Da Matrix a Westworld: le opere che raccontano la crisi dell'umanità

Matrix e Westworld assorbono lo zeitgeist della nostra epoca usando la metafora della simulazione come fuga per l'essere umano da una realtà inaccettabile.

Da Matrix a Westworld: le opere che raccontano la crisi dell'umanità
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Matrix e Westworld, pur essendo prodotti distanti due decenni, metabolizzano una delle inquietudini centrali del nostro tempo: la paura (o speranza) di essere immersi in una simulazione. L'idea che la realtà che viviamo sia una menzogna architettata da qualcuno o qualcosa più grande di noi.

Ovviamente, la declinazione di questa tematica diverge nelle due opere, anzi, risulta invertita: in Matrix (qui il riassunto della saga di Matrix) sono le macchine che gettano l'umanità in una simulazione, mentre in Westworld (qui la nostra recensione di Westworld) sono gli uomini che soggiogano i robot imbrigliandoli nella stessa. I protagonisti, insomma, sono sempre loro, uomo e macchine, e sul rapporto con esse (e come esso cambia nel tempo) ci addentreremo nel corso dell'articolo.

L'ossessione contemporanea, Matrix e Westworld come rifiuto del reale

La domanda da porci come punto di partenza è: perché artisticamente siamo così ossessionati dal tema della simulazione? Perché il nostro immaginario ne sembra così vincolato?

A ben vedere, Matrix e Westworld, non sono le uniche produzioni a sviscerare l'argomento negli ultimi decenni, ma sono senz'altro quelle che grazie alle loro declinazioni estetiche e alle intuizioni stilistiche hanno raggiunto una consacrazione culturale di massa. Nella fantascienza, infatti, potremmo azzardare che c'è un prima e dopo Matrix, non solo per la tecnica cinematografica, ma per i dilemmi che esso innesca attraverso una rappresentazione ammaliante e un linguaggio cinematografico fruibile da tutti. Stessa cosa nel mondo seriale dove per motivi diversi (per profondità tematica, spessore cinematografico) c'è un prima e un dopo Westworld. La spiegazione di siffatta ossessione trascende il cinematografo e va a toccare alcune corde intime e viscerali di ognuno di noi.

Il pensiero della simulazione in atto, infatti, è un sistema di difesa, ha una funzione amniotica per l'uomo in quanto crea un'egida verso il mondo reale e caotico. Un mondo secolarizzato ormai senza controllo, con la natura percepita come avversa e irta di rischi (come sosteneva il sociologo tedesco Ulrich Beck), una realtà spogliata di simboli (miti, narrazioni, religioni credibili) che lascia l'umanità in una condizione di confusa orfanità come allegorizzava bene Neil Gaiman nel suo American Gods attraverso il protagonista Shadow Moon.

La simulazione, insomma, diventa un rifugio, anche se questa è un inganno, anche se rappresenta il male, come in Matrix o Westworld. Questo perché è uno stratagemma rassicurante per rifiutare la realtà e seminare la speranza che quella che l'uomo d'oggi vive, così soffocante, così schematica, sia solo una finzione e non la vera realtà.

Matrix e Westworld: l'apoteosi della finzione che racconta la realtà

Le similitudini fra le due opere non si limitano alla tematizzazione della simulazione, ma anche ad altri aspetti: in entrambi i prodotti, infatti, c'è un protagonista che perviene alla conoscenza proibita o all'autocoscienza tramite gli ostacoli di un percorso. Stiamo parlando dei protagonisti Neo (Keanu Reeves) e Dolores (Evan Rachel Wood che interpreta l'androide più antico del parco di Westworld). In entrambe le produzioni abbiamo il confronto uomo macchina, o meglio, uomo-tecnologia con i i risvolti disastrosi del suo potenziamento.

