The Leftovers: raccontare l'assenza nel capolavoro di Damon Lindelof

Lo show targato HBO rappresenta ancora oggi un pilastro della serialità televisiva. Riscopriamo insieme una delle serie più sottovalutate dell'era moderna.

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Se AMC ha segnato con i suoi prodotti il primo decennio degli anni duemila, il secondo ha visto il network HBO guadagnarsi il podio da assoluto protagonista. Produzioni accattivanti e sempre vincenti, da Game of Thrones a Westworld, passando per True Detective, hanno sbaragliato la concorrenza a suon di ascolti. Una mole enorme di idee e materiale, di storie e racconti che sono entrati con prepotenza nell'immaginario collettivo. Nella grande esplosione del medium televisivo, specialmente nel nostro Paese, è capitato però il fenomeno inverso: produzioni d'oltreoceano di grandissimo respiro, considerate addirittura avveniristiche, hanno finito con l'essere messe in ombra da prodotti più altisonanti o popolari.

Il caso analizzato oggi fa proprio riferimento a un progetto di punta di HBO, che nel triennio 2014-2017 ha lasciato un segno indelebile nella storia recente della serialità televisiva. Una produzione originale ispirata a un romanzo di Tom Perrotta e plasmata dalla mente di Damon Lindelof, creatore di Lost insieme a JJ Abrams e recentemente osannato per il successo del suo Watchmen. The Leftovers, questo il nome della serie, è riuscita nel delicato intento di sconvolgere gli spettatori come mai prima di allora, portando alla luce un racconto originale sul senso della perdita e sui misteri dell'imprevedibile.

Lo show, che conta un totale di 28 episodi divisi in 3 stagioni, racconta le conseguenze di un evento senza precedenti accaduto il 14 ottobre 2010 noto come la Dipartita: il due percento della popolazione mondiale sparisce nel nulla in maniera del tutto inspiegabile, lasciando attonito e sperduto chiunque sia riuscito a "sopravvivere". Di fronte a un fenomeno che evade i confini della realtà e che mette alla prova qualsiasi logica razionale, come reagirebbe l'essere umano?

Il coraggio di osare

Forte dell'esperienza e dell'eredità lasciate da Lost, Lindelof ha concentrato la propria attenzione sull'indagare il turbamento dell'animo umano senza cedere ad alcun compromesso nei confronti degli spettatori. The Leftovers è quindi il risultato di una complessa analisi atta a esplorare i misteri della mente e i meccanismi di superamento (o accettazione) della perdita. L'opera non intende essere completa, ma profonda: per elevarsi al livello desiderato, lo show deve plasmare idee, non dare risposte. Esattamente come fa la vita. Di fronte a personaggi quasi interamente privi di senno, culti pseudo-religiosi ed eventi al limite del possibile, appare chiaro sin da subito che l'intento dell'opera sia puntare a credere - o meglio, a decidere di credere - a ciò che si osserva. Più nel particolare, a fidarsi di ciò che i personaggi raccontano.

Per chiunque tentasse di avvicinarsi all'analisi di quest'opera, sarebbe difficile approfondire meccanicamente il susseguirsi di scene ed episodi senza includere una componente soggettiva. Essere universalmente esaustivi diventa impossibile o poco efficace di fronte alla forza introspettiva della serie. Il presupposto da cui partire va dunque cercato nella struttura e nella ricercatezza dei temi, non nella valutazione del loro effettivo svolgimento.

Già nella sua premessa, The Leftovers si distingue perché mira a dialogare con lo spettatore dall'interno: la fiaba dei tristi alla disperata ricerca di una risposta che non li condanni a sentirsi degli avanzi gioca tutto sulla potenza comunicativa e su metodiche originali che penetrino la psiche dell'osservatore.

Affrontare l'inimmaginabile

Gli eventi del 14 ottobre segnano non solo l'inizio della serie, ma anche lo spartiacque tra il mondo ordinario a tutti noto e la distopia che in The Leftovers si fa cornice delle vicende. Ciascun individuo, volente o nolente, viene costretto a trovare nuovi schemi mentali che permettano di affrontare qualcosa di così impensabile. Di fronte all'ordinarietà della vita, l'uomo sviluppa meccanismi dettati da leggi prestabilite, percorsi da seguire assiduamente in base ad ogni situazione.

Ma cosa accade quando nessuno dei percorsi sembra praticabile? Ognuno cerca la propria risposta, il proprio modo di affrontare l'inimmaginabile prima di cader preda del dolore e dell'oblio. Da qui il primo quesito rivolto allo spettatore: sarebbe possibile rimanere razionali in un mondo senza risposte? Storicamente parlando, l'uomo ha sempre tentato di dare un senso alla propria esistenza: di fronte alle esperienze o alla novità degli eventi, anche la più futile o la più fallace delle risposte basterebbe a colmare il vuoto dell'incertezza. Eppure, proprio di fronte all'ignoto, il timore primordiale che l'esistenza sia solo casuale torna a terrorizzarlo.

L'essere umano diventa ossessionato, cerca di agire o interpretare i segni, di controllare la propria sorte o il proprio mondo. Pur convincendosi che non sarà mai possibile riuscirci del tutto, non riesce a farne a meno. E questo è esattamente il motore che spinge i personaggi della serie verso le vie più assurde e disparate: una sorta di istinto di autoconservazione che li spinge ad aggrapparsi verso la prima cosa sulla quale si sentono saldi. Di fronte alla constatazione che qualsiasi scelta razionale non riesca a fornire le adeguate risposte, l'unica soluzione è cercare rifugio altrove. Dove vacilla la possibilità di ponderare, si fa più forte il bisogno di fede.

