The Boys: perché non vediamo più i cinecomic allo stesso modo

Mentre la sua terza stagione prosegue più agguerrita che mai, analizziamo insieme come lo show di Erik Kripke ha stravolto il modo di vedere i cinefumetti

The Boys: perché non vediamo più i cinecomic allo stesso modo
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Se ci si soffermasse a ragionare sul cinema e sulle varie epoche della storia recente del medium, si potrebbe facilmente collegare ogni periodo a un particolare tipo di prodotto che attraeva costantemente le masse. Ciò che un tempo rappresentavano la slapstick comedy o il western, oggi è invece rappresentato dai cinecomic, epopee super-eroistiche estremamente appetibili per il grande pubblico. Da più di 10 anni i Cinema si riempiono quasi solamente per i prodotti di questo genere e, se DC ha vissuto di alti e bassi salvandosi grazie ai suoi nomi, Marvel e il suo MCU sono ormai prossimi ai 30 film interni al proprio grande disegno, con tanto di prodotti seriali annessi.

Proprio con l'ascesa del MCU e dei prodotti simili, è sorta anche una corrente che volge il proprio sguardo a sovvertire lo status quo. Prodotto più recente, ma non meno importante in tal senso, The Boys rappresenta in ogni suo aspetto l'apoteosi d questa controtendenza: il fumetto di Ennis prima, e la serie di Kripke oggi, stanno ormai cambiando la percezione dei supereroi dentro e fuori dallo schermo, fornendo un nuovo sguardo all'intero genere.

Dalle pagine allo schermo

Se Alan Moore era stato precursore con il suo Watchmen, Ennis ha invece estremizzato le discrepanze tra individui diversi dal comune ponendoli all'interno della società dei primi anni 2000. In un mondo decadente e costantemente terrorizzato dall'ignoto e dal diverso, i personaggi di The Boys sono sempre stati definiti disumani attraverso le loro azioni. Il lavoro svolto da Ennis è stato volto proprio a enfatizzare le differenze ponendo super e umani su due piani ben diversi tra loro, almeno in superficie, sulla base di prospettive discordanti.

La totale mancanza di empatia e di cognizione del mondo reale hanno reso questi personaggi dei veri e propri privilegiati ignari delle difficoltà che un comune mortale deve affrontare nella sua quotidianità. Allo stesso tempo, i super sono costretti a rinnegare la propria umanità dal contesto in cui si trovano a vivere, che a differenza di quello dei cinecomic più noti è molto più intrecciato a quello reale. Forse proprio per questo la contemporaneità di The Boys appare così potente e spiazzante: il mondo non è marcio perché esistono i supereroi, ma dei supereroi che vivono in un mondo marcio non possono essere senza macchia.

Per questo, mostrando tutte le incongruenze e le cattiverie del mondo reale, lo show targato Amazon è riuscito a trasporre la contemporaneità in maniera ancor più dirompente. Kripke ha infatti spostato il focus sul presente, su un pubblico ben più abituato ai cinecomic e più distante dalle nicchie fumettistiche. Questo aspetto, cui Ennis non ha chiaramente potuto attingere, si è rivelato fondamentale in fase di adattamento: avendo un riferimento costante sulla rappresentazione ideale dei supereroi Marvel e DC, con un ambiente colmo di produzioni che si alternano ogni anno a fornire sempre più materiale, la serie di The Boys ha potuto inserire i social media, gli universi cinematografici e il jetset americano all'interno del proprio sistema rappresentativo.

E proprio attraverso questo particolareggiato schema di citazioni, rimandi e piccoli sguardi a dinamiche del mondo reale di oggi, lo show Prime Video ha potuto legarsi ancor di più al tessuto culturale e alla cross-medialità dell'era moderna, sfruttando il proprio impianto marketing e il budget a propria disposizione per assottigliare il più possibile il divario fra il proprio universo e il nostro attraverso battute, post e interventi - diegetici e non.

Dai media al reale

Seguendo quel filone nato con Watchmen diversi anni addietro, i tentativi di porre una prospettiva diversa rispetto all'impostazione classica del genere sono stati molteplici. L'idea di sovvertire gli schieramenti ben definiti, contrastando la narrazione forte dei cinecomic più noti, ha contribuito nel tempo a creare una solida base da cui The Boys ha potuto attingere per inserire nuovi elementi in un ambiente saturo e inflazionato. Se la maggior parte dei film MCU contribuisce a creare la propria idea di mondo, opere come The Boys intendono invece sfruttare il contesto supereroistico per mostrare uno specchio estremo dei problemi di quello reale.

In questo lo show di Kripke, che diverge particolarmente dal fumetto di Ennis, mantiene lo spirito nero e la violenza estrema di quell'universo tossico, ma ne sfrutta anche la portata per evidenziare tutto il marcio della società contemporanea, tra razzismo, misoginia e ipocrisie dei potenti. Rendere la maggior parte dei supereroi degli esempi negativi e arroganti,

mostrando (come nella terza stagione) quanto il semplice fatto di possedere delle capacità renda tutt'altro che responsabili, offre prospettive del tutto nuove su un aspetto mai approfondito a dovere. The Boys si esalta così come satira sociale senza mai disdegnare vere e proprie prese di mira degne di una parodia: come accennato nella nostra recensione dei primi episodi di The Boys 3, Kripke e soci colpiscono dritto al bersaglio mostrando finalmente "L'Alba dei Sette", una versione della Vought International del primo Avengers di Joss Whedon con un incredibile cameo direttamente dal MCU in The Boys 3. Non solo: sentendo le parole del regista Adam Bourke, si può chiaramente ricollegare la citazione della "Bourke Cut" al fenomeno mediatico che ha coinvolto Zack Snyder e il suo Justice League. Citando persino i servizi streaming come Disney+ in cui "dirottare i prodotti più rischiosi per le sale", The Boys prende le redini del proprio dialogo ponendo a chi osserva uno sguardo ben distante dalle idilliache prospettive del colosso americano.

