Speciale Serial Horror

Uno speciale dedicato a tutti i serial horror più meritevoli degli ultimi anni! Ne avete perso qualcuno?

INFORMAZIONI SCHEDA
Articolo a cura di

Scenari post-apocalittici in cui gli ultimi residui di umanità si battono contro orde di famelici zombie. Lugubri case infestate dagli spettri dei precedenti proprietari. Ospedali psichiatrici popolati da entità maligne di ogni tipo, terrene e soprannaturali. E poi ancora serial-killer a profusione, sette di fanatici assassini, e ovviamente l’immancabile corredo di vampiri ed altre creature della notte. Uno dei fenomeni che maggiormente hanno caratterizzato la fiction seriale americana negli ultimi anni è proprio questo: l’improvviso, inarrestabile dilagare dei canoni e degli stilemi dell’horror in un terreno che ancora non era mai stato davvero contaminato dal suddetto genere, ovvero il piccolo schermo. Un genere, l’horror, al quale sono più o meno ascrivibili tutti quegli elementi narrativi sopra elencati, che fanno ormai parte integrante del ‘menù’ di quasi tutti gli appassionati di serie televisive. È soltanto da pochissimi anni, infatti, che l’universo della fiction Tv (ci si riferisce alla Tv americana, ça va sans dire) ha definitivamente ampliato i propri orizzonti, azzardandosi per la prima volta ad intraprendere degli “incontri ravvicinati” con l’horror, grazie a serie cult quali The Walking Dead e American Horror Story, e perfino con il fantasy (basti pensare, per questo secondo caso, all’enorme successo de Il trono di spade).

Chi ha ucciso Laura Palmer?

In realtà, alcuni timidi contatti fra la narrativa seriale del piccolo schermo e il genere horror si possono rintracciare anche negli scorsi decenni, ma in passato si era trattato perlopiù di brevi approcci, declinati quasi inevitabilmente nel campo della fantascienza: è il caso di serial inter-generazionali come Ai confini della realtà o del più recente X-Files. La Tv, un media che per definizione tende a rivolgersi ad una fascia di pubblico molto ampia ed eterogenea (a differenza del cinema, che può permettersi di puntare di volta in volta su target di riferimento ben precisi), fino a due decenni fa, prima dell’avvento negli USA delle reti satellitari, era obbligata ad offrire prodotti che risultassero adatti ad ogni tipologia di spettatori; questo, ovviamente, limitava in misura considerevole le potenzialità di sfruttamento di un genere come l’horror, che per lo stile e i contenuti particolarmente ‘forti’ punta al contrario solo a determinate fasce di spettatori. Oggi, tuttavia, il rinnovamento che negli ultimi quindici anni ha letteralmente rivoluzionato gli standard della serialità televisiva - anche per merito di nuove emittenti via cavo come la HBO - ha portato al contempo a nuove possibilità di espressione, nonché all’opportunità di realizzare prodotti rivolti a settori di pubblico più ristretti (e quindi, nel caso dell’horror, a spettatori amanti del genere e non troppo impressionabili).
I primi esperimenti in tal senso risalgono ad un illustre capostipite: Twin Peaks, la pionieristica serie televisiva con la quale, nel 1990, Mark Frost e il regista David Lynch segnarono una cesura imprescindibile nella storia delle serie Tv. Trasmessa fra l’aprile del 1990 e il giugno del 1991 da una grande rete come la ABC, Twin Peaks registrò ascolti record (quasi 35 milioni di spettatori negli USA per l’episodio pilota) e si stampò in maniera indelebile nell’immaginario collettivo, proponendo per la prima volta sul piccolo schermo elementi del tutto inediti nelle serie Tv dell’epoca: una contaminazione di generi in grado di far convivere il classico murder-mistery (la domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?” ossessionò milioni di spettatori per un intero anno) con il surreale più spinto (le celebri sequenze oniriche popolate da nani e giganti), le parentesi grottesche con le incursioni nel fantastico e nell’horror. Non a caso Bob, la presenza malefica che si celava dietro il clima apparentemente idilliaco di Twin Peaks, è considerato ancora oggi uno dei villain più spaventosi e inquietanti mai apparsi in televisione. David Lynch, già affermato regista cinematografico e autore di un capolavoro del noir contemporaneo quale Velluto blu (1986), riuscì dunque a ribaltare le regole su ciò che poteva essere raccontato sul piccolo schermo, e soprattutto su come poteva essere raccontato. Twin Peaks, apotesi del visionario e del perturbante, impose nuovi limiti in termini di rappresentazione dell’orrore, della suspense e della violenza in campo televisivo, spianando così la strada per un’evoluzione che, tuttavia, avrebbe richiesto ancora diverso tempo per dare i suoi frutti.
Nello scorso decennio, nonostante lo sviluppo di un ampio filone di serie Tv legate al fantastico e al mostruoso, prodotti come Buffy l’ammazzavampiri (o l’alquanto bislacco Supernatural) si sono tenuti ben lontani dal territorio dell’horror vero e proprio, preferendo piuttosto ammiccare al pubblico dei teen-drama. E, nonostante la presenza di una delle figure topiche dell’iconografia dell’orrore, vale a dire il vampiro, né il controverso True Blood di Alan Ball, né tantomeno il sentimentale The Vampire Diaries hanno osato avventurarsi seriamente nelle pieghe di un genere così fortemente codificato quale l’horror.

