The Man in The High Castle: evoluzione e rivoluzione di una serie cult

La quarta stagione di The Man in The High Castle arrivera breve sugli schermi di Amazon Prime Video, ma già rappresenta un piccolo cult.

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Il tempo cambia tutto, ma non potrà mai cambiare il passato. Eppure, nel mondo del cinema e nelle serie tv, lo sappiamo, la parola mai dovrebbe essere cancellata da ogni dizionario. Lo sa bene Frank Spotnitz, showrunner di The Man in The High Castle, produzione di punta di Amazon Prime Video che arriverà il prossimo mese alla tanto attesa series finale (qui potete visionare tutte le uscite Amazon Prime Video di novembre). Prima di gustare gli ultimi episodi e in attesa di portarli su queste pagine con un first look e una recensione approfondita, appare utile fare qualche considerazione su quello che rappresenta questo prodotto non solo nell'ambito della serialità del piccolo schermo, ma anche nel dedicato rapporto tra letteratura e media.

Fantaltà o Realscienza?

Ciò che rende The Man in The High Castle una serie del tutto peculiare è la sua ambientazione ucronica e distopica, che prende vita in continuità all'inchiostro sapientemente versato da Philip K. Dick (La svastica sul sole è il titolo originale del romanzo, di cui consigliamo caldamente la lettura) in un passato "alternativo", in un mondo in cui l'Asse ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e ha diviso il Nord America tra dominio tedesco e controllo nipponico.

Le tensioni politiche tra le due superpotenze e la vita delle persone che lavorano o combattono contro i rispettivi regimi oppressivi sono i vasi comunicanti che lasciano fluire con estrema coerenza la trama, al netto di sporadiche (ma innocue) impennate. Stupefacente è la diretta proporzionalità con cui la prospettiva fantascientifica prosegue ad ampie falcate verso la realtà del 2019.

Chiariamoci: non siamo sotto dittatura e per fortuna il pericolo di vedere irrimediabilmente compromesse le fondamenta democratiche della nostra quotidianità è tutt'altro che pulsante. Eppure, la semplicità con cui milioni di persone si sono piegate ai regimi totalitari, seppur con l'apparente inesorabile lentezza di un paio di lustri, non può non farci immergere nel ruolo che hanno i social media e le sparate dei leader contemporanei nell'era dei selfie e del consenso facile, nel mondo dei timori e delle paure che si risvegliano per domare le volontà dei popoli.

Tutto questo non fa altro che liberare quest'avventura narrativa dal perimetro televisivo nel quale è solo apparentemente circoscritta, facendo sì che a tratti il prodotto seriale diventi quasi un monito, un avvertimento, un testamento per i tanto decantati posteri, che finalmente sono diventati grandi.

Un film per la salvezza

Così come al centro della narrazione di The Man in The High Castle ci sono i film invisi ai progetti espansionistici dei regimi, in una maniera altrettanto paradossale le storie di Instagram penetrano nella nostra realtà quotidiana, lasciando interagire sconosciuti e potenti, governati e governanti.

È forse questa la conquista più evidente di questo prodotto seriale, che abbatte fragorosamente la quarta parete, divenendo evoluzione rispetto ai telefilm dei primi anni duemila, per i quali il punto di fuga narrativo corrispondeva all'unico obiettivo perseguibile (e raggiungibile). Quest'esigenza rinnovata rende giustizia al medium televisivo, finalmente equiparato per dignità e, perché no, anche per autorevolezza a quello letterario.

Vincere o Perdere

L'intreccio bellico, così come lo abbiamo conosciuto sulle pagine dei libri di Storia, viene risvoltato come un guanto: i vincitori diventano vinti e viceversa. New York è tappezzata di svastiche e l'impero giapponese sogna di spodestare l'egemonia nazista, oramai al culmine di un fulgore desolante. In nessuno dei trenta episodi sin qui diffusi la narrazione appare incoerente o eccessivamente distorta, finendo per rendere credibilmente inquietante il risultato finale.

Al di là dell'encomiabile compito svolto dagli sceneggiatori arruolati da Ridley Scott e David W. Zucker, le tre (più una) stagioni di The Man in The High Castle rappresentano un'autentica rivoluzione nell'offerta seriale contemporanea, vuoi per la riuscitissima combinazione tra fantascienza e storia, vuoi per il messaggio sociale affidato alla narrazione. La speranza è che quest'opera non rimanga una parentesi elitaria, una goccia nel mare magnum dei cataloghi, ma semplicemente l'alba di un nuovo modo di concepire il prodotto televisivo, per il quale, finalmente, lo spettatore possa portare nel cuore emozioni sulle quali riflettere.