The Crown 5: la quinta stagione dello show Netflix funziona?

Da alcune interpretazioni del nuovo cast alla maniera di inquadrare gli scandalosi 90s: cosa funziona e cosa non convince del ritorno della serie.

The Crown 5: la quinta stagione dello show Netflix funziona?
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La quinta stagione di The Crown, arrivata tra le serie di novembre 2022 di Netflix, è al momento la più criticata dall'inizio del suo percorso avviato nel 2016. Il nuovo cast di protagonisti ha parlato di The Crown 5 e sicuramente le loro dichiarazioni hanno contribuito ad alimentare il rispetto verso una delle produzioni più sontuose realizzate dalla piattaforma, che continua a mostrare la sua magnificenza pur cominciando a dover nascondere le prime crepe. Quelle che questo ritorno ha inaspettatamente manifestato, colpendo alla sprovvista gli spettatori, che pur rendendosi conto che la narrazione della quinta stagione tratta proprio dell'inizio della decadenza della monarchia, non si aspettava di vederne trasposto lo stesso risultato anche nell'intera serie.

In ogni caso The Crown rimane una delle offerte più entusiasmanti che la serialità ci ha offerto; la domanda è perciò quali sono i punti a favore che continuano a far mantenere a The Crown la posizione di prediletta all'interno del catalogo Netflix e, più in generale, nel panorama delle serie TV moderne, e cosa invece ha influito su un giudizio leggermente negativo che ne ha impedito un conclamato e unanime successo.

Le ottimi interpretazioni del nuovo cast


Tra i punti forti della quinta stagione di The Crown ci sono intanto da citare alcuni degli interpreti che hanno saputo prendere in mano ruoli già interpretati da loro altri colleghi in precedenza, a cui hanno saputo aggiungere un tocco personale e veritiero con le loro performance.

Oltre all'impostazione regale di Imelda Staunton, nuova Elisabetta II di The Crown 5, da lodare è la doppia natura del Filippo di Jonathan Pryce e del suo essere assieme il solito marito spigoloso e insolente della regina, mescolando a questi aspetti l'ammorbidimento dell'età. Il suo Duca di Edimburgo ha infatti i tratti di un nonnetto qualsiasi, che si intrattiene con le gare di carrozze e tenta di non abbandonarsi alla placidità dell'anzianità, cercando di mantenersi sempre arzillo e dinamico. Caratteristiche che sono però anche la miccia dei continui scontri con la moglie-sovrana, con cui ancora una volta andrà urtandosi, mostrando le differenze che hanno contraddistinto il loro matrimonio. Una figura inoltre che non manca di sottolineare la sua influenza anche nei confronti di Diana, con cui avrà modo di confrontarsi apertamente, cercando di trattenerla dalle sue dichiarazioni pubbliche. È proprio la principessa del popolo il secondo punto forte, poiché interpretata da un'ottima Elizabeth Debicki, che ha studiato il linguaggio del corpo della donna così da cercare di riportarlo e mettendolo spesso in mostra più che utilizzando fiumi di parole.

Un'interprete che viene accostata al Charles di Dominic West, ammirevole nel ruolo di un principe del Galles del tutto personale rispetto a quello a cui andiamo riferendoci nella realtà, anche lui intento a covare nella fisicità del suo futuro erede al trono l'intera tensione che lo comprime e lo scuote. Un sentirsi costantemente frenato che l'attore fa percepire soprattutto nella contrazione continua riservata alla bocca, luogo in cui Charles concentra tutti i suoi tormenti, come a sottolineare quanto sia forte il suo bisogno di esprimersi e, a volte, di urlare.

Tra tutti, però, il personaggio migliore di questa quinta stagione è probabilmente il John Major di un Jonny Lee Miller che incarna la figura del Primo Ministro con una compostezza che va elogiata. Un personaggio che rappresenta il baricentro in cui vengono riversate le preoccupazioni e le lamentele di una monarchia in rotta di collisione e che deve vestire perciò i panni dell'arbitro per limitarne i danni. Un'interpretazione che non lascia nulla al caso, circoscritta ad un perimetro che è quello in cui al personaggio viene permesso di muoversi, non eccedendo mai in tentativi di auto-esaltazione. Una prova notevole per John Lee Miller, che spicca nella coralità che è sempre appartenuta a The Crown, pur in una stagione in cui di eccellenze non se ne hanno avute abbastanza come accaduto invece nelle precedenti.

L'aspetto scandalistico di The Crown 5

Altro punto a favore dello show ideato da Peter Morgan è l'aver restituito l'atmosfera scandalistica che ha contraddistinto i notiziari e i tabloid degli anni Novanta e che hanno cominciato a cambiare la maniera in cui venivano generate e riportate le notizie. Se lo scoop è sempre stato l'oggetto da dover raggiungere da parte dei giornalisti, in questo decennio è il renderlo quanto più scandaloso possibile la vera miniera d'oro. E la famiglia reale, così come si riporta in The Crown, non ha mancato di adeguarsi, a malincuore, a questo nuovo tipo di narrazione giornalistica, usufruendone anzi come un'arma da poter sganciare e rovinare chiunque se ne avesse voglia.

Arsenale da cui hanno attinto soprattutto Diana Spencer e il principe Charles, lanciando interviste-bomba e dichiarazioni al vetriolo che hanno intaccato enormemente le fondamenta di un'istituzione come la Corona. Ed è esattamente questo il punto che più ha valore nella quinta stagione. Con questo suo principio della fine, la serie fa percepire in maniera tangibile quanto la famiglia reale sia in crisi in questo particolare decennio e, ancor più, l'intero sistema che si regge sulle loro spalle. La sensazione di cedimento che la regina e la sua corte stanno attraversando è la chiave di lettura della quinta stagione, che riesce a esprimerlo con gravità e chiarezza. Ma è proprio questa la doppia faccia di The Crown 5, il suo saper trasmettere tale sentimento, presentandolo però a propria volta nelle fondamenta della stessa serie.

I primi segni di cedimento

Il più grande punto a sfavore della quinta stagione è proprio questa sorta di arrendevolezza che fa percepire la stanchezza che la Royal Family e la sua regina sentono, ma che non dovrebbe andare ad intaccare i pilastri su cui il prodotto si è sempre basato.

Seppure l'opulenza non è più una prerogativa della monarchia degli anni Novanta, non vuol dire che anche la narrazione di The Crown debba andarla necessariamente a perdere, risultando meno di presa rispetto alla solennità che le puntate delle precedenti stagioni avevano trasmesso, perdendosi nella guerra ripetitiva e priva di veri picchi emotivi in tutta The Crown 5. Una certa monotonia è infatti riscontrabile andando di puntata in puntata, dove anche le metafore, da sempre contrappunto meravigliosamente usato per i racconti di ogni episodio, diventano troppo scontate e palesi, non estasiando più lo spettatore, capace ormai di decifrare con immediatezza il messaggio che le puntate vogliono restituire. Una piattezza costante che è ciò che più di ogni altra cosa destabilizza e dispiace di questa nuova stagione, che pur non mancando di colpire con alcune delle sue puntate, non permette più uno stupore che inizialmente era continuo e maestoso davanti ai nostri occhi. È come se quel crollo che la Corona sta preventivando sia stato riversato nella scrittura sempre più gracile della serie, la quale non può che risentirne con la dovuta pesantezza. Quella che i reali provano nel dover proteggere la loro roccaforte, in preda agli attacchi del mondo esterno. Una stagione che riflette ciò che riporta all'interno, creando un collegamento che risulta diretto tra confezione e contenuto.