La morte che cammina

Una profonda innovazione, al contrario, è arrivata a partire dal 2010 con The Walking Dead. Basandosi sulla tradizione romeriana degli zombie-movie, ma ancor di più su recenti opere cinematografiche collocate nella cornice di un immediato futuro post-atomico (si pensi a 28 giorni dopo di Danny Boyle o a The Road di John Hillcoat), l’autore della serie, Frank Darabont, regista di film come Le ali della libertà e Il miglio verde, ha sfruttato l’omonimo fumetto di Robert Kirkman, con illustrazioni di Tony Moore e Charlie Adlard, per proporre al pubblico televisivo un autentico survival-horror, con livelli di crudezza e di violenza inediti per il piccolo schermo. Lo scenario distopico presentato da The Walking Dead è quello di un mondo in cui, a seguito di una catastrofe di proporzioni incalcolabili, l’ordine e la civiltà sono state spazzate via; i pochi superstiti devono così riorganizzare la propria esistenza - da qui il tema centrale della serie, la rifondazione di un nucleo sociale - tentando al contempo di sfuggire alle orde di zombie che minacciano di cancellare per sempre la razza umana dalla superficie del nostro pianeta. Con The Walking Dead la AMC, la rete via cavo che aveva già il merito di ‘ospitare’ due vertici assoluti dell’odierna fiction televisiva, Mad Men e Breaking Bad, ha messo a segno un altro colpo vincente: l’iniziale curiosità per la serie ha innescato immediatamente un frenetico passaparola, e quest’anno The Walking Dead ha registrato una media da record di oltre undici milioni di spettatori a puntata nei soli Stati Uniti.

American Horror Story

Dall’ottobre del 2011, la fiction Tv ha raggiunto una nuova frontiera grazie ad un altro fenomeno di straordinaria popolarità internazionale: American Horror Story. Artefice dell’operazione, per conto della FX, è uno dei “Re Mida” della scena televisiva, Ryan Murphy, autore di due teen-comedy di ambientazione scolastica, Popular e Glee, nonché dell’atipica e spiazzante Nip/Tuck (e, quest’anno, della meno fortunata The New Normal). Con American Horror Story Murphy ha recuperato un formato di serialità ‘antologica’, in cui cioè ciascuna stagione è auto-conclusa e indipendente dalle altre, per costruire una sorta di “romanzo horror” in dodici puntate, che si rifà a modelli consolidati del genere: lo scenario della prima stagione è infatti una “casa stregata”, teatro della crisi della famiglia Harmon e delle angoscianti apparizioni dei fantasmi di coloro che, nel corso dei decenni, hanno perso la vita all’interno dell’abitazione. Ad impreziosire una serie che ha fatto scalpore per la sua capacità di sfruttare stilemi e archetipi dell’horror come ormai neppure il cinema è in grado di fare ha contribuito la presenza di un’attrice del calibro di Jessica Lange, che grazie al ruolo di Constance, la subdola vicina di casa degli Harmon, si è aggiudicata il Golden Globe e l’Emmy Award come miglior attrice supporter.
Se la prima stagione di American Horror Story costituiva essenzialmente un formidabile “meccanismo di suspense”, un attacco serrato ai nervi dello spettatore, la seconda stagione, American Horror Story - Asylum, si è rivelata ancora più interessante dal punto di vista narratologico e di scrittura. Ryan Murphy, questa volta, ha incrementato notevolmente le proprie ambizioni, innestando all’interno del medesimo setting - ovvero il tenebroso manicomio diretto con pugno di ferro dalla spietata suor Jude (una superba Jessica Lange) - una pluralità di storyline, collegabili a loro volta ad un ampio ventaglio di tematiche: l’ipocrisia sociale (la serie è ambientata nell’America degli anni Sessanta) da cui deriva la messa al bando di tutto ciò che viene percepito come “estraneo” (e quindi razzismo, condanna dell’omosessualità etc); la logorante dicotomia fra il rispetto delle convenzioni e dei ruoli e le pulsioni più nascoste di ogni individuo; il rapporto tra verità e finzione, nonché fra l’aspirazione al successo professionale e gli inevitabili sacrifici nella vita privata, un conflitto ben esemplificato dal personaggio della giornalista Lana Winters (Sarah Paulson); ed infine la tragica ineluttabilità del Male, che contagia implacabilmente non solo chi si lascia possedere da esso - come accade all’ingenua suor Mary Eunice (Lily Rabe) - ma anche coloro che scelgono di affrontarlo a viso aperto, in una simbolica “perdita dell’innocenza” dalla quale nessuno sembra essere immune.

