Ryan Murphy e American Horror Story: la voce di un'America che cambia

Ripercorriamo insieme carriera, stile e opere di Ryan Murphy, uno degli autori più prolifici e rivoluzionari del panorama televisivo moderno.

Ryan Murphy e American Horror Story: la voce di un'America che cambia
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Ryan Murphy è senza ombra di dubbio uno dei più talentuosi e creativi autori televisivi del ventunesimo secolo. Tra opere di grande impatto sociale ed effettivi colpi di genio, la mente dietro show quali Glee e American Horror Story ha segnato il passo per miriadi di produzioni televisive, dando sfoggio in più occasioni della sua grande versatilità. Spaziando senza alcuna difficoltà tra più generi, affrontando metodiche e dinamiche produttive molto diverse tra loro con la stessa, esuberante creatività, Murphy è - e probabilmente sarà - ricordato come una delle "penne" più attive del panorama seriale moderno.

Estro al servizio di temi sempre diversi, eco delle voci più bistrattate, lo stravagante showrunner si è fatto pioniere degli estremismi e delle iperboli, passando da comparsa a Re Mida del piccolo schermo. Nonostante gran parte dei suoi show siano sempre stati divisivi per pubblico e critica - e senza alcun dubbio non esenti da difetti o cadute di stile - è innegabile che il suo operato abbia lasciato un segno indelebile nella cultura pop moderna e nel modo intrinseco di fare televisione.

La storia di Ryan Murphy è un racconto di sorpresa e rivalsa, una corsa irrefrenabile dal margine all'apice del mondo tv, che culmina in tempi recenti con accordi pluri-milionari con Netflix ed FX. Ripercorriamo insieme l'avventura di chi, da voce fuori dal coro, si è fatto anima dell'orchestra: l'ascesa dell'uomo più potente della tv americana.

Il fattore Murphy

Non si può prescindere da un prima e un dopo Murphy, parlando di come il prodotto si sia riscoperto parte di un'industria: che sia la comedy o l'horror, il drama o la soap, il suo operato ha stupito e fatto scalpore in maniera del tutto innovativa. La sua eredità non sarà affatto quella di un singolo show, bensì una maestosa sequela di prodotti di ampio respiro, estremamente diversi nelle tematiche quanto simili nell'estetica del loro storytelling: la penna di Murphy racconta con uno humor rude e tagliente, mostra uno stile enfatizzato all'estremo, cerca di creare un connubio tra cruda sincerità e temi potenti, sfruttando l'assurdo e lo shock per dar linfa alla narrazione.

Quando Ryan Murphy fece il suo ingresso nell'industria televisiva fu spesso deriso e disprezzato: in parte perché troppo kitsch, in parte perché omosessuale. Lo showrunner porta ancora dentro quelle ferite come marchi di un passaggio difficile, ma che hanno certamente contribuito alla sua ascesa verso le star del settore. Col tempo, il mondo televisivo è cambiato e Murphy ha cambiato l'industria. Forse basterebbe solamente questo concetto per voler approfondire con interesse la carriera e lo stile di una mente così irrefrenabile e tenace.

Le prime luci della ribalta

Classe 1965, a tutti gli effetti un "figlio degli anni '70", Murphy nasce a Indianapolis e cresce idolatrando le serie televisive dell'epoca. Abbuffandosi di quei prodotti ancorati a un'epoca in cui il fenomeno televisivo appariva lontano dai fasti di oggi, per il giovane Ryan il fascino di quelle opere verteva interamente sulla velocità di fruizione e sulle grandi potenzialità del medium.

Già qui l'attesa della miniserie rappresentava un evento quasi religioso, al pari della notte degli Oscar, ma sarà più avanti che l'attrazione verso quel format si ripresenterà con fenomenale tempismo. Fino ad allora, certe dinamiche erano certamente troppo ardite per un ragazzo omosessuale che intendeva imporsi nell'industria alla fine degli anni '90: l'esperimento di Popular, primo show di cui fu al timone dal '99, fu decretato molto presto come flop. D'altronde, in un periodo dove il successo passava da due sole vie - tra i serial dei prime time e le comedy dagli infiniti episodi - il canale teen della Warner Bros. non poteva certo puntare su una serie per teenager che non riusciva a far breccia nel cuore degli spettatori. Forse per un linguaggio troppo fuori contesto per l'epoca, o semplicemente per una scarsa esperienza del suo autore, lo show chiuse i battenti dopo un paio di stagioni. Dopo essersi lasciato alle spalle le critiche alla WB, Murphy passò nei primi del 2000 al ben più ambizioso network FX.