In un'ottica quanto mai ipocrita, la facciata del fenomeno pubblico, con gli eroi più coinvolti come celebrità che come salvatori, si collega al ritorno economico delle personalità coinvolte (la Vought su tutte) e pone su un piano decisamente inferiore i fan, qui rappresentati come ignari seguaci di un fenomeno tutt'altro che positivo. Le apparizioni e i cammeo dei VIP in quest'ultima stagione non fanno altro che rafforzare l'idea di un mondo sempre più vicino e simile al reale, non tanto nelle sue dinamiche, quanto nelle componenti che ne costituiscono la struttura.

Un'altra prospettiva

Lo show targato Prime Video cerca di ampliare il dialogo dell'opera originale di Ennis, che già a suo tempo era stato precursore e profetico su ciò che i cinecomic sarebbero potuti diventare. La risposta fornita dall'autore si basa sull'assunto che, in un mondo in cui gli dei camminano fra gli uomini, sarebbe impossibile non considerare un lato oscuro del potere. Da qui le dinamiche di mercato, gli indici di appetibilità per i supereroi e film, interviste o apparizioni volte più al consenso che al guadagno. Ennis ha posto i riflettori sul lato meno trattato dei superpoteri, estirpando alla radice gli stilemi del genere per sostituirli con quelli più cupi della peggior cultura moderna.

Esaltando oltre ogni misura i concetti espressi da Moore con Watchmen, individui potenti, popolari e influenti non possono non convivere con la tentazione di abusare delle proprie capacità. The Boys fa da esempio in questo senso, muovendo lo sguardo oltre la superficie per approfondire ciò che sta dietro l'idea stessa di eroismo ma attenzionando al contempo la prospettiva dei non dotati, la quale rivela più ombre che luci e può apparire distorta e macabra se osservata con attenzione. Il Patriota di Antony Starr, ritratto deformato e inquietante del più classico dei supereroi, incarna alla perfezione la figura estrema che Marvel e DC non avrebbero mai il coraggio né la possibilità di presentare ai propri spettatori.

I Sette, così come tutti i superdotati che vengono propinati su schermo nelle varie produzioni del genere, sono fallibili, corruttibili, imperfetti. Sembra un concetto semplice e scontato, ma non lo è: ciò che è spesso mancato ai protagonisti di queste storie epiche a tinte fumettistiche, anche a quegli eroi più "umani" di altri, è proprio la loro prospettiva più profondamente umana. Quella reale, quotidiana e problematica, non accostabile a un preciso schieramento né assoggettata a chissà quale elargizione di grazia. The Boys intende muovere le coscienze verso un pensiero più ampio e fuori dagli schemi, facendo leva sul bisogno primigenio dell'essere umano di aspirare alla figura perfetta.

Se le innumerevoli fonti storiche hanno sempre premiato la figura dell'eroe senza macchia, individuo capace di essere meno fallibile degli altri e per questo migliore, pochi hanno invece voluto porre la propria attenzione sull'esigenza di simili figure in un mondo che ha sempre più bisogno di riferimenti reali e non idealistici. Il filone che intende revisionare l'ottica classica dei cinecomic tiene profondamente conto di questo, evidenziando che persino gli eroi più positivi rischierebbero di rivelarsi disumani se posti costantemente sotto l'aspettativa di prendersi carico dei problemi altrui.

Barlumi (o frantumi) di grandezza

Come in tutti i generi di riferimento per un dato periodo storico, verrà il giorno in cui anche i cinecomic subiranno un calo di appetibilità - per lo meno su una scala così ampia. Ma in un momento come questo, in cui l'apice sembra da poco superato dopo che Avengers: Endgame ha fatto la storia in termini di incassi e le nuove fasi stentano ancora a decollare nel loro complesso, risulta quanto mai intrigante l'idea di esplorare da cima a fondo i vari strati di un successo così consolidato da esser divenuto consuetudine.

Opere come The Boys, e The Boys più di tutti, permettono di mostrare ripercussioni e ipocrisie attraverso il ridicolo e l'esagerato, ma consentono anche a chi osserva di guardare in maniera più ampia il genere, di affacciarsi ai prodotti di quel tipo in una maniera più critica e astuta. Se non altro, la serie di Kripke mostra altrettanta capacità nell'aver creato un contro-standard, talmente ordinato e consolidato da poter esser considerato a tutti gli effetti come un format - e forse, proprio per questo, sempre più a rischio di avvicinarsi ai prodotti che intende criticare.

Sperando ciò possa limitarsi a qualche semplice ridondanza, ciò che importa è constatare quanto un punto di vista così potente possa risultare influente nel panorama mediale moderno. Sotto gli occhi di tutti c'è un dialogo sul concetto di eroe nel marcio del quotidiano che non può lasciare indifferenti. Ancor più a fondo, c'è un vero e proprio sottogenere che cambia il modo di concepire il cinecomic criticando in maniera verosimile l'idea di un mondo che concepisce la salvezza come un meccanismo di speranza e delegazione.