Icone horror in Tv: Hannibal e Psycho

Negli ultimi mesi, invece, hanno fatto il loro debutto sugli schermi americani due nuove serie accomunate da un analogo “principio genetico”: prendere in prestito una precisa iconografia appartenente alla storia del cinema per utilizzarla come materiale narrativo da rielaborare e re-inventare, sempre tenendo ben presenti i rispettivi modelli di riferimento. Si tratta di Bates Motel e di Hannibal, che hanno esordito a distanza di appena due settimane l’una dall’altra e che si richiamano entrambe a personaggi entrati da tempo a pieno diritto nella mitologia cinematografica.
Bates Motel, in onda su A&E, nasce infatti come un ideale prequel di Psycho, il capolavoro della suspense diretto da Alfred Hitchcock nel 1960 e basato a sua volta su un romanzo di Robert Bloch, e sceglie di raccontare gli anni dell’adolescenza di Norman Bates e il suo ambiguo rapporto con la madre Norma - un rapporto che, come tutti noi ben sappiamo, produrrà un effetto devastante sulla fragile psiche del giovane. Pur spostando gli eventi in un’ambientazione contemporanea (con tanto di smartphone, i-pod e via dicendo), Bates Motel conserva gli elementi iconografici del cult di Hitchcock, inclusa la famigerata Casa Bates che troneggia al di sopra del motel del titolo, e sottolinea i molteplici sottotesti incestuosi nella relazione fra Norman, teenager tormentato e insicuro, efficacemente impersonato dal ventenne Freddie Highmore, e sua madre Norma, donna possessiva, autoritaria ma anche fieramente emancipata, alla quale presta il volto l’attrice Vera Farmiga.
Ben più raffinato, tanto a livello narrativo quanto in termini stilistici, è Hannibal, la serie ideata per la NBC da Bryan Fuller (Pushing Daisies) che vede protagonista il celeberrimo psichiatra-cannibale al centro di un ciclo di best-seller dello scrittore Thomas Harris, e reso immortale al cinema da Anthony Hopkins nel cult di Jonathan Demme del 1991 Il silenzio degli innocenti, a cui hanno fatto seguito i film Hannibal e Red Dragon. Proprio dal romanzo Red Dragon, già portato sul grande schermo nel 1986 da Michael Mann con il bellissimo Manhunter, Fuller ha recuperato il nucleo fondante della serie Hannibal: il rapporto fra Will Graham (Hugh Dancy), geniale profiler dell’FBI, vittima suo malgrado di una capacità di empatia che lo porta ad una totale immedesimazione con i criminali ai quali ha il compito di dare la caccia, e Hannibal Lecter, psichiatra dalla sottile astuzia e dall’impenetrabile malvagità, interpretato dall’attore danese Mads Mikkelsen (che per l’occasione adotta un registro recitativo sapientemente sotto le righe).
Cruda e disturbante, caratterizzata dalla freddezza della messa in scena (anche nella fotografia, dai toni grigi e invernali), da inframmezzi visionari ed onirici (le proiezioni mentali dell’agente Graham) e da una tensione narrativa che non lascia tregua, Hannibal assimila un linguaggio prettamente cinematografico, proprio di molti film sui serial-killer, per colorare di sfumature horror un racconto poliziesco inesorabilmente cupo, senza tuttavia dimenticare l’introspezione dei personaggi e l’analisi dei loro reciproci rapporti. Hannibal, ancora più di Bates Motel (maggiormente legata ad una struttura da ‘tradizionale’ thriller televisivo), si offre dunque agli spettatori come l’ennesimo, magnifico esempio di convergenza fra la nuova serialità televisiva made in USA ed un apparato stilistico mutuato dal grande cinema e riadattato alle esigenze di un racconto spalmato lungo dieci o dodici episodi.

Serial Horror La presenza del genere horror sul piccolo schermo costituisce, a conti fatti, un’ulteriore manifestazione dell’eccellenza artistica dell’odierna Tv americana, che nel 2013 si dimostra sempre più disinvolta nel travalicare i confini di genere e di stile; e, in taluni casi, pronta addirittura a sfidare il magistero del cinema scendendo in campo sul suo stesso terreno... con esiti che possono rivelarsi piacevolmente sorprendenti.