Qui, galvanizzato da una straripante voglia di emergere e con tante idee in cantiere, lo showrunner creò un prodotto che incuriosì una larga fetta di pubblico e riuscì a convincere per gran parte della sua durata: la med-comedy Nip/Tuck. Seppur figlio del format procedural (con stagioni lunghe ed episodi numerosi ma brevi), questo show riuscì a intrattenere e a divertire per diversi anni fino a concludersi con ben 100 episodi all'attivo - e sei stagioni, dal 2003 al 2010.

Gli anni del cambiamento

Se FX diede nuova linfa vitale a Murphy, è anche vero che alle porte del nuovo decennio la serialità televisiva stava cominciando la la sua grande evoluzione. Non sarebbe stato possibile tornare indietro, e questo lo sapeva tutta l'America mentre ci si affacciava alla crisi, ai cambiamenti sociali e alla rivoluzione digitale. FOX si convinse così a produrre un nuovo show che, dopo aver colto molti alla sprovvista, stravolse completamente le carte in tavola in un periodo a cavallo tra vecchio e nuovo.

Glee, un high school musical che parlava ai giovani con musica, ironia e maturità nell'affrontare tematiche estremamente attuali, riuscì a intrigare e a convincere praticamente tutti. La qualità era elevata, la ricezione fenomenale e l'idea di porre i reietti in primo piano una scelta vincente: la serie, debuttata nel 2009 e conclusasi nel 2015, portò alla ribalta volti come Lea Michele e Darren Criss, ma soprattutto consegnò a Ryan Murphy le chiavi della celebrità. Fu come se Popular rivivesse in maniera più matura e accorata, sfruttando un elemento che ha da sempre appassionato Murphy - non solo l'amore sfrenato per Barbara Streisand, quanto i ricordi dei glee club dell'adolescenza - per rendere quel mix stravagante unico nel suo genere. Con ogni episodio, Murphy raccontava problemi attuali e tematiche mai banali, e lo faceva con una chiarezza che andava dritta al punto: spaziando dal bullismo all'accettazione di sé, dall'omosessualità al sesso e alla gravidanza, dall'adozione all'aborto, Glee fu straordinario nel mescolare l'ironia delle conformità sociali alla cura e all'amore per l'inclusività, anche davanti a elementi assai spinosi. Un tipo di narrativa che, come per Nip/Tuck, ha proseguito il suo corso per diverse stagioni nonostante una palese parabola discendente.

Con l'America pronta a cambiare le sue figure di riferimento e con nuove opportunità da cogliere, Murphy capì però che il format degli anni 2000 non poteva più garantire il giusto spazio a una creatività sempre più ingombrante. Tornò così in mente l'idea di quelle fantastiche miniserie dell'infanzia: come unire le richieste dei network al fascino di quell'epoca? Come soddisfare le esigenze dell'industria e quelle creative di una mente tanto attiva? Di fronte alla prospettiva di fondere la meraviglia di una fiamma che brucia ardentemente, salvo poi spegnersi in fretta, con la fantasia e il desiderio di chi spera possa durare per sempre, Murphy piantò il seme della rivoluzione.

Le stories targate FX: un nuovo impero

Nel 2011, quasi oppresso dalla lunga e rigida schedule di Glee, Ryan Murphy si liberò radicalmente dalle sue stesse redini e si mosse verso nuovi orizzonti insieme ad FX e all'amico e collega Brad Falchuk. A detta dello stesso autore, diventa sempre più complicato gestire una trama quando va troppo oltre i propri tempi per soddisfare mere esigenze di produzione. Come lo stesso Falchuk dirà spesso: "Siamo grandi con le prime stagioni, ma dalla terza in poi ci terrorizziamo".

