora tormentata dalla scomparsa di Steve Rogers, ma il tempo da dedicare al lutto è poco.

D'altronde un magnate come Howard Stark (Dominic Cooper) è stato appena incriminato per alto tradimento, reo di aver venduto armi segrete ai nemici degli Stati Uniti, il primo tassello che porterà la nostra protagonista a scontrarsi più volte con ciò che è rimasto dell'Hydra - e qualche sua organizzazione interna - e dei loro studi su artefatti particolarmente pericolosi. Un cerchio che si sarebbe dovuto idealmente chiudere con la fondazione dello S.H.I.E.L.D., di cui l'SSR è una sorta di antenato, ma la storia ha purtroppo negato questa possibilità e, per quanto Carter abbia avuto un suo personale happy ending nella Saga dell'Infinito, la cancellazione del 2016 resta un duro colpo.

Il motivo è banale: Agent Carter è un prodotto con una sua ben precisa identità e carattere da vendere. La serie Marvel aveva tutto, da una protagonista sontuosamente carismatica ad una cornice vintage ed evocativa, comprimari da applausi - il maggiordomo Jarvis (James D'Arcy) è un comic relief delizioso - e un umorismo sottile e dosato alla perfezione. E, soprattutto, non aveva paura di sperimentare, di giocare con gli stereotipi dell'epoca o addentrarsi persino in territori squisitamente metacinematografici - il set della seconda stagione ne è un esempio.

Una perla che meritava di più

Non che fosse un telefilm perfetto, non fraintendete. Le principali debolezze di Agent Carter vanno riscontrate nella sua esasperata linearità, sia di struttura che di trama, e in generale in un intreccio davvero fin troppo semplice, che non riusciva sempre a dare la giusta dimensione del ruolo delicato che Peggy ricopriva.

Essere un'agente segreto donna negli ‘40, bilanciare la vita lavorativa con quella privata, addirittura lavorare sotto traccia con un noto ricercato, è tutto un po' all'acqua di rose, per così dire. Solo in momenti precisi - coincidenti ovviamente con i finali di stagione - si raggiungevano vette drammatiche degne di nota.

Ma, pur sapendo di non incontrare i gusti di chiunque, non era questo l'obiettivo di Agent Carter. Le avventure venate da una forte corrente di fantascienza di Peggy e del povero Jarvis, che inconsapevolmente si ritrovava sempre al centro dell'azione, volevano essere qualcosa di più leggero e unico. L'eleganza di un'ambientazione talmente fascinosa, con i suoi usi e costumi in parte entrata nell'immaginario comune, veniva sfruttata al massimo, basta pensare alla coloratissima Los Angeles della seconda stagione e della varietà di situazioni che si venivano a creare, con strane combinazioni tra western e sci-fi.

Quel tono volutamente ironico - nonché autoironico - con cui si affrontavano situazioni da fine del mondo, ma senza gli Avengers o tecnologie avanzate e neanche super soldati. La voglia di sperimentare continuamente nuovi registri stilistici e vedere fino a che punto si potesse spingere con i paradossi di un'epoca così vicina e al contempo così lontana. Qui risiedeva l'identità e la forza di una serie che raramente si è vista in altre produzioni Marvel - solo Daredevil ha probabilmente di base un concept così totalizzante. Ma quelli sono ricordi di altre ferite insanabili.