Fedeli alla deriva

Non deve stupire quindi l'idea che i malcapitati di questa triste realtà cerchino riparo nella fede - come, per altro, accade ed è accaduto da sempre nel mondo reale. Che si porga lo sguardo verso Dio, che ci si affidi alla propria identità o alla propria utopia, la ricerca dell'equilibrio e della propria idea di normalità rappresentano la linfa vitale che muove l'animo degli uomini - e che spesso li porta alla deriva. Lindelof comprende a fondo il legame che sussiste tra percezione e fede, e per questo inserisce fra i vari episodi interi archi narrativi che fanno riferimento alla mitologia cristiana, a quella ebraica e a quella nordica.

Le più grandi storie raccontano del contrasto tra fede e timore, tra coraggio e incertezza. Si tratta dell'eterna ricerca della purificazione, la necessità di un perdono assoluto che liberi dal peccato. Lo showrunner basa il suo racconto sull'idea che, per i personaggi, i departed abbiano trovato posto in un paradiso irraggiungibile, il purgatorio sia un immenso albergo in cui cercare la redenzione e l'inferno sia destinato alla vita terrena.

Che si fantastichi sull'idea di un Messia che torni dalla morte, su un Virgilio che guidi il prescelto attraverso il dedalo oscuro delle anime dannate o sull'esistenza di un altro mondo in cui cercare nuove strade, The Leftovers porta lo spettatore a sintetizzare la rocambolesca sequela di eventi come una metafora del cambiamento e dell'accettazione della propria condizione.

Come ogni fedele sa bene, potrebbe non esserci una fine o una libertà assoluta, così come potrebbe esserci un modo per persistere nonostante tutto. La verità assoluta dello show HBO riguarda ciò che ogni persona racconta a se stessa: un senso di comunione e fede ancor più essenziale e fondante dell'essere umano, che tuttavia lascia spazio a qualcosa di ineffabile. In un certo senso, il sentimento profondo del racconto di Lindelof può essere vissuto alla stregua di un sentimento religioso, con la scelta valorizzata come un vero e proprio atto di fede.

Frammenti di esistenza a confronto

Quasi tutti i personaggi di The Leftovers sembrano perdere pezzi o cercare di ricomporli, confrontandosi costantemente senza speranza di esclusione. Forse nessuno è realmente sano nel mondo della serie, ma le vicende vissute dai personaggi non lasciano spazio a dubbi: ogni individuo tenta disperatamente di ricomporre i frammenti della propria esistenza attraverso l'introspezione.

Con il passare degli episodi si ha la netta sensazione che la presenza fisica sia un fattore relativo e che ogni personaggio viva i frammenti del proprio essere trascendendo i concetti di spazio e di tempo. Alcuni di essi sono presenti, ma non vengono visti; altri non sono mai presenti, eppure la loro assenza diventa più ingombrante di qualsiasi altra cosa.

Lo show ha trovato il modo di rappresentare e sintetizzare alla perfezione il concetto di relativismo esistenziale, mostrando quanto le personalità possano apparire distanti e frammentate nonostante la vicinanza fisica, e viceversa. The Leftovers racconta così due sensazioni che ciascuno spettatore potrà aver provato almeno una volta nella vita. Da una parte vi è l'attesa di qualcosa di più grande, la speranza di un evento epocale non direttamente correlato al proprio arbitrio ma in grado di portare una pace duratura; dall'altra, il sentimento della perdita nel superamento dell'assenza.

L'attesa non sembra mai incontrare un lieto fine: per quanto ci si possa provare, l'aspirazione sembra essere destinata a rimanere tale. Il superamento dell'assenza, allo stesso modo, vede la perdita erigere un muro che blocca il passaggio verso la salvezza. La Dipartita è dunque destinata a divenire una costante imprescindibile, un simbolo che rappresenti i fallimenti dell'uomo che vive a metà tra la percezione del destino e il desiderio del controllo, la prova tangibile e onnipresente di tutti i dilemmi legati all'esistenza.

La sintesi dell'essere

Se c'è qualcosa che rende The Leftovers un'opera fuori dall'ordinario, tralasciando almeno in parte i temi trattati, è la sconvolgente facilità con cui riesce a coinvolgere lo spettatore: è un coinvolgimento attivo, che obbliga a pensare e sentire realmente mentre si osservano le vicende. I meriti di Lindelof sono numerosi, ma partono dal coraggio con cui l'autore ha permesso alla propria creatura di giocare con la sensibilità dello spettatore, stimolandolo a cercare le proprie verità in un mondo fatto di diverse e soggettive interpretazioni del reale.

Ma non solo: di fronte a un mondo che cambia costantemente, dove tutto è il contrario di tutto, Lindelof ha dimostrato che il nichilismo non è la risposta finale.

Il perfetto esistere, l'atto ideale di vivere, coincide con l'accettazione della mancanza di risposte: la risposta non riguarda il messaggio, ma il modo in cui l'uomo si rapporta nei confronti del suo significato.

Può esserci speranza nel mondo di The Leftovers? Esattamente come nel nostro. La realtà è che non è possibile esserne certi. Di fronte a qualsiasi quesito, a qualsiasi dilemma, è la serie stessa a rispondere con un messaggio chiaro ed evidente: l'unica condizione reale dell'animo umano risiede nella consapevolezza di essere, e quindi di vivere. Raccontare l'assenza, con le sue dinamiche e le sue interpretazioni, rappresenta quindi il modo migliore per comprendere quanto sia fondamentale dar valore a ciò che è presente.