Ecco perché l'idea geniale di Murphy per tenere alte le sue aspettative e quelle del pubblico si allontanò dal presente, strizzando l'occhio al passato per abbracciare un nuovo futuro: nacque così l'idea di un'antologia televisiva, cioè di una sequela di miniserie collegate fra loro da certi elementi stilistici, ma che concludessero il loro arco narrativo nel corso di una sola stagione.

Non solo: con più coraggio che mai, Murphy e Falchuk si posero sopra tutti e si esposero all'intera America, chiarendo sin dal titolo la portata della loro operazione. Nacque così American Horror Story, "una storia ambientata in una casa di L.A. che si chiuderà dopo una stagione, magari con la morte di tutti i personaggi, per poi ripartire con gran parte dello stesso cast in ruoli differenti e con nuove storie americane da raccontare."

Con una sola mossa, Ryan Murphy sconfisse così il suo peggior nemico e percorse i primi passi verso un nuovo modo di fare tv. La prima stagione dello show, Murder House, è passata alla storia come uno stranissimo esperimento che rievoca atmosfere horror e kitsch, ma che lascia un'impronta artistica indelebile ed emblematica per tutte le stagioni successive. Proprio di quella stranezza, di quel gusto per l'assurdo e delle nuove vie dell'orrore americano, si nutre uno show che ancora oggi attrae verso di sé milioni di fan.

Con un sorprendente successo di pubblico e saltuarie esaltazioni da parte della critica, Murphy si avvicinò così verso un nuovo paradiso fatto di storie americane che nella collaborazione con Falchuk vide nascere un duo fortunato e originale. Oggi in programma per la sua decima reiterazione, con una fan base che non vede l'ora di ammirare cos'altro lo show abbia da offrire mentre evolve il suo linguaggio verso le nuove sfere sociali d'America, questo successo inarrestabile ha spinto FX a siglare con l'autore un contratto pluri-milionario per la produzione di diversi spin-off - da American Horror Stories (in streaming su Disney+, qui potete consultare le nostre prime impressioni su American Horror Stories) a produzioni interamente originali nelle quali Murphy possa dar sfoggio di tutto il suo estro.

Se, da una parte, il mondo assisteva alla ribalta delle storie americane, dall'altra Murphy si teneva in costante attività con prodotti distanti ma paralleli: Scream Queens prima e The Politician poi, passando per la ben più recente Feud, sono stati racconti estremamente diversi per genere e spirito, spesso anch'essi antologici, che tra alti e bassi hanno arricchito un palmarès già colmo di novità. A questo punto, Murphy non è più solo sinonimo di antologia, ma anche di un'instancabile produttività che non si lascia scalfire da giudizi esterni.

L'antologia, perla del piccolo schermo

Pensandoci bene, le antologie sembrano il tipo di programmazione ideale per il mondo moderno, fatto di grandissima offerta televisiva e servizi streaming pieni di contenuti. Un format utile soprattutto a contrastare il timore, sempre più frequente, di accordi a lungo termine per attori di un certo calibro - così come la noia di spettatori che bramano storie avvincenti da divorare in una sola sessione di binge-watching o al massimo in qualche mese di programmazione.

Murphy stesso vive in prima persona questo disagio, il timore di recuperare una serie di chissà quante stagioni dovendo dedicarvi chissà quanto tempo. La grande rivoluzione della tv, per così chiamarla, parte proprio dalla realizzazione che si possono raccontare certe storie anche sul piccolo schermo, giocando con la dilatazione dei tempi a proprio piacimento, ma in un'ottica di sottrazione. L'arrivo di una mini-serie evento che sfruttasse al contempo la struttura antologica ha infatti rappresentato l'apice del successo per Murphy: American Crime Story, che come sorella dell'horror story sfrutta la stessa struttura narrativa per raccontare casi di cronaca nera e particolari macchie mediatiche nella storia statunitense, esplose nella sua prima reiterazione con il caso O.J. Simpson e creò spasmodiche attese per la seconda stagione sull'omicidio di Gianni Versace.

