Star Wars Day: le serie di Guerre Stellari, una galassia migliore dei film?

Le serie di Star Wars rappresentano ormai più di un tassello fondamentale nell'universo creato da Lucas. Scopriamo il perché.

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Chissà se nei lontani anni Settanta del secolo scorso, mentre abbozzava "Le avventure di Luke Starkiller così come riportate nei diari dei Whills" - che avrebbe poi provvidenzialmente raggiunto gli schermi come lo Star Wars che tutti oggi conosciamo -, George Lucas avesse la minima idea del successo che avrebbe riscosso il suo film, considerato dai colleghi e dall'industria un capriccio senza futuro, ma che avrebbe riscritto le regole del cinema, della distribuzione e del merchandising, segnando di fatto l'inizio dell'era dei blockbuster.

Di sicuro aveva compreso che la multimedialità della sua saga era uno dei valori di punta, che andava ad arricchire ed espandere quell'universo in continua evoluzione, che continuava a sviluppare le sue trame principali sullo schermo d'argento della sala cinematografica. Non c'è dubbio che le potenzialità del medium e della serialità televisive stuzzicassero Lucas nel profondo, com'è evidente dal progetto abbandonato di Star Wars Underworld, al punto che i limiti produttivi di una serie live action hanno portato alla nascita del filone animato della saga, che ha trovato l'apice in The Clone Wars e nella consacrazione di Dave Filoni a successore spirituale dello stesso Lucas, che nel frattempo, aveva definitivamente lasciato le scene in seguito all'acquisizione di Lucasfilm da parte di Disney.

Oggi, in occasione dello Star Wars Day, celebrato degnamente dalle uscite Disney+ di maggio, tra le quali figura l'attesissima The Bad Batch, ripercorriamo l'importanza del percorso seriale di una delle saghe più amate della storia.

Tra cloni, ribelli e reietti

Che le potenzialità della serialità televisiva potessero rivelarsi così dirompenti, forse questo nemmeno Lucas se l'aspettava all'inizio di The Clone Wars che, dopo una partenza non proprio brillante, è riuscito a infondere nuova linfa alla saga, narrando gli eventi di passaggio tra Episodio II e III, arricchendo la mitologia originale di nuovi personaggi e approfondimenti di primordine sui protagonisti già conosciuti, sfaccettandone i contorni e spostandosi di stagione in stagione su tematiche più mature e su un sistema filosofico più strutturato.

Epitome del valore aggiunto che rappresenta The Clone Wars nell'universo di Star Wars è senz'ombra di dubbio Ahsoka Tano, giovane padawan di Anakin Skywalker, che si è ritagliata a ragione un posto speciale nel cuore dei fan della galassia lontana, lontana, godendo di un ottimo sviluppo, che è ne ha anche contestualizzato la sua assenza in La Vendeta dei Sith, ma che non le ha impedito di fare capolino in Star Wars Rebels, l'altra faccia della medaglia del mondo animato di Guerre Stellari, oltre che in The Mandalorian, infittendo il tessuto narrativo dell'universo creato da Lucas.

Ed è proprio Rebels ad avere stabilito, come dicevamo, un percorso parallelo, sebbene cronologicamente successivo, rispetto a The Clone Wars. Le quattro stagioni che ci hanno portato a bordo della nave Spettro, in compagnia di un manipolo di ribelli che si battono contro l'Impero, hanno costituito un'ulteriore occasione per espandere il canone e dare così maggior respiro alle vicende narrate a cavallo di Una Nuova Speranza. Senza contare che il protagonista Ezra Bridger, felice crasi dei caratteri di Luke Skywalker e Han Solo, è l'ennesimo personaggio archetipico riuscito della saga, la cui evoluzione lo ha portato da ladruncolo egoista, estraneo alla Ribellione, a credere in un ideale più grande di sé e a battersi per una causa per la quale si gioca il futuro di un'intera galassia.