Infine, le elucubrazioni dei protagonisti sulla natura irreale del mondo in cui vivono e il successivo disvelamento della simulazione. Ma soffermarci sulle similitudini sarebbe come raccontare una storia già sentita mille volte e senza originalità.Più interessanti sono le differenze fra le due opere (ancora di più quando partono da uno sfondo comune di percezioni intuitive) che ci dicono di più sulla direzione che sta prendendo il ragionamento attorno all'umano e il suo modo di raccontarlo. Il centro narrativo di Matrix erano gli uomini.

In Westworld, due decenni dopo, diventano gli androidi che, per quanto indistinguibili dall'essere umano, rimangono comunque macchine. Lo precisiamo perché, non a caso, nell'opera delle sorelle Wachowski, le macchine sono estranee, aliene, fredde, intimorenti, e l'unico obiettivo è quello di abbatterle.

Certo, le registe accennano una critica antropologica, dato che l'essere umano viene inquadrato come virus per il pianeta (lo proferisce l'Agente Smith a Neo nel primo film parlando dell'azione degli esseri umani) ma questo dardo non va oltre il biasimo superficiale, non trafigge. Matrix (il primo film, ovvero l'unico della trilogia non cervellotico e non così inquinato da determinate erezioni commerciali o emotive) è, tirando le somme, un grido di speranza, la strenua resistenza dell'uomo emarginato e sopraffatto dai suoi stessi orrori a cui vuole porre rimedio. Ma, più di tutto, è la ricerca di riscatto e redenzione e fiducia in un nuovo tipo di uomo.

In Westworld tutto questo cambia. Gli androidi e i robot sono fenotipicamente umanizzati, la narrazione spinge lo spettatore a empatizzare per loro. Come se l'umanità tutta, servendosi degli showrunner e del filtro filmico, avesse preso coscienza e accettato la propria crudeltà di esseri bestiali. Esseri che, spogliati da ogni vincolo sociale e ripercussione legale, è preda di impulsi e violenze inespresse come preconizzato ne Il disagio della civiltà di Sigmund Freud.

Da "Il mondo dei robot" a Westworld: cambia la concezione di umano

Ovvio, l'osservazione proposta poc'anzi può essere intesa come una forzatura se si pensa che Matrix è stato distribuito nel 1999 mentre il film da cui è tratto Westworld, ossia Il mondo dei robot di Crichton, è del 1973. Insomma, come può la suggestione di Matrix essere propedeutica all'esegesi di Westworld se l'opera originaria di quest'ultima nasce prima?

La risposta è semplice: da Il mondo dei robot a Westworld la morale cambia radicalmente. In comune, queste due opere, hanno solo l'ambientazione e la trama di base. Nella pellicola di Michael Crichton, infatti, la ribellione delle macchine non avviene per una filosofica presa di coscienza, non si riscontra quella grande empatia tra spettatore e macchina come avviene in Westworld, non si sottolinea lo stato di ingiustizia subito dagli androidi che, anzi, vengono raccontati come nemici da abbattere, crudeli, freddi, al pari di quelli di Matrix.

Questo è il salto in termini di riflessione: gli stessi androidi carnefici del film di Crichton diventano vittime dei loro creatori nella serie tv quarant'anni dopo. Questo la dice lunga sul cambio di prospettiva non solo sulle "macchine", ma sulla lettura data all'essere umano appena qualche decennio dopo pur partendo dalla medesima opera. Non si rifugge soltanto dal mondo "immaginando una simulazione" ma anche da se stessi e dalla propria condizione di esseri umani: soli, crudeli e abbandonati, le cui creazioni più abbaglianti finiscono per ribellarsi.

Westworld - Stagione 4 La fiorente cinematografia attorno al tema della simulazione sembra esprimere un rifiuto della realtà ma anche un bisogno più grande: la speranza che oltre le simulazioni supposte e immaginate ci sia qualcuno (o qualcos’altro) più grande. Buono, malvagio o indifferente, per l’uomo non fa alcuna differenza. Un'umanità che, silenziosa, sta invocando un'entità a cui appigliarsi in grado di metterlo al riparo dal pensiero sorgente sulla sua vera natura. Matrix e Westworld parlano soprattutto di questo.