Qui lo stile di Murphy si mostra crudo e maturo, come testimonianza di una consapevolezza che permetta di allontanarsi dall'orrore ferale di altre produzioni per enfatizzare l'orrore reale della storia americana, cercando di raccontare con l'eleganza degli angeli le storie dei demoni.

FX non ha atteso molto, vedendo in questo format una risorsa potenzialmente infinita di guadagno, e ha persino concesso un ampliamento ulteriore delle american stories sotto la guida della coppia Murphy/Falchuk. Fra gli spin-off di cui sopra e produzioni ben distanti dalla fonte, il duo produrrà presto American Love Story e American Sports Story. Queste serie racconteranno il volto di un'America che attraverso i capisaldi della propria cultura e del proprio animo evolve verso il cambiamento, facendo prepotentemente affidamento su storie tutte americane e ben note al pubblico. La voce dell'America, come alcuni osano definirlo, ha ormai trovato la sua dimensione a metà tra i fasti dell'industria e i vortici del cambiamento sociale.

Dar voce al cambiamento

L'evoluzione di Murphy è sempre stata evidente, ma riconosciuta soltanto nel tempo. A testimonianza di ciò, il recente accordo di cinque anni con Netflix, per un valore di 300 milioni di dollari, è soltanto l'ultima di tante riprove. Ryan Murphy è incondizionatamente fatto per le masse e per i grandi pubblici: non ha alcun interesse nei progetti indipendenti, né all'attrarre nicchie o piccole fette di pubblico verso di sé. E di questo sembra andarne davvero fiero. Ciò che caratterizza il lavoro di Murphy è una costante serie di scelte: il desiderio di mettere gli outsider al centro delle sue storie, l'idea di raccontare con grande stile estetico e colori il suo immaginario, accontentare l'occhio dello spettatore senza sforzare troppo la sua mente.

Ma la sua più grande forza è sempre stata quella di mescolare la sua originalissima creatività, fatta di gusti particolari e alcune stramberie, alla sua attrazione verso personaggi esuberanti ed estremi. Nulla di troppo trascendentale per chi ha in David Fincher il suo modello. La pianificazione di Murphy appare incongruente, sconclusionata e confusa per occhi esterni, ma la sua energia trascinante e la sua scrupolosa supervisione fanno da collante tra gli impegni senza fine e il terrore di gestire numerosi progetti alla volta.

"Se riesci a fare una piccola cosa dopo l'altra, puoi creare qualcosa di immacolato e di immenso" dice spesso lo showrunner, che dell'organizzazione e della metodica fa da sempre i suoi punti di forza. L'inserimento prepotente di Netflix nella sua carriera pare proprio la scelta ideale, vista la libertà creativa che il network intende garantire al medium: una visione immediata, senza pubblicità, libera da qualsiasi impronta esterna e fortemente concentrata nel dar voce alle minoranze.

Dopo anni di lavoro su progetti senza fine, anche Murphy stesso ha detto in alcune interviste che pensava sarebbe divenuto più calmo e meno passionale nei confronti del suo lavoro, specialmente dopo aver messo su famiglia. Eppure, sorprendente a dirsi, sembra che l'incremento delle responsabilità aumenti anche la sua energia.

Un orizzonte più vasto che mai

Dopo aver cominciato il suo percorso con Hollywood (qui la nostra recensione di Hollywood) e l'interessante Ratched (la recensione di Ratched è a un clic da voi), passando per lungometraggi come The Prom e progetti alternativi come Pose e Halston, anche Netflix attende con curiosità l'annuncio di nuovi piani all'orizzonte (si parla di almeno 10 produzioni pronte a partire, tra miniserie, film e documentari).

Di fronte a una simile mole di materiale, è più che lecito chiedersi fin dove possa spingersi la creatività di un uomo, se alimentata dalla sua caparbietà. Se c'è un fattore preponderante nel racconto dell'ascesa di Murphy è proprio l'aspirazione, la brama di arrivare alla grandezza, e questo vale a prescindere dai gusti e dai pareri verso le sue opere. Vista la grande prolificità dell'autore e le diverse opportunità di raccontare senza filtri le diversità della società di oggi, non è affatto difficile pensare che per Ryan Murphy il lavoro sia appena cominciato.