Il contributo più concreto di queste serie, solo apparentemente corollario della saga principale, risiede nell'aver raccontato la storia che già conoscevamo da prospettive diverse, indulgendo nella costruzione di personaggi protagonisti di vicende che avevamo solamente sentito narrare nella controparte filmica, ampliando la scala d'azione e l'epicità della narrazione stessa, affinandosi nello spiegare e nell'espandere le dinamiche della Forza (le Sorelle della Notte, il Padre e i Figli); rivelandosi, in ultima istanza, essenziali per una visione completa dell'universo di Star Wars.

Il panorama appena descritto è ora destinato ad arricchirsi, con l'arrivo di The Bad Batch, il diretto spin-off di The Clone Wars in uscita proprio oggi, in occasione dello Star Wars Day (qui trovate già le nostre prime impressioni su The Bad Batch). Ci troveremo così in compagnia della compagine di cinque cloni della Clone Force 99 (Hunter, Echo, Tech, Wrecker e Crosshair), alle prese con le dirette conseguenze dell'Ordine 66. Un'ulteriore occasione, questa, di gettare ulteriore luce su uno dei periodi più affascinanti e terribili del canone di Star Wars. A tal proposito, non perdetevi la nostra intervista agli autori di The Bad Batch.

Questa è la via

Nonostante il meritato successo di Clone Wars e Rebels, non c'è alcun dubbio che ciò che ha letteralmente ridato una nuova speranza all'universo di Lucas, reduce da una non certo entusiasmante trilogia sequel, sia stato il successo esorbitante di The Mandalorian. La creatura di Jon Favreau - già inconsapevole capofila di quel Marvel Cinematic Universe nato proprio dal suo Iron Man, in termini di fandom senza dubbio figlio di quei meccanismi inaugurati proprio da Star Wars - ha riaperto i cuori degli appassionati, pescando a piene mani dalle sorgenti primigenie presso le quali si era abbeverato Lucas.

Ecco che le avventure di Mando e del Bambino riecheggiano così le atmosfere di Kurosawa, infarcite di stilemi western e dei miti di Campbell tanto cari a Lucas. Ma è la passione di coloro che si celano dietro i titoli di testa a trasudare dall'incedere compassato degli episodi e a costituire una vera e propria lezione sul valore di una IP e su quanto possa rappresentare un fenomeno culturale cross-generazionale in continua evoluzione.

L'epica western di The Mandalorian riesce così a trascinare di peso la saga alle origini, facendoci respirare la dimensione primigenia della trilogia originale e presentandoci una rosa di personaggi indimenticabili, carichi di quel pathos che nasce dall'introspezione e da quel continuo processo in divenire che è la crescita dei protagonisti sullo schermo, favorita dal formato seriale. Il percorso di Mando sublima il tracciato delle trilogie di Lucas e dell'opera stessa di Dave Filoni, che non a caso rappresenta la colonna portante anche di questo show, accanto a Favreau. Come scrivevamo nella nostra recensione di The Mandalorian 2, il successo di questa serie appare quanto mai meritato e offusca senza rimorsi la più recente trilogia prequel; una spassionata dichiarazione d'amore nei confronti di un'intera galassia e dei suoi protagonisti, capace di mettere il fanservice al servizio di un progetto solido e organico, senza ricadere in velleità autoreferenziali.

Resta ora da capire quanto le dieci serie Star Wars annunciate alla fine dello scorso anno riusciranno a mantenere la promessa di creare un universo condiviso e consolidato da una passione comune che affondi le proprie radici in quel processo che finora ha creato tasselli fondamentali di un puzzle fortunatamente ancora incompleto. Per questo non vediamo l'ora di accogliere Andor, il prequel di Rogue One con Diego Luna, Obi Wan-Kenobi, che vedrà il ritorno di Ewan McGregor, con Hayden Christensen nuovamente nei panni di Anakin Skywalker/Darth Vader. Sarà quindi il turno di Lando, che avrà al timone il Justin Simien di Dear White People, oltre che dei due spin-off di The Mandalorian: Rangers of the New Republic e Ahsoka, che godranno della supervisione di Favreau e Filoni, e intersecheranno le proprie vicende con quelle del Mandaloriano più amato della galassia, con buona pace di Boba Fett.