Philip K. Dick, il rivoluzionario silenzioso dietro Blade Runner

Drogato, paranoico, visionario, geniale. Da Blade Runner a Electric Dreams, Philip K. Dick è l'uomo che non saprà mai di aver cambiato il mondo.

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«Dick è l'autore che ha avuto più influenza nella cultura popolare del XX secolo (nonostante lo stile goffo)». Così parlava Emmanuel Carrère, uno dei più importanti scrittori dei nostri giorni, nelle pagine della biografia di Philip K. Dick. Come dargli torto? L'opera del visionario cresciuto in California è alla base di tutto quello che noi leggiamo, giochiamo e guardiamo in ambito fantascientifico (e non solo), e lui nemmeno se lo immaginava. Oggi che, come negli ultimi trent'anni, gli immaginari fantascientifici, cyberpunk e ultra-tecnologici saturano il mercato culturale, ci sembra quasi naturale la loro esistenza. Sono oggetti familiari, quasi dovuti, obbligatori; sono quelle visioni che più di tutte, nella loro eccessiva esposizione, catturano i cuori e l'immaginazione. Da Star Wars in poi lo spazio, gli alieni, le macchine volanti sono passati da culto di nicchia a vero fenomeno mainstream, passando delle umide cantine di quelli che venivano considerati come poveri sfigati alla cima delle classifiche di vendita.

Uno dei generi prediletti dal puro entertainment, ma anche mezzo metaforico, attraverso il quale saltare verso riflessioni filosofiche e domande esistenziali; perché cosa ci può essere di più misterioso e preoccupante del futuro, e quale può essere la soluzione migliore per indagare sull'animo umano se non fantasticando su quello che potrebbe diventare? Cosa ci può essere di più affascinante di elucubrazioni sulla realtà, l'umanità, il rapporto con la tecnologia e le sue deviazioni? Sono tutte cose che ci fanno esplodere il cervello, ogni volta ci rapiscono al punto che le metabolizziamo fino a renderle parti integranti della nostra cultura. Ne siamo, a tratti, persino stufi, da quanto ce n'è di questa roba. La fantascienza è ormai (e per fortuna) una cosa seria su cui riflettere oltre che fonte di divertimento; un genere alla portata di tutti, ma non necessariamente per tutti. Tutto questo grazie a Philip K. Dick. Non che lui ne fosse consapevole, anzi.


Born to be a fool

Nato a Chicago nel dicembre del 1928 e cresciuto in California, l'esistenza di Philip K. Dick non è mai stata delle migliori. Nato prematuro, gemella deceduta poco dopo la nascita, padre allontanato dalla madre nevrotica. Pacifista convinto, vicino al partito comunista ma mai veramente militante, ha una vita sentimentale travagliata che lo porta a saltare da una moglie all'altra senza trovare una vera stabilità. Uso massiccio di anfetamine e psicofarmaci, esperienze sensoriali, paranoie, deliranti convinzioni e pretese di vite precedenti e strane macchinazioni. Un infarto fatale, l'insoddisfazione lavorativa, la precarietà economica, l'anonimato creativo. Eppure, tra le righe di una vita infelice troviamo assoluti capolavori della letteratura contemporanea, una fucina di idee inesauribile, capace di anticipare tendenze e criticità, di porre domande prima di tutti gli altri, domande perse nel vuoto e che solo oggi torniamo a porci. Dallo stile diretto, essenziale quanto efficace, ha infuso i suoi innumerevoli romanzi e racconti di una forza eversiva incredibile, pronta a prendere di petto, a piazzare terrificanti montanti a ogni lettura. È un formidabile creatore di mondi, ma ancor prima di questo, un fine osservatore del nostro mondo. Dietro ambienti e situazioni immaginarie che hanno dell'incredibile, si nasconde infatti tutta l'essenza dell'animo umano. Più che di pseudomondi, androidi, ucronie e distopie, Dick è un raffinato narratore di emozioni, di paure, di sentimenti.

Prendendo un genere, la fantascienza, fino a quel momento principalmente relegato ai margini di una letteratura di second'ordine, assimilabile ai feuilleton e ai gialli puramente commerciali dell'epoca, ne è riuscito a sfruttare le caratteristiche e le libertà creative per arrischiarsi in riflessioni esistenziali, di fatto cambiando la stessa natura del genere. Romanzi come Ubik, I simulacri e Noi Marziani prevaricano la divisione di genere, attestandosi come opere rilevanti per la letteratura tutta. La sua scrittura ha permesso di scrutare oltre la superficie, dimostrando che la fantascienza poteva essere qualcosa di più di semplice divertissement, e non solo. Le sue tematiche e le sue idee hanno la silhouette caratteristica delle grandi narrazioni, una forza pari a quella della grande letteratura "realistica". Eppure Dick tutto questo non lo sapeva, e non lo ha mai saputo. Perché non ha avuto seguito, perché il mondo letterario a suo tempo è stato troppo snob per dare credito a uno scribacchino di robot, perchè era infinitamente avanti rispetto al suo tempo. Nel 1982, anno della sua morte, esce Blade Runner, e il mondo - cinematografico prima, televisivo poi - non è più stato lo stesso.

Tutti amano Dick

Sconosciuto in vita, l'uscita della pellicola di Ridley Scott ha sancito l'esplosione dell'uragano Dick. Il film tratto dal romanzo Il cacciatore di androidi ha il merito non solo di essere un grandissimo film e di aver rivoluzionato il linguaggio cinematografico, ma di aver dato finalmente un meritato palco al suo creatore originale. Grazie al film infatti un vero e proprio culto di massa ha investito il padre del cyberpunk, la cui opera è stata voracemente assorbita e metabolizzata da miriadi di lettori entusiasti, spesso divenuti essi stessi creatori di mondi grazie a questa scoperta. L'uomo che nel silenzio della sua vita si ritrovò a rivoluzionare la cultura contemporanea senza che nessuno lo sapesse adesso è ovunque. Non solo grazie alle diverse trasposizioni cinematografiche e televisive di cui godono le sue storie (Blade Runner, The man in the high castle, Minority Report o l'ultimo arrivato Philip K. Dick's Electric Dreams), ma soprattuto per l'influenza che la sua visionarietà ha avuto. Dall'uscita di Blade Runner, e quindi dalla scoperta degli scritti di Dick a livello globale, è diventato inconcepibile non avere come punto di riferimento il californiano d'adozione.

Chi ha voluto addentrarsi nello sci-fi si è inevitabilmente scontrato con lui, superandolo magari, ma anche solo confrontandosi con esso. Che sia nella letteratura, con i vari William Gibson; nei videogiochi, con i Deus Ex o il prossimo The last night tra i tanti; nella serialità di Black Mirror o nel cinema di Alex Garland e Denis Villeneuve, l'ombra lunga di Dick è sempre presente, ci guida, ci illumina. Ci intimorisce, anche. E non potrebbe essere altrimenti, perché scorrendo quelle pagine troviamo il futuro e il presente; troviamo sensibilità, fantasia, profondità e una sconfinata visione. Pensandoci, ha ragione Carrère. Non servono biografie, documentari, articoli o memorie per poter rispondere alla domanda su chi è Philip K. Dick. Basta semplicemente sapere che «Dick è l'autore che ha avuto più influenza nella cultura popolare del XX secolo». Anche se il suo stile può essere